Chi sono i falsari? Il romanzo che scrive sé stesso
Quando nel 1925 André Gide pubblica I falsari ha ormai cinquantasei anni, ed alle spalle opere letterarie di grande importanza, tra le quali L’immoralista (1902), La porta stretta (1909), I sotterranei del Vaticano (1914), opere che siamo portati a classificare come romanzi, in considerazione della loro relativa ampiezza e dell’articolazione complessiva della narrazione. Eppure dedicando I falsari all’amico Roger Martin du Gard, scrittore che avrebbe ricevuto il nobel nel 1937, l’autore scrive: ”A Roger Martin du Gard dedico il mio primo romanzo in testimonianza di profonda amicizia”, e anche più tardi affermò che I falsari costituivano il solo romanzo da lui scritto. Gide infatti non classificherà mai le opere sopra citate come romanzi: considererà le prime due récit, termine difficilmente traducibile in italiano (una possibilità è data da narrazione) con il quale viene indicato il racconto, sia orale sia scritto, di determinati fatti, reali o di fantasia, secondo modalità decise dal narratore; quanto a I sotterranei del Vaticano, egli lo designa come un sotie, riesumando un termine che nel medioevo indicava rappresentazioni teatrali di contenuto politico o di attualità. Per Gide quindi il termine romanzo ha un significato preciso, che va al di là dell’ampiezza della narrazione, dell’articolazione della trama e dei personaggi, della materia stessa dello scrivere: come vedremo, negli anni ‘20 del XX secolo merita per lui questo appellativo solo un’opera totalizzante che – prendendo le mosse dalla grande tradizione letteraria dei due secoli precedenti – ambisca a rappresentare lo spirito dell’epoca; per far questo è però necessario disarticolare, utilizzare solo strumentalmente la cassetta degli attrezzi che la letteratura dei secoli precedenti ha messo a disposizione dello scrittore, giungendo paradossalmente a creare qualcosa di completamente diverso dal romanzo classico. Gide fa quindi pienamente parte, con una sua precisa originalità intellettuale, del grande movimento tellurico che nei primi decenni del novecento rivoluzionò, non solo in ambito letterario, la forma ed il senso stesso dell’espressione artistica.
Dato che – come spesso nelle sue opere – anche ne I falsari grande importanza assumono gli elementi autobiografici, sembra opportuno riassumere a grandi linee la vita di questo grande e contraddittorio intellettuale, sicuramente una delle figure che ha segnato la vita culturale francese ed europea della prima metà del XX secolo e la cui influenza si fa sentire ancora oggi.
André Gide nacque nel 1869 a Parigi in una famiglia della borghesia intellettuale, di stampo puritano. Appena decenne perse il padre, e si legò profondamente alla madre che, pur nell’ambito di un rapporto possessivo, assecondò le sue aspirazioni artistiche. Altra figura femminile di grande importanza nella sua vita fu la cugina, Madeleine Rondeaux, di cui si innamorò adolescente e che finì per sposare, dopo lunghe resistenze di lei e dei suoi genitori, nel 1895: il matrimonio, che - a detta dei testi sacri - non fu mai consumato, durò comunque sino alla morte di lei nel 1938. Dopo una giovinezza segnata da momenti di fervore religioso e dal senso di colpa per la sua omosessualità, peraltro non vissuta sino a oltre vent’anni, Gide la accolse ed ebbe numerose relazioni con altri uomini, anche adolescenti; nel 1923 ebbe da Élisabeth Van Rysselberghe una figlia, che riconobbe solo dopo la morte