Trent'anni senza giustizia. Trent'anni senza un colpevole. Sono passati trent'anni da quando, durante un torrido agosto romano, in un ufficio dell'Associazione Italiana Alberghi della Gioventù venne ritrovato il corpo senza vita della giovanissima Simonetta Cesaroni, assassinata con ventinove pugnalate. Un giallo irrisolto e che, dopo tanto tempo, suscita ancora interesse, polemiche e dubbi. Massimo Lugli, ex inviato speciale di Repubblica che seguì le indagini e Antonio Del Greco, allora funzionario della squadra mobile che le diresse, ricostruiscono, in forma di romanzo e con nomi di fantasia, tutte le svolte di un’inchiesta difficile e piena di trabocchetti. Un mix di realtà e di immaginazione, come altri libri scritti in coppia dai due autori, che rivela particolari inediti, aspetti mai chiariti e mai resi noti e svolte impreviste dai due punti di vista: quello della stampa e quello della polizia. Il finale, di fantasia, è un colpo di scena che capovolge tutto e che, forse, avrebbe potuto essere possibile.
Massimo Lugli si è occupato per «la Repubblica» di cronaca nera per quarant’anni. Ha scritto Roma Maledetta e per la Newton Compton La legge di Lupo solitario, L’Istinto del Lupo, finalista al Premio Strega, Il Carezzevole, L’adepto, Il guardiano, Gioco perverso, Ossessione proibita, La strada dei delitti, Nelmondodimezzo. Il romanzo di Mafia capitale, Stazione omicidi. Vittima numero 1, Vittima numero 2 e Vittima numero 3, Città a mano armata, Il criminale e nella collana LIVE La lama del rasoio. Suoi racconti sono contenuti nelle antologie Estate in giallo, Giallo Natale, Delitti di Ferragosto, Delitti di Capodanno e Delitti in vacanza. Ha firmato con Andrea Frediani Lo chiamavano Gladiatore. Insieme ad Antonio Del Greco ha scritto Città a mano armata, Il Canaro della Magliana, Quelli cattivi, NarcoRoma e Il giallo di via Poma. Cintura nera di karate e istruttore di tai ki kung, pratica fin da bambino le arti marziali di cui parla nei suoi romanzi.
Credevo parlasse del delitto di Via Poma (o almeno questo avevo letto in un articolo di giornale), e in effetti ne parla, coprendo il tutto con una storia fittizia. Operazione che sinceramente non ho ben capito e che mi ha lasciata abbastanza perplessa.
Dieci anni fa, alla vigilia della mia partenza per un viaggio in Russia, mi persi in un dossier televisivo, magistralmente confezionato, sul delitto di via Poma. Ricordai immediatamente l’efferato fatto di cronaca dell’estate del lontano 1990: la morte di Simonetta Cesaroni colpì l’opinione pubblica come un pugno nello stomaco. Su di me lasciò brividi indelebili, come altri fatti di cronaca non correlati dal nome di un colpevole. Il dossier ricostruì ogni particolare, ripercorrendo tutte le tappe dell’inchiesta che ne seguì, con tanti sospetti, tre gradi di giudizio, ma, purtroppo, nessun reo, confesso meno. Come quel servizio, questo romanzo ripercorre la vicenda fin dai suoi albori e dalle sue premesse. È una sorta di ricostruzione degli eventi da un duplice punto di vista, quello della stampa e quello degli stessi inquirenti mettendo in luce nuovi elementi e mescolando talvolta fantasia e realtà. Una miriade di personaggi entra in gioco e l’omicidio di Simonetta (che nel romanzo viene chiamata Carla) viene costellato da molti altri episodi che hanno fatto la loro comparsa negli articoli di cronaca nera di quel periodo. Le indagini si aprono a ragnatela, filando pazientemente gli eventi e le figure, ma non riuscendo a costruire un disegno ben definito. Ogni sospetto sembra cadere nel vuoto, ogni percorso si chiude in un vicolo cieco con nulla di fatto. Nel finale c’è un colpo di scena che chiude il romanzo e che un po’ mi ha illuso, alimentando il mio desiderio di trovare comunque un capro espiatorio. La struttura del romanzo è fluida e non ben definita, a voler sottolineare la velocità con cui gli elementi si sovrappongono. Si cambia spesso prospettiva, da quella del giornalista a quella del poliziotto e viceversa. Non vengono risparmiati gli errori, sottolineati con dei flashback ben assestati, per non far cadere il lettore nell’errore di leggere un’indagine di trent’anni fa usando le categorie attuali: le condizioni e gli strumenti erano ben diversi. Il linguaggio è molto informale, talvolta colorito, a evidenziare la non ufficialità della chiave interpretativa che si vuol suggerire. Il ritmo è molto veloce e le varie ipotesi vengono fatte nascere nella mente del lettore come razzi o stelle cadenti con una parabola ben precisa. Il tutto con un ordine discreto e una certa coerenza che fanno del romanzo qualcosa di avvincente, di cui si è curiosi di conoscere subito il contenuto. Un delitto terribile, un assassino ancora senza volto. Rimane lo sguardo malinconico di Simonetta che traspare da una delle foto ufficiali che sono state messe in circolazione e che sono entrate a far parte della memoria collettiva.
