« Di Paolo Nori colpiscono (e affascinano) due la sua scrittura 'parlata', che ricalca cioè la lingua con cui si comunica quotidianamente, e il suo modo di leggere ciò che scrive, con una cadenza musical-regionale che dà vita a ogni riga. » Corriere della Sera
« Nori è scrittore inclusivo, che ama rendere racconto ciò che vive. Il piacere di scrivere è l'autentica forza dei suoi libri, un godimento primario. » Il Sole 24 Ore
« Nori prima ti racconta una cosa che è accaduta al suo personaggio (un suo alter ego), poi sfuma il tutto, quindi lo rovescia. Si ride della coerenza incoerente dei suoi personaggi. » L'Espresso - Marco Belpoliti
« Bellissimo. Fin dall'inizio mi ha preso con una magia divertente e sincera che non mi ha lasciato più. » Carlo Lucarelli
Bernardo Barigazzi è uno scrittore che ha cominciato a fare il giornalista ma non l’ha detto a nessuno. Quando non scrive è impegnato a corteggiare Marzia, barista laureata in filosofia, con cui ha una relazione fatta, prevalentemente, di appuntamenti mancati. Con lo pseudonimo di Ivan Piri dirige Che dispiacere , un giornale sportivo che esce in edicola solo i giorni successivi alle sconfitte della Juventus. Sembrerebbe uno svago innocente, finché Barigazzi non si trova suo malgrado coinvolto in un’indagine di polizia. Manuel Carrettieri, ultrà con la passione per la cocaina, è stato ucciso e più di un indizio collega Barigazzi al delitto. In una Bologna autentica e insieme fiabesca, tra le osterie del centro e i vialoni della periferia, va in scena una commedia degli equivoci popolata di indimenticabili protagonisti, densa di umorismo e umanità. Per la prima volta Paolo Nori si misura con il giallo, passando dal racconto in prima persona a quello in terza, e orchestrando una sinfonia di voci e personaggi nello stile inconfondibile che i suoi lettori hanno ormai imparato a conoscere e amare.
Dopo il diploma in ragioneria ha lavorato in Algeria, Iraq e Francia. Tornato in Italia ha conseguito la laurea in Lingua e Letteratura Russa presso l'Università di Parma, con una tesi sulla poesia di Velimir Chlebnikov. Ha quindi esercitato per un certo tempo l'attività di traduttore di manuali tecnici dal russo part time. Alla redazione de Il semplice conosce Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Ugo Cornia, Daniele Benati, con i quali collabora per anni, cominciando a pubblicare i suoi scritti fortemente influenzati dalle avanguardie russe ed emiliane. È fondatore e redattore della rivista L'Accalappiacani, edita da DeriveApprodi. Collabora con alcuni quotidiani tra cui Il Manifesto, Libero, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
Che dispiacere..il dispiacere è stato che a un certo punto questo libro è finito. Io l’ho trovato bellissimo: il modo in cui è scritto, il costrutto delle frasi in quel modo che neanche saprei definire; e uno schema di capitoli corti, brevi, agili che all’inizio sembra quasi non abbiamo serietà, e invece dietro c’è anche una trama e una storia, un thriller, che si dipana tra personaggi curiosi e talvolta coloriti.
Se mi avessero detto che un giorno Paolo Nori avrebbe scritto un giallo, io non ci avrei mai creduto, che Paolo Nori avrebbe scritto un giallo, anche se, tante volte, aveva detto che il romanzo che gli aveva cambiato la vita, e che gli aveva fatto nascere l'amore per gli scrittori russi, era Delitto e castigo, e questo l'ha raccontato bene in un altro suo bel libro che si chiama Sanguina ancora, dove parla di Dostoevskij e di tanta altra roba russa; e insomma, Delitto e castigo non sembra un giallo, ma alla fine lo è, un giallo, eccome se lo è.
Che dispiacere è il primo giallo di Paolo Nori, che di libri ne ha scritti tanti, e si fatica a stargli dietro, a Paolo Nori, che sembra li scriva tutti uguali, questi libri, tutti così, con questa scrittura che riprende il parlato; ma se uno li legge bene, questi libri, alla fine si accorge che non sono tutti uguali. Che poi non c'è nulla di male, mi vien da dire, a scriver dei libri che son tutti uguali, perché, non mi ricordo chi lo disse, i migliori scrittori scrivono sempre lo stesso libro, e Paolo Nori è uno di questi qua, che scrive sempre lo stesso libro, e arrivi in fondo che poi, questo libro, ti piace sempre, e non si sa bene come fa, a fartelo piacere sempre.