della moglie. La sua produzione letteraria è piuttosto corposa e molto articolata, essendo composta da testi di narrativa variamente classificabili, alcune opere teatrali, saggi letterari, reportages di viaggio ed altro; le opere principali che la segnano marcano i numerosi passaggi, anche politici nella vita dell’autore. Dopo alcune prove giovanili segnate da un tardo simbolismo, una prima svolta arriva con I nutrimenti terrestri, sorta di saggio filosofico in cui vengono affrontati i temi dell’affrancamento dell’individuo dalla morale corrente e dell’importanza della sensualità; nell’opera si sente l’influsso di Oscar Wilde, autore molto ammirato da Gide: tra l’altro i due si incontrarono un paio di volte durante i numerosi viaggi di Gide. Seguono le opere più importanti, che culminano proprio con I falsari e, l’anno successivo, con l’autobiografico Se il grano non muore. Ormai intellettuale molto influente nella vita culturale francese, anche grazie al suo ruolo di fondatore e animatore della Nouvelle Revue française, pubblica in seguito, oltre ad altre opere di narrativa, resoconti di viaggio, tra i quali molto importanti quelli relativi al Congo e al Ciad, nei quali denuncia gli orrori strutturali del colonialismo, suscitando un ampio dibattito pubblico. Negli anni ‘30 si avvicina al comunismo, dal quale però si dissocia dopo un viaggio in URSS: il saggio che pubblica al proposito accende feroci polemiche a sinistra. Muore nel 1951, dopo avere, quattro anni prima, ricevuto – lui grande irregolare – il più mainstream dei premi, il Nobel per la letteratura.
Non è facile parlare de I falsari, che come detto Gide considerava l’unico vero romanzo da lui scritto. Il motivo di questa difficoltà (che è del resto probabilmente tutta mia, legata alle mie croniche insufficienze critiche) sta sia nella articolazione strutturale del romanzo, che presenta molti personaggi e molte storie, gli uni e le altre intrecciantisi o svolgentisi parallele, sia nelle sue ambizioni, in quanto numerosi, e tutti estremamente rilevanti, sono i temi che l’autore tratta, nell’ambito di un contenitore che riprende, disarticolandola a mio avviso con un buon tasso di una sottile ironia, la tradizione del romanzo borghese.
Un primo dato da notare è che il romanzo non è narrato da un unico soggetto. Se molti capitoli sono appannaggio di un narratore terzo, una parte importante dell’opera è costituita dal diario dello scrittore Édouard, uno dei personaggi principali del romanzo, che non forma un corpus separato, ma interseca ciò che è narrato in terza persona. Il narratore terzo non è né asettico né onnisciente: pur senza assumere il ruolo di guida morale, come spesso fa il narratore settecentesco, a questo si avvicina quando interviene direttamente, anche esprimendo giudizi su quanto sta avvenendo oppure dicendo al lettore di non essere stato in grado di seguire alcuni personaggi oppure di aver tralasciato un loro colloquio in quanto non importante ai fini delle vicende narrate. Egli si pone quindi come un filtro esplicito tra i fatti e come questi vengono riportati: in qualche modo rivendica la sua parzialità, e così facendo sembra avvertire il lettore che la letteratura, di per sé stessa, è parziale. Naturalmente ancora più parziali sono le pagine del diario di Édouard, nel quale in trasparenza si può vedere lo stesso Gide.
Così come non esiste un narratore univoco, anche la trama del romanzo è scomposta in varie storie, parallele od intrecciantisi.