Ho iniziato a leggere questo libro conoscendo e apprezzando Luigi per il suo sempre interessantissimo contributo al podcast “Nera”, che ha recentemente dedicato al caso di Via Poma uno dei suoi episodi, in occasione del 35° anniversario dei fatti. Il libro ripropone fedelmente, ma in forma romanzata, gli eventi del 1990, con i nomi dei principali protagonisti modificati, pur richiamando, nelle iniziali, gli attori originali della vicenda. Un testo scorrevole e ben scritto, che non offre rivelazioni clamorose, tanto è stato ormai detto in ogni forma e occasione sul caso, ma che ha il merito di fornire, tra le pieghe della finzione, il punto di vista unico ed esclusivo di due indiscussi protagonisti delle indagini del 1990. L’unica nota davvero stonata è la caratterizzazione dei personaggi e i dialoghi tra poliziotti e giornalisti, ai limiti del caricaturale, tanto da far sembrare, a tratti, di essere catapultati nell’ufficio del Commissario Auricchio. Nel complesso, comunque, è un buon libro, purché lo si approcci fin da subito per ciò che è: un romanzo costruito su solidi elementi di cronaca, con un finale inaspettato, che riserva anche una buona dose di autocritica da parte di Lugli sul modo in cui certo giornalismo tratta i casi di cronaca, e non è un saggio che cede alla facile tentazione di offrire, mediante l’espediente della finzione, nuove verità o piste alternative su una storia sulla quale, con ogni probabilità, ormai non verrà mai fatta piena luce.
Un cold case venuto alla ribalta proprio in questi giorni, dove è stato stabilito definitivamente l'archiviazione del caso, come caso irrisolto. Sono passati 30 anni fa quell' agosto dove Simonetta Cesaroni venne assassinata nell' ufficio dove lavorava. Massimo Lugli, ex inviato speciale di Repubblica che seguì le indagini e Antonio Del Greco, allora funzionario della squadra mobile che le diresse, ricostruiscono, in forma molto romanzata, tanto che usano anche nomi di fantasia, che all inizio mi hanno anche destabilizzato ..ho quasi pensato che stessero parlando di un altro caso. Non ho seguito beve le indagini di questo caso, ricordo solo un po' di anni fa, che dettero la notizia alla TV del suicidio del portiere dello stabile, che fu prima incriminato e poi assolto..ma perché suicidarsi? Pensai all epoca...aveva un fardello che gli pesava sulla coscienza? Non credo fosse stato lui l assassino, ma penso che coprisse qualcuno. I due autori riscrivono la storia con alcuni particolari, e con un finale tutto a sorpresa...non vi svelo niente 😂...ma sappiamo come sono andati i fatti...ma chissà. Io penso sempre che dietro una finzione c è sempre un fondo di verità. Comunque poi l epilogo spiega tutto... Devo dire un buon libro, scorrevole e non un saggio ma proprio un romanzo, raccontato molto bene.
