In un mondo non troppo diverso dal nostro, dominato dalla tecnologia e da un clima imprevedibile, la scienza ha finalmente stabilito che criminali si nasce: il gene C, responsabile della violenza nei comportamenti, è stato individuato e grazie al controllo delle nascite imposto dalla legge la società è ormai pacificata. La scienziata Elisabetta Russo, che ha contribuito alla rivoluzionaria scoperta, non nutre dubbi sulle pratiche di selezione genetica del governo, nonostante le proteste degli oppositori. A venticinque anni dall’entrata in vigore della legge Genesi, però, una serie di eventi drammatici scuote le sue certezze mettendo in pericolo la sua stessa vita. Ed è soltanto grazie alla premura di Nghele e all’amore del giovane Lionel che Elisabetta trova il coraggio di ribellarsi alle regole e ai limiti che lei stessa si è imposta.
Dopo Preludio a un bacio,Tony Laudadio torna con una favola distopica che, immaginando un futuro vicino nel tempo, si interroga sul nostro presente in cerca della perfezione a ogni costo. E ci insegna che le scelte di libertà e amore sono le uniche capaci di vincere la paura e segnare la strada che porta alla felicità.
Per chi sogna un futuro in cui le auto si guidano da sole, per chi ha riletto una poesia di Montale di cui ricordava solo pochi versi, per chi ascolta il tintinnio di un acchiappasogni in veranda, e per il mistero della rosa blu, che obbedisce all’artificio della bellezza, ma conserva in sé la ribellione della natura.
Tony Laudadio, formatosi alla Bottega di Gassman, è attore di teatro e di cinema (Risi, Moretti, Sorrentino) ed è autore di testi teatrali e di opere letterarie. I suoi romanzi Esco (2012) e Come un chiodo nel muro (2013) sono editi da Bompiani.
Il blu delle rose in natura non esiste. E per avere la rosa del colore cantato da Zarrillo è necessaria una modificazione genetica, l’intervento umano. Sono belle le rose blu? Sono necessarie? Non lo so, nemmeno Elisabetta Russo lo sa. Ma sa che quando era una studentessa la sua scelta di studiare genetica è dipesa proprio da quel blu e da come si era arrivati ad ottenerlo. E sa che è grazie alle sue scoperte che l’umanità del 2047 vive in un clima di tranquillità e benessere con un tasso di criminalità ridotto al minimo (criminalità abbattuta del 73 %) : lei e il suo team vent’anni prima avevano scoperto il gene C, quello che determina comportamenti criminali e avevano capito come scovarlo già nell’embrione. Ne era seguito un dibattito, un referendum e una legge “Genesi” che obbligava le madri ad abortire nei casi in cui il feto presentasse il gene “difettoso”.
Elisabetta è una donna che non ha mai dubitato di sé e dei risultati ottenuti, convinta di operare per il bene, per il progresso e per una società migliore. Non c’è una crepa nell’anima della scienziata. Almeno fino a quando non subisce un attentato da parte di un’estremista appartenente al gruppo “Erode” che la accusa di non aver idea di quali siano le vere implicazioni delle loro ricerche: ha mai dovuto perdere un figlio lei, solo perché aveva il gene C? E poco dopo riceve una chiamata da un ex collega, che la prega di vedersi il prima possibile perché gli resta tempo e deve metterla al corrente di qualcosa di importante. Quel qualcosa, unito all’arrivo di Lionel e all’attentato, sarà come un terremoto interiore e di crepe ne nasceranno tante. Starà a lei decidere se quelle crepe saranno un terreno fertile per la vita- una nuova vita- o richiuderle e rimettersi a lavorare per la META, l’organizzazione che da anni lavora sulla ricerca genetica. E non sarà facile decidere perché, come presto si renderà conto, l’assenza di criminalità ha portato ad un’assenza ancora più grande: quella della libertà. Di essere sé stessi, di essere diversi.