La vicenda principale riguarda il rapporto di amicizia tra due liceali parigini in procinto di diplomarsi: Bernard Profitendieu e Olivier Molinier. Entrambi figli di giudici, sono molto legati, pur avendo caratteri molto diversi. Bernard è impulsivo e irrequieto. All’inizio del romanzo scopre, leggendo di nascosto alcune vecchie lettere della madre, di non essere figlio di Albéric Profitendieu, padre da lui mai amato, ma il frutto di una breve relazione adulterina della moglie, che a suo tempo Profitendieu ha perdonato riaccogliendola in casa e riconoscendo il figlio non suo. A seguito di questa scoperta Bernard fugge da casa, scrivendo una durissima lettera al patrigno. Si rivolge a Olivier, che lo accoglie per la notte di nascosto in camera sua: i due ragazzi dormono nello stesso letto e la mattina dopo Bernard affronta la nuova vita. Olivier Molinier è un ragazzo timido, sensibile e insicuro, con velleità letterarie. Ha un rapporto più tranquillo con la famiglia e prova una grande ammirazione per un fratellastro della madre, Édouard, scrittore famoso, che una volta ha criticato amichevolmente alcuni brutti versi da lui scritti, consigliandolo su come migliorarsi. Lo zio tornerà il giorno successivo da un viaggio a Londra e Olivier intende andare alla stazione ad accoglierlo. Édouard a sua volta è attratto dal ragazzo, sia per la sua pur acerba vivacità intellettuale, sia fisicamente: anche se nel romanzo non viene mai esplicitata, l’omosessualità di Édouard è infatti palese; egli tuttavia ama platonicamente una giovane donna, Laura, ormai sposata. Nel loro incontro alla stazione, comunque, ed anche in seguito, i due non riusciranno ad esprimere i reciproci sentimenti; il loro rapporto si svilupperà solo più tardi, a seguito di vicende anche drammatiche, dopo che per un certo periodo ad Édouard si è legato Bernard, suscitando la gelosia dell’amico.
Una prima vicenda parallela è centrata sul personaggio di Vincent Molinier, fratello maggiore di Olivier. Studente di medicina ma appassionato di scienze naturali, durante un soggiorno a Pau per curarsi dalla tisi ha conosciuto Laura Vedel, l’amica di Édouard, da lui spinta ad un matrimonio senza amore e rivelatosi sessualmente insoddisfacente. I due giovani, convinti di avere i giorni contati, hanno avuto una relazione, e Laura è incinta. Guariscono, e tornati a Parigi, Vincent, che frequenta la casa di uno scrittore alla moda, cinico e a sua volta omosessuale, Robert de Passavant, abbandona Laura per una eccentrica amica di Passavant, Lilian Griffith, con la quale finirà in Africa. Laura nel frattempo verrà salvata da Édouard e finirà per tornare dal comprensivo marito.
Molte altre sono le storie narrate nel romanzo, tanto che sarebbe troppo lungo accennare a tutte. Alcune sono tragiche - su tutte quella che coinvolge un ragazzino timido di nome Boris bullizzato da alcuni compagni di classe - altre più leggere, altre ancora quasi goliardiche: iniziazioni amorose adolescenziali, velleità artistiche, piccoli furti, spaccio di monete false e violenze psicologiche coinvolgono una serie di personaggi minori, legati ai protagonisti e quasi sempre molto giovani.
Come è facilmentee intuibile, questo intreccio tra due diversi narratori che raccontano molteplici vicende consente a Gide di variare i toni del romanzo, che infatti tocca numerosi registri, dal drammatico al tragico, dal lieve all’ironico, quasi a volervi riassumere tutte (o quasi) le sfaccettature tonali possibili di tale genere letterario. Analogamente, e forse più significativamente, numerose sono le tematiche che vengono toccate.
Sicuramente tra le più importanti e scabrose vi è quella dell’omosessualità e della pederastia. Gide ha già pubblicato lo scandaloso saggio Corydon e nell’edizione del 1924 – un anno prima della pubblicazione de I falsari - vi ha apposto il proprio nome. Omosessualità e pederastia sono quindi già state sdoganate dall’autore, che si è anche assunto la responsabilità della loro difesa. Ecco che quindi i rapporti di Édouard e Passavant con i due giovani protagonisti, sia pure mai esplicitati nel testo, possono avere la stessa dignità ed essere trattati analogamente agli amori eterosessuali che si incontrano nel romanzo; questi ultimi tra l’altro assumono spesso la forma di fuga dall’istituto matrimoniale e dalle tensioni nei rapporti interpersonali che caratterizzano le normali famiglie borghesi di cui il romanzo si occupa.