Prima considerazione: questo è un romanzo. Ma va direbbe qualcuno. Eppure questa mia ovvietà è di importanza fondamentale perché, a discapito del titolo il testo parla si del famoso_ delitto, ma romanzandolo. E sapete cosa significa? Che non si incentra nelle soluzioni alternative, in ipotesi investigative magari originali o in concomitanza con la nuova scienza al servizio della polizia e della magistratura. Affatto. Il bello, la dote di questo testo è la ricostruzione di un indagine ( sottolineo indagine non atto delittuoso) che è di importanza capitale per comprendere lo spirito dell'epoca. E' questo il valore aggiunto nei gialli che prendono spunto da fatti di cronaca e diventano realmente giornalistici. E cosa fa il giornalista, quello vero non il gossipparo di oggi? Ricostruisce. Fatti e accadimenti, ethos e impegno, persino speranze e errori. E il delitto di via Poma, rimasto insoluto dopo trent'anni non è altro che un cold case che mette in luce la dedizione degli apparati investigativi ma anche i limiti, tecnologici sopratutto, che limitano l'azione. Per questo i nomi sono di fantasia. Per dare risalto alla difficoltà che, nel 1990 ci si trovava di fronte. Senza tabulati, senza il congelamento della scena che è stato immortalato nella fiction RIS, i nostri eroi moderni, umani e imperfetti si muovono nella zona d'ombra di via Carlo Poma. Un quartiere elegante, sede di professionisti, quasi una sorta di comodo e rassicurante nicchia per una ragazza, con i suoi sogni re il suo impegno sul lavoro. Diciannove anni aveva. Una vita strappata dalla brutalità insensata, delitti passionale sembra ma troppo scabroso per quel palazzo che si chiude in se stesso. E diventa una granitica prigione dove i segreti vengono custoditi. Qualcuno sapeva? Qualcuno proteggeva nomi eccellenti? Queste sono domande che oggi, nel 2021 ci premono. Sono forse le domande a cui possono rispondere oggi i nostri tutori della giustizia, grazie a intercettazioni che delineano non solo la scena de delitto ma anche le motivazioni inconsce dei protagonisti, vittime e carnefici. Quello che ci resta leggendo il libro è la sensazione, terrificante e nostalgica di un tuffo nel passato, una ripercorrere un anno importante eppure che mostra tutta la sua fragilità: anni novanta, gli anni del salto, gli anni in cui il mondo stesso verrà stravolto. Anni in cui nonostante la sensazione di meraviglia una ragazza viene immolata sul losco altare del vizio. Poco importa il nome. Importa la fatica e la voglia di giustizia dei suoi protagonisti. Contano gli errori ma anche la volontà di Lugli e del Greco di spazzare via la notizie sensazionalistiche, quelle che ci piacciano tanto ma che sono alibi che mascherano realtà meno complottiste e forse più banali e orrende. Cosa c'è di più orrendo della passione non corrisposta, del denaro e del potere? Ed è qua che il libro di Lugli ha la sua apoteosi: una sorta di feroce condanna al giornalismo che muoveva i primi passi, quello che poco considerava il fatto e le prove ma che iniziava a divenire show e business. E con un finale crudo e duro, ma che può farci riflettere sulla deontologia professionale ( dio che parolona) l'ultima pagina lancia un monito: informare è una cosa seria. Informare bene aiuta a dipanare le matasse. Disinformare è solo un metodo del sistema per farci testare dormienti e accondiscendenti. Un libro capolavoro, come solo il nostro Lugli sa creare.
Romanzo che ricostruisce parte dell'indagine sull'omicidio di via Poma. I personaggi che seguono il caso - polizia da una parte, giornalisti dall'altra - sono descritti a volte in modo stereotipico e tendono alla macchietta. Mi ha sorpreso positivamente il finale
Alla fine del libro gli autori vogliono chiarire quanto la polizia sia stata scrupolosa (con gli strumenti dell’epoca) a svolgere le indagini, ed è vero, perché mi documento sul caso da anni leggendo tutto a riguardo. Anche se è stato omesso che più volte il padre della vittima fu avvertito in malo modo di non insistere..., ma non fu la mobile a farlo. Purtroppo all’epoca indagarono autonomamente troppe forze dell’ordine, e non tutte avevano come intento di giustizia la verità per la vittima. Ma ci sono delle inesattezze, come per esempio una fantasiosa ricostruzione della trasmissione “telefono giallo” che è possibile vedere su RaiPlay: la sorella della vittima telefonò in trasmissione e fu molto dignitosa: non litigò con nessuno ma ribadì solo il suo malcontento su alcune menzogne della stampa complimentandosi e ringraziando invece altri giornalisti. Altre inesattezze sono sugli ospiti presenti e sulle telefonate ricevute in diretta che furono interessanti al contrario di quanto scritto nel libro. Altra inesattezza è che siano stati attenzionati tutti i dipendenti dell' AIAG, non vero. Due persone, coloro sui quali si basano i dubbi di tutti gli interessati al caso, sono morti pochi anni dopo mai effettivamente attenzionati. Inoltre quando gli studi sul DNA si evolsero, il test fu fatto ai dipendenti in vita, ma di questi due ormai morti non è mai stata fatta analisi del DNA (nemmeno dei parenti in vita). La procura e polizia si sono sempre accontentati di alibi familiari (alibi inutili), o non verificati. Di uno in particolare gli orari dei voli aerei dell’epoca dimostravano addirittura che avrebbe potuto andare dove dicevano che fosse dopo l’omicidio... ecc. Probabilmente entrambi sono non colpevoli, ma non lo sapremo mai. Non voglio mettere in dubbio l'operato della polizia, ribadisco, perché all’epoca non era l’unica sul caso e immagino ci fossero poteri contrastanti, ma gli autori avrebbero dovuto essere un po’ più realisti su questo e meno auto compiacenti.