Bel romanzo distopico ambientato a quasi un trentennio dai giorni nostri, e che traccia uno scenario non poi così improbabile (e questo lo rende molto, molto angosciante). Leggerlo è stato come immergersi in un mare di bianco, accecante, asettico. Bianco è il colore che su tutti predomina, con qualche sfumatura di beige. Il nero non esiste quasi più, parafrasando una poesia di Montale più volte ripresa nel libro, così come non esistono veri e propri contrasti. La vita è molto più tranquilla, ma anche più piatta, meno spontanea e creativa. Tutto è robotizzato, tracciato, controllato (ma che motivo c’è se i crimini sono pressoché nulli?); apparentemente per semplificare la vita e renderla più comoda e sicura. ma è davvero così? e cosa siamo disposti a dare in cambio di un benessere ovattato? È giusto eliminare qualcosa/qualcuno perché potenzialmente pericoloso? Quali devono essere i limiti della scienza? Nel romanzo c’è un bel dibattito al riguardo. E forse la storia di Elisabetta è il tentativo di trovare le risposte.
Lo stile narrativo è molto scorrevole e ho adorato i titoli dei capitoli che sono il riflesso di ciò che vive la protagonista, ma che possono essere letti come una poesia, una preghiera, un consiglio per il lettore, per un abitante del 2047 o per quelli che verranno dopo.
Molto interessante davvero! Il mio voto è 4 stelle: una bella scoperta! Leggetelo se avete letto e vi eran piaciuti: 1984, Fahrenheit 451, la fattoria degli animali, ll mondo nuovo (solo per citarne alcuni) Buone letture e alla prossima!
Uno degli interrogativi più contraddittori della storia dell’umanità, “L’uomo nasce o diventa cattivo?”, probabilmente è uno degli spunti da cui Tony Laudadio è partito per il suo nuovo lavoro. Lo scrittore infatti, nel suo ultimo libro, dà vita a una trama distopica che riguarda la natura umana: narra di un mondo dove la malvagità delle persone viene eliminata. Ma qual è il prezzo che siamo disposti a pagare per una società perfetta?
“A volte anche il dolore torna utile.”
L’autore ci trasporta in una società italiana futuristica e sottopopolata, quasi artefatta. I veicoli viaggiano sospesi, i forti cambiamenti climatici influenzano le persone, si comunica tramite PC e ologrammi, gli affetti sono da ricostruire e la modificazione genetica è all’ordine del giorno. La gente si mantiene sempre giovane, l’estetica è una sicurezza, e si può scegliere come avere un figlio: se alto o magro, con occhi chiari, biondo o moro, e così via.
In uno sfondo prettamente scientifico, Laudadio sceglie di ambientare gli eventi. Siamo prossimi al 2050: la scoperta più rivoluzionaria e clamorosa è stata quella del “gene C”, ma non possiamo parlare di questo senza nominare la genetista Elisabetta Russo, nonché protagonista ed eroina della storia.
Il “gene C” o anche “gene criminale” è la dimostrazione scientifica del perché si delinque. In seguito a questa rivelazione entra in vigore la “legge Genesi”: essa consiste nel giustiziare, in seguito a un test, le persone che hanno il gene, pur non avendo commesso reato.
Si tratta pertanto di una pulizia sociale, un vero sconvolgimento per la specie umana: anche le gravidanze vengono interrotte dopo aver eseguito l’esame del gene, confermando il pensiero che “criminali si nasce”.
Una soluzione definitiva e alquanto drastica, con la quale non tutti concordano. Diversi gruppi di oppositori, tra i quali “Erode”, insorgono: ribellarsi però è reso vano. La “legge Genesi” parla chiaro: all’interno delle città silenziose e delle abitazioni protette dall’esterno, si vive in uno stato di benessere e serenità mai esistito prima.
La Dottoressa Russo tuttavia, nel corso delle sue vicissitudini, si ritrova a dubitare di un ideale da lei creato. In preda all’imprevedibilità, sconvolge la sua vita, si appropria di una libertà che la svincola dai dispositivi elettronici, riempiendo la sua mente di domande. Molte senza risposta.
“Cos’era questa felicità? In che consisteva? Si faceva domande assurde negli ultimi tempi. Specialmente sull’amore. Aveva sempre ritenuto l’amore la conseguenza della pigrizia dell’animo umano, il desidero di un comodo appoggio alla propria solitudine …”
Tony Laudadio, attore e autore di testi teatrali e letterari, con “Il blu delle rose” dimostra un’ottima abilità nell’arte scrittoria. Senza lasciare nulla al caso, combina agevolmente gli spazi temporali in cui la vita della protagonista si incastra alla perfezione con quella dei personaggi a lei affiancati. Inoltre, la descrizione del carattere e dei relativi stati d’animo di ogni soggetto rende la vicenda più credibile.