Senza dubbio però la tematica che maggiormente interessa Gide è legata all’analisi della letteratura dei suoi tempi, di ciò che è e di ciò che dovrebbe essere. Da un lato egli polemizza con la letteratura mediocre che piace al pubblico e ai circoli della critica, identificando in Passavant il paradigma dell’autore opportunista; dall’altro affida al diario di Édouard numerosi passi densi di riflessione letterarie, in particolare attorno alla forma-romanzo. L’autore rende la sua identificazione con Édouard del tutto esplicita utilizzando la tecnica della mise en abyme: Édouard sta infatti scrivendo un romanzo intitolato I falsari, che parlerà di uno scrittore che sta scrivendo un romanzo… Nel suo diario Édouard giunge persino a riportare un passo di ciò che ha scritto, che si riferisce ad una vicenda del tutto analoga a quanto avviene realmente. Questa identificazione mi appare troppo plateale per non essere intesa in senso ironico, ed a mio avviso infatti la mise en abyme gioca un ruolo più sottile. Le riflessioni letterarie di Édouard ruotano attorno al problema del rapporto tra letteratura e realtà, e più volte egli critica il romanzo realista e la narrativa che si pone il problema della verosimiglianza. Édouard, scrivendo nel suo I falsari ciò che è avvenuto ne I falsari scritto da Gide conferisce a quest’ultimo la patente di fonte del reale, ed alla letteratura la possibilità e la necessità di riprodurre la realtà: esattamente ciò che Gide nega sia possibile. È quindi un gioco di specchi a cui Gide ci invita, reso ancora più affascinante e complesso da due ulteriori elementi, che il lettore scopre in appendice al romanzo. Il primo è che Gide, del tutto analogamente a Édouard, ha tenuto dei quaderni nei quali ha annotato la nascita del romanzo, aggiungendo se cosi si può dire un ulteriore cerchio esterno al gioco dei rimandi. Il secondo, forse più clamorosamente ironico, è il fatto che per sviluppare alcune delle vicende di un romanzo volto a mostrare la vanità e l’inutilità dei tentativi letterari di essere realistici attinge a due fatti di cronaca, quasi a dire che neppure attingendo dal reale un romanzo può narrare la realtà.
Ma un romanzo così complesso e stratificato come I falsari non si limita certo ad essere un contenitore di polemiche e riflessioni letterarie o a difendere il contraddittorio universo sentimentale dell’autore. Come accennato, assumono una loro centralità anche la denuncia di alcuni cardini della società borghese come il matrimonio e la famiglia, dissezionati nella loro essenza regolatrice dal lucidissimo occhio di Gide. Anche il potere giudiziario non ne esce bene, tutto intento com’è non a perseguire la giustizia ma a fare in modo che nelle inchieste avviate non siano coinvolti i figli di gente perbene. Infine, un Gide ormai lontano dai fervori religiosi di gioventù non risparmia, nelle vicende del romanzo dedicate alla pensione Vedel – Azaïs, strali anche ad una religiosità falsa, ipocrita e venale, regalando al lettore, nella figura del pastore Prosper Vedel, un moderno discendente di Tartuffe. Su tutto, poi, aleggia il senso di una efferatezza giovanile che forse anticipa i tempi bui che sarebbero giunti di lì a poco.
Tantissime altre cose vi sarebbero da annotare su questo romanzo, forse meno celebrato di altri della sua epoca e che in alcuni passaggi pecca di un certo autocompiacimento culturale, tipico dell’egocentrico Gide; non per questo esso non va annoverato tra i grandi capolavori del XX secolo.
Resta infine da comprendere: chi sono i falsari? Certamente i ragazzi che spacciano monete false e giungeranno ad abissi di crudeltà, ma anche i loro genitori immersi in un falso perbenismo, e soprattutto i letterati, che non possono – facendo di necessità virtù – che raccontare il falso.