"Che dispiacere" è il nome di un giornale pubblicato dal protagonista del giallo, Bernardo Barigazzi, uno scrittore che si è stancato, di fare lo scrittore, e allora si mette a fare il giornalista sportivo sotto pseudomimo: Ivan Piri è lo pseudonimo di Barigazzi, che, insieme a tanta gente, per esempio, alla sua amica Susanna, che scrive sul giornale col nome Iris Toranti, fa uscire "Che dispiacere" solo quando perde la Juventus. E a me, mi è venuto da pensare, già piace questa idea qui, che poi diventa il motivo che scatena il racconto giallo, che non si può dire come, perché altrimenti lo si rovina, il giallo.
Un'altra cosa importante è che qui Paolo Nori, per la prima volta, scrive in terza persona, ma ogni tanto fa sentire anche la sua voce di narratore, perché comunque ci tiene, secondo me, a dire io e a far dei commenti; non ne può fare a meno, di far commenti, Paolo Nori.
E poi, ecco, un'altra cosa bella, in questo libro, è che ci sono tanti bei personaggi, e si ride, si ride molto, e poi ti rendi conto che Paolo Nori, che prima non l'aveva mai scritto, un giallo, non è meno bravo dei giallisti da classifica, anzi, forse è meglio, mi vien da dire. Per me lui questo romanzo, come altri suoi, l'ha scritto per divertimento, e lui te lo fa sentire, il divertimento, come ti fa sentire sempre la sua voce, che uno poi ci prova a rifarla, sempre per divertimento, questa voce, che pare facile, ma non lo è mica, rifare questa voce.
Non è facile nemmeno scrivere un giallo, e meno ancora scriverlo così, un giallo, e dargli questo ritmo qui, con questa scrittura che poi non ti si stacca di dosso, e io, ecco, non lo so, alla fine mi vien voglia di abbracciarlo, Paolo Nori, e farei come quelli che lo fermano sugli autobus a Bologna, e quando lo fermano gli chiedono se per favore continua a scrivere dei libri. Lui per ora continua, mi pare, a scriverli, e bisogna esser contenti, se Paolo Nori pubblica dei libri, che non son mica tutti capolavori, 'sti libri qua.
Ma non ci son solo i capolavori, penso, e quelli li leggi dopo aver letto Paolo Nori; e spesso, è vero, sono russi, e quindi, ora finisco, per me è una cosa mica banale, leggere un libro che te ne fa leggere altri, di libri, ancora di più se son capolavori; e anche per questo bisogna ringraziarlo, Paolo Nori, che è di Parma ma abita a Casalecchio di Reno, che a volte scrive i suoi libri, e, altre volte, traduce i libri degli altri, e lo pagano, per carità, lui ci vive, con i libri, però, secondo me, ci si diverte sempre, e ti fa divertire anche quando ti fa stare un po' di merda; e anche questa cosa qui, di farti ridere e piangere insieme, mi vien da dire, non riesce mica a tutti, no, non riesce mica a tutti.
Non so vi è mai capitato di passare al Bar Bulgarelli, dove lavora Marzia. Beh, se state girando per Bologna e arrivate nei pressi, li troverete ancora là a parlare i personaggi che andrò a presentarvi; sicuramente c’è chi proverà a spiegarvi i benefici (😂) dell’Aloe vera, aggiungendo aneddoti sull’arresto che con ogni probabilità, da bocca a bocca, avrà avuto un risvolto epocale; per non contare le copie di “Che dispiacere” a riempire i tavolini del bar, viste le ultime sconfitte della Juventus. Immaginate le beffe su Ronaldo che si è visto soffiare la scarpetta da Immobile, e ha pure sbagliato un rigore o due. Ok, il nono scudetto se l’è portato a casa la vecchia Signora, ma vorrei tanto che uno di voi riuscisse a fornirmi gli ultimi articoli di Ivan Piri. Come chi è Ivan Piri? Non sapete chi è Ivan Piri? Scusate, ma dove vivete? Vi dico che è uno pseudonimo, e sulla vera identità si tirano congetture anche davanti al bancone, ma alla fine il segreto di pulcinella viene a galla insieme a tutta la storia. Chi me l’ha raccontata? Ma ve l’ho detto, quando si vive in una piccola comunità (alla fine un quartiere è questo, anche se parliamo di Bologna), ci si conosce, si sparla, si addita, si fanno congetture… rischiando di mandare in galera un innocente! Mettetevi seduti, vi porto un caffè e ne parliamo.
