When Beni Virtzberg was 9 years old, Kristallnacht destroyed his carefree childhood in his home town of Hamburg. Along with his parents, he was transported to Sosnowiec. Nazi Germany invaded Poland and the family shared the fate of many other internment in a ghetto, followed by deportation to Auschwitz. Beni's mother was murdered upon arrival. The young boy bravely fought to save his father's life, but he ultimately lost him as well. Beni's own fight for survival led him from Auschwitz, where he was forced to assist Joseph Mengele, to the death marches and to the notorious camps of Mauthausen and Melk. Upon liberation, Beni immigrated to Eretz Israel, joined the Palmach, and fought in some of the fiercest battles during Israel's War of Independence. During the Eichmann Trial, Beni decided to bear witness by writing his painful memoirs. The work on the book and the constant reminders of his agonizing past and losses took a great toll on him. On August 4, 1968, Beni Virtzberg took his own life.
Era da parecchio tempo che non leggevo libri sulla Shoah e devo ammettere che ripercorrere di nuovo con il pensiero quella serie di orrori e atrocità mi ha, inizialmente, un po’ angosciata. Beni ha voluto descrivere minuziosamente ogni momento vissuto all’interno della macchina della morte, senza tralasciare alcun dettaglio, come a volerci mettere davanti agli occhi la verità del suo dolore, senza alcun filtro, per renderci pienamente consapevoli di cos’è davvero avvenuto nell’inferno nazista. Il risultato è che, superata l’angoscia iniziale che ogni storia sulla Shoah mi provoca, sono rimasta totalmente incollata al libro, arrivando a leggere per ore e ore consecutive e cambiando, talvolta, i piani della giornata pur di andare avanti ancora di qualche pagina e leggere altri ricordi di quella vita tanto travagliata quanto incredibile. L’arrivo di Beni in Israele sembra, apparentemente, il lieto fine tanto atteso dopo una storia triste, invece diventa un nuovo capitolo all’insegna di una lotta alla sopravvivenza che questa volta, però, non si combatte più tra neve e filo spinato, ma tra i profumi di arance e il calore del sole: una lotta che profumava di libertà. Concludo dicendo che se ad oggi l’autore fosse ancora vivo, gli scriverei per dirgli che la sua è una delle storie più belle ed emozionanti mai lette tra quelle dei sopravvissuti alla Shoah.