Immaginate una società eco-femminista.
Un mondo più verde, più sicuro, più tecnologico, in cui non si mangia carne e si ha un enorme rispetto per la natura.
Un mondo popolato da sole donne perché gli uomini sono i “diffusori” di un morbo letale, e, pertanto, sono tenuti costantemente in quarantena.
Un mondo in cui la riproduzione avviene tramite “portatrici”, donne che vengono fecondate in clinica e fanno nascere solo figlie femmine.
Un mondo in cui le parole “padre” e “bambino” non esistono più.
È in questo mondo postpandemico che ha luogo la vicenda di Nikki. La sua è una vita tranquilla e serena, fino al momento in cui la sua compagna, Simone, prova a diventare portatrice e non ci riesce.
Per Nikki inizia, allora, un lento e inesorabile cambiamento. La sua amata Simone diventa sempre più lontana, più sfuggente, e per evitare di perderla è disposta a tutto, anche sottoporsi a una nuova tecnica di riproduzione. Ma sarà proprio questo intervento ad aprirle gli occhi su quello che la circonda: su Simone, su l’essere che ha in grembo, e, più in generale, sul mondo in cui è cresciuta.
Ho desiderato leggere questo libro non appena l’ho visto tra le novità di gennaio.
E non mi sbagliavo.
“Le portatrici” mi ha catturato fin dalla prima pagina, mi ha trascinato in un universo popolato da kondo, xerxes e acqua di vespa, mi ha sorpresa per i colpi di scena e, soprattutto, mi ha fatto riflettere.
Parecchio.
Perché il fatto rispettare gli animali può nascondere qualcosa di più ancora più terribile - i diffusori, in fin dei conti, non sono trattati ancora peggio degli animali? -.
Perché un mondo più verde non significa necessariamente migliore.
E perché, talvolta, il progresso e la sicurezza si ottengono a un prezzo molto caro.
A tal proposito vorrei lasciarvi con una delle tante frasi che ho sottolineato… una frase che dice tanto: “preferisco vivere per morire quando è il momento, piuttosto che sopravvivere il più a lungo possibile”.