Bernardo Barigazzi è rimasto – ahimé – solo, un cuore libero e una testa piena di pensieri grazie a un’adolescente che gironzola per casa. Spesso scende al bar, si intrattiene con i vicini e soprattutto trova una certa “affinità” con Mancino, sì sì quell’ascolano con le idee un po’ confuse. Perdonatemi, ma essendo un mio corregionale, anche se non è tutto sto granché simpatico, regaliamogli un momento di gloria. Insomma, cosa hanno in comune? Barigazzi è uno scrittore con una ventina di romanzi all’attivo ma vorrebbe fare il giornalista; Mancino è giornalista ma vorrebbe fare lo scrittore. Lo so cosa state pensando: “chi c’ha ‘l pane non c’ha i denti”. Eppure la storia è questa e nel chiacchiericcio dentro e fuori al bar, si scambiano dubbi e consigli… anche se nessuno sa, che in realtà, Barigazzi il sogno di diventare giornalista l’ha realizzato creando con una stimata collega, Che dispiacere! Non vi devo ripetere che qui si sparla delle partite perse dalla Juve,vero? Insomma un giornale che accontenta e scontenta, che fa ridere e fa piangere, o adirare ben bene. Eppure oltre ad avere tutti i difetti del mondo, che sono Juventina e simpatizzo nonostante tutto per gli ascolani (perché la regione Marche è bella tutta, soprattutto per i suoi mille dialetti!), amo all’infinito Barigazzi. Lo so che non dovrei fare la terza incomoda, ma alla fine Bernardo con Marzia – entra ed esci dalla questura, vai qui, vai là, fai i compiti… e che cavolo! – c’è uscito? Vi ricordo che lei non vuole tutto il maiale, le interessa solo una parte…
Chiedo immensamente scusa al grandissimo Paolo Nori, ma quando mi sento imbarazzata non mi chiudo a riccio, ma faccio scemate; e ho abusato della mia penna virtuale imbrattando sta pagina messa a disposizione dal web. Ricominciamo…
Cari lettori, ho terminato qualche giorno fa la lettura di Che dispiacere, ed è stato un dispiacere unico finire questo romanzo. La bellezza straripa subito, attraverso le voci – indirette – di tutti i personaggi, che con i loro stralci di vita vi vengono presentati, in tutto il loro splendore e pieni di difetti: un spaccato di vita vera. Mi ricorda quegli anni che si andava meno di fretta, ‘80/’90. Se non avevi un bancone con dietro una Marzia, ti inventavi una chiacchiera fuori dal portone di casa con i vicini, due birre, una bibita e tutto ciò che si poteva improvvisare pur di stare insieme e s-parlare. Paolo Nori ci porta nella sua Emilia, in particolar modo a Bologna. Ci accompagna ovunque come un vero Cicerone e ci mostra la vita reale, no artefatta dal lusso; ci porta nel quotidiano, tra problemi di comunicazione di un marito e una moglie, o con un figlio. Ci racconta di due ragazze agli antipodi, come Marzia e la sua coinquilina; ci mostra i piccoli trionfi tecnologici di un settantenne in pensione… Potrei farvi tanti esempi senza spoilerare, vista la maestria dell’autore nel muovere i suoi personaggi sulla scena. Magistrale a incastrare nel tutto nientemeno che un omicidio. I risvolti saranno complicati, incomprensibili al principio, illuminanti poi… non solo perché vi troverete faccia a faccia con l’assassino. Paolo Nori ha creato una fitta trama di relazioni dove ha incastrato alla perfezione una storia senza crepe, senza difetti, usando un linguaggio che contribuirà a stupirvi e che come fa un martello pneumatico, vi inciderà nella memoria ogni istante. Brillante, ironica, arguta e semplicemente indimenticabile la penna di Paolo Nori. Prometto che se passerò per Bologna, lascerò una rosa nel punto in cui Togliatti se n’è andata…
Ci sono argomenti che uno scrittore che vuole fare il giornalista sportivo non dovrebbe toccare, nemmeno sotto pseudonimo. Se no, sono casini. Ciò potrebbe portare a grossi "dispiaceri" e alcuni di questi "dispiaceri" potrebbero colpire alcuni personaggi ma, dal paragrafo 1.8 in avanti, che si chiama appunto "Che dispiacere", il "dispiacere" diventa una condizione empatica per tanti altri (facciamo una buona percentuale di popolazione italiana) che, come dice il proverbio "mal comune, mezzo gaudio", il "dispiacere" diventa godimento collettivo, ma senza cattiveria, intendiamoci, perché quella percentuale di popolazione italiana ama lo sport e non vuole il male di nessuno. Tanto meno dello scrittore che vuole fare il giornalista sportivo che, per varie ragioni molto incasinate, si è indotti a fare il tifo per lui, almeno io sì.