La vittima, Simonetta, è vittima 2 volte perché anche senza un colpevole il caso è archiviato. E se un omicidio non va in prescrizione, un caso di omicidio non può essere archiviato senza il vero colpevole.
Non mi sono piaciuti i toni e il continuo ribadire che un ispettrice si prestava ad una relazione extraconiugale e che perseverava in atteggiamenti provocatori, e quanto questo fosse normale in polizia, inoltre i continui apprezzamenti volgari su di essa. Se così fosse ci sarebbe da vergognarsi: non sono così le donne in polizia, ma forse lo sono gli uomini (visto che uno degli autori era ai vertici della polizia) si dovrebbe indagare un po’ sulle molestie ma questo è un altro discorso perché un romanzo è comunque “frutto della fantasia dell’autore” e non della sua esperienza, anche se poi a voce può dire il contrario. Capisco il voler mettere un po’ di pepe per il pubblico maschile a cui piacciono i vecchi fumetti polizieschi ormai fuori moda, ma si sarebbero potuti usare toni diversi per dare all’ispettrice (e alle donne in generale) una cosa chiamata dignità. Invece da questo libro passa l’idea della donna vittima come oggetto sessuale, della donna vagina e fondoschiena che sul posto di lavoro continua a fare la “pantera”; della donna giornalista che per lavorare sempre e comunque la gatta morta deve fare; e della donna che sta a casa a cucinare senza far domande mentre aspetta il marito poliziotto. Queste le donne di cui si è scritto in questo libro, questo il punto di vista dell’autore e ciò che ritiene sia importante comunicarci per descrivere i personaggi femminili, sono sicura invece che dietro queste donne ci sia ben altro che le distingua e che ci avrebbe potuto fare immedesimare o quanto meno comprendere meglio il background.
Bello che gli autori abbiamo voluto ribadire e prendere le distanze dal processo Busco e dalle brutte menzogne che vennero raccontate da alcuni giornalisti sulla vittima e sul libro scritto da uno dei capi della vittima.
Consiglio questo libro a chi interessa il caso e voglia documentarsi come argomento di "nuova" discussione. Lo consiglio ai fan dei polizieschi maschilisti. Lo sconsiglio a chi cerca news o rivelazioni dagli atti in quanto non ce ne sono. Lo sconsiglio a chi legge romanzi gialli (comprate i gialli Mondadori che è spendete meno e sono migliori). Lo stile di scrittura da una parte facile da leggere, dall'altra troppo esile e sottoforma di dialoghi come se fosse la trascrizione in prosa di un fumetto. Il racconto superficiale è non esaustivo per chi non si è documentato già altrove su altri libri che raccontano la vicenda (ne ho letti due davvero ben fatti). Il prezzo €4,99 per il formato Kindle 200 pagine è eccessivo per questo libro.
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La versione romanzata del mistero di via Poma a Roma, quando la giovane Simonetta Cesaroni viene ritrovata morta all'interno dell'ufficio dove lavorava. Due gli indagati nell'arco dei 30 anni di indagini: il fidanzatino dell'epoca, scagionato quasi subito, e il portiere del palazzo, successivamente morto suicida. Entrambi dopo vari processi, controlli, perquisizioni e avvicendamenti vari, sono stati prosciolti dall'accusa. Di fatto, dopo 30 anni ancora non si sa chi abbia ucciso la povera Simonetta.
In questo romanzo, Massimo Lugli (giornalista de La Repubblica) e Antonio Del Greco (poliziotto che all'epoca si occupò del caso), provano a mettere nero su bianco tutte le prove e alcune ipotesi che si sono fatti in merito.
Anche se in versione romanzata - quindi con alcuni particolari omessi o modificati e con alcune descrizioni troppo sentimentali - il libro merita, e può aiutare a ricordare questo sanguinoso fatto di cronaca nera.
A trent'anni dal delitto di via Poma, Massimo Lugli e Antonio Del Greco ci racccontano, in un romanzo, come mai non si è mai arrivato a trovare il colpevole. Da leggere! Sul mio blog senza spoiler