-Tutto questo detto per non fare spoiling, ma è stato faticoso trattenersi.-
Torna in libreria la penna di Paolo Nori, con un romanzo anomalo perché scritto in terza persona. Il suo protagonista questa volta è Bernardo Barigazzi, uno scrittore di professione che saltuariamente si diletta a fare il giornalista sotto pseudonimo: la sua creazione è una piccola testata dal titolo “Che dispiacere” ed esce in edicola solo il giorno seguente ad ogni sconfitta della Juventus. Quando però ti spingi forse troppo in là ecco che il beffardo destino potrebbe ritorcersi contro ed è proprio a causa della sua valvola di sfogo che Barigazzi viene impigliato nel caso di un omicidio di un giovane ultras della Vecchia Signora. Insieme a lui troviamo un commissario di polizia che ama il sudoku, un agente che arriva dalle scuole alberghiere e un pensionato che invece di godersi la vita cerca in tutti i modi di metterla a repentaglio. Personaggi realistici che si trovano ad essere detective improvvisati. Un’indagine dissacrante dall’elevatissimo tasso di humor.
In pieno stile ironico, geniale e satirico, Paolo Nori scrive un romanzo in cui la trama passa sicuramente in secondo piano e viene utilizzata come tela di Arianna per denunciare, con la giusta dose di sdrammatizzazione, il mondo malato del calcio. Quello legato alle scommesse e alle mazzette, ai sotterfugi delle società grandi e piccole per spartirsi punti e vittorie che consentirebbero loro di raggiungere salvezze e piazzamenti nelle competizioni. Nori lo fa con uno stile del tutto personale, impossibile da non riconoscere per chi è abituato a leggere i suoi libri. Il suo Bernardo è un uomo disilluso, e a tratti tonto, che celebra i suoi piccoli successi quotidiani come una la vittoria di uno scudetto: cucinare un piatto di pasta piuttosto che acquistare un cellulare di ultima generazione. Impossibile immaginarselo come un assassino efferato, a sangue freddo. Una prima metà sottotono lascia spazio ad una conclusione rocambolesca e frenetica; non si riesce quasi a stare dietro al ritmo del romanzo se non con andatura di corsa ben sostenuta. Si arriva alla fine sudati ma con un grande sorriso sulle labbra perché l’elemento burlesco non lascia mai il lettore e ci si ritrova a sogghignare ad ogni pagina. Dialoghi semplici e spicci scritti in lingua domestica, che possono sembrare quasi sconclusionati ma che nascondo un artefatto letterario preciso: utilizzare la ripetizione per conferirgli un carattere compulsivo e ossessivo.
Un linguaggio innovativo che mette l’accento su un ritmo incalzante. E di domestico c’è anche l’ambientazione: una Bologna bellissima e terra terra, con la Coop, l’Osteria della trottola e le piazze descritte così come sono vissute nella quotidianità. Insomma, un romanzo giallo diverso, che trasuda umorismo e che ricalca poco di ciò che offre oggi il mercato letterario.
Questo libro per me è un grande interrogativo: se la firma fosse stata non Paolo Nori ma Ivan Piri sarebbe stato così osannato? Non tanto che dispiacere quanto che delusione.
La trama in sé è scarna e la prosa fintamente terra terra deve piacere (a me infatti non piace), per non parlare delle ripetizioni di frasi e periodi che allungano il libro di una buona ventina di pagine.
Sono belle e immersive le descrizioni di Bologna, e i capitoli che si aprono e chiudono come fossero scene a teatro passando da un personaggio all'altro. Per il resto, per me non si salva quasi nulla.
Di Nori preferisco di gran lunga i libri a tema russo e le traduzioni, e questo penso sarà l'ultimo dei suoi libri esterni a queste categorie che leggo. Che dispiacere!
https://labibliotecadellibraio.blogsp... 3 1/2 letto e recensito da Iaia Che dispiacere è il titolo di un giornale sportivo che viene pubblicato soltanto quando la Juve perde. Il giornalista, Ivan Piri, è lo pseudonimo di Bernardo Barigazzi che come mestiere fa lo scrittore. Quest'uomo, vedovo da 3 mesi e che convive con la figlia quindicenne, è una persona tranquilla che si fa gli affari suoi senza disturbare nessuno. Ha una simpatia verso una donna che lavora in un bar, ma nonostante le buone intenzioni ogni volta che si mettono d'accordo per vedersi, succede sempre un inghippo che fa spostare i loro incontri. Un giorno viene trovato il cadavere di un ultrà della Juventus e per una serie di circostanze la Polizia vuole interrogare Barigazzi e così lo porta alla Centrale per avere spiegazioni sul suo alibi. Tutto si chiarirà.
A dire il vero non ho ancora capito se questo libro mi sia piaciuto. E' scritto in modo particolare, che da un lato è divertente e dall'altro meno. In pratica i dialoghi e le spiegazioni sono scritti come se l'autore fosse seduto ad un tavolino al bar e raccontasse la storia ai suoi amici. Molti incisi, ripetizioni e pensieri un po' assurdi. Posso dire che è un modo di narrare originale e sono sicura che a molte persone piace, ma questo tipo di scrittura non l'ho ancora digerita e quindi sono ancora indecisa.
Dopo aver letto il primo romanzo di Paolo Nori, mi sono ripromesso di leggere tutti gli altri, uno al mese. Oggi però è solo l'undici di gennaio e non so se resisterò fino al primo febbraio, per leggerne un altro.
"Che dispiacere" è diverso dagli altri: è un giallo (gli altri non lo erano e forse nemmeno questo lo è) ed è scritto in terza persona (tutti gli altri erano scritti in prima persona), ma la prosa è la stessa e ci si affeziona ai personaggi prima ancora di sapere quello che succede nel libro.
Chiosando la convinzione che la cosa importante non è cosa si scrive, ma come si scrive, per quanto mi riguarda, Paolo Nori potrebbe scrivere anche un romantico sad hot girl, una saga familiare storica o un distopico di fantascienza che il risultato sarebbe sempre lo stesso, ovvero quello di correre in biblioteca a cercarne subito un altro.
Divertono i suoi personaggi, mente la trama thriller rimane ad un livello molto superficie - un utile innesco per descrivere rapporti alle volte così concreti da somigliare a pezzi di cronaca, o stralci di intercettazioni carpite al bar.
In questo libro il ritmo narrativo - zeppo di incisi e di subordinate - sfida l’azione e l’indagine, e riesce nell’intento di spingere il lettore ad incuriosirsi alle vite dei personaggi, più che ai fatti che li portano di incontrarsi e a interagire.
L’ho portato sotto l’ombrellone assieme a qualche secchio di radler: connubio perfetto.
“Lui che, quando glielo chiedevano, ne parlava sempre benissimo, pubblicamente, del suo mestiere, lo scrittore, dentro di sé, nelle sue viscere, se così si può dire, dopo vent’anni che lo faceva, cominciava un po’ a montargli su per una braga, il suo mestiere, far lo scrittore. E gli era montato talmente tanto, su per una braga, che, da un anno e mezzo, aveva cominciato a fare un altro mestiere: si era messo a fare il giornalista sportivo. Anche se non lo sapeva quasi nessuno.”
Che delizia, dico io. Quest'uomo è il Picasso delle virgole, lo amo immensamente. "Che essere fieri di sé, lui faceva fatica a capire il motivo, per cui si doveva essere fieri di sé. Lui, com'era lui, lui credeva di avere un debole, per sé. Che se avesse conosciuto uno che faceva le cose che faceva lui e non fosse stato lui, lui credeva che gli sarebbe stato sui coglioni, uno così, che probabilmente non gli avrebbe rivolto la parola neanche per sbaglio".
"Lui lo sapeva che se aveva l’impressione che le cose andassero bene, c’era qualcosa che non andava, allora faceva finta di avere l’impressione che le cose andassero male che così era tranquillo." (p. 138)