La narrazione è congeniale: le situazioni avveniristiche si intersecano con naturalezza a quelle attuali, a fatti di cronaca odierni. Interessanti sono i titoli di ciascun capitolo, che sembrano dare adito a un percorso di crescita personale.
Laudadio con ‘Il blu delle rose’, edito da NN, ci riserva un finale inaspettato, sospeso, che il lettore può interpretare a suo modo. Il libro dalla realtà distopica presenta una scrittura fluida e a tratti poetica, che lascia riflettere su molti argomenti. Vivremo momenti di tensione alternati alla capacità di imparare a guardare la stessa circostanza da un punto di vista diverso, per trarne una soluzione alternativa.
Laudadio tra le righe prova a spiegare la società contemporanea: mediante una vivida consapevolezza, ci rende partecipi dei nostri comportamenti, spingendoci al pensiero di quanto gli apparecchi elettronici limitino le vite, mentre la natura stimola al semplice contatto con se stessi, senza controllo alcuno.
Dove arriveremo per colpa del nostro narcisismo, della nostra superiorità e dall’uso sfrenato della tecnologia?
Finora non ho letto molti distopici ma ogni volta l'angoscia mi assale durante e dopo la lettura. Spero proprio che il 2047, anno in cui è ambientata la storia, non assomigli a quello descritto qui. Non so perché ma questa recensione è più difficile del solito. Scrivo e cancello di continuo, i pensieri si susseguono ma non vanno bene. Elisabetta Russo è la protagonista della storia, una famosa genetista che anni prima aveva preso parte ad una scoperta rivoluzionaria. La scoperta del gene C, il gene responsabile della tendenza ad essere violenti e quindi a delinquere. Da quella scoperta venne introdotta la legge genesi, che comporta una selezione prenatale con l'aborto dei feti con il gene incriminato. Fino a quel momento nessun dubbio sull'efficacia di questa legge, dato che la criminalità è diminuita drasticamente. Qualcuno questo dubbio lo ha, l'ex collega di Elisabetta, che la contatta e la fa riflettere, instillando in lei dei dubbi che non l'avevano sfiorata fino a quel momento. E un dubbio che viene anche a noi che leggiamo. O per lo meno è venuto a me. La genetica è indubbiamente utile ma fino a che punto è giusto utilizzarla? Come avviene nel libro, come si sa che non si sono eliminati futuri artisti, scienziati o solo semplici persone che avrebbero vissuto tranquillamente la loro vita? L'ambiente che li circonda, le famiglie, come mai non vengono presi in considerazione? Questi dubbi colgono Elisabetta, specialmente dopo la scoperta di una inaspettata gravidanza, con un feto col gene C. La reazione è sorprendente e... poi diventa un po' esagerata, l'amore per il nipote di Nghele è, forse, un tantino esagerata. Nella storia altre problematiche sono trattate, come le migrazioni, il clima stravolto, una società molto standardizzata e asettica, quasi fredda. Per questo spero proprio che non arriveremo a tanto!
Iniziato molto bene, molto intrigante; ma da metà (circa) ho trovato che abbia un po' perso di senso: i personaggi cambiano carattere in modo radicale e improvviso, accadono cose importanti ma liquidate in poche righe. Forse, se i fatti e i cambiamenti avvenuti nella seconda metà, fossero stati approfonditi meglio con più pagine, sarebbe risultato più sensato...
Non sono un'amante della letteratura italiana, piego la testa e mi cospargo il capo di cenere. Se non fosse per una scelta "obbligata" in un contesto di gioco non avrei mai letto questo libro e sicuramente avrei perso un qualcosa che mi è piaciuto. Un'opera distopica in un futuro non così lontano e non cos' irrealizzabile, tutto sommato. Che all'inizio piace. Tanto. Un mondo dove la criminalità è scomparsa quasi del tutto è un mondo che sembra utopistico. Bisogna andare oltre per capire come sia stato possibile un traguardo simile. Ed è qui che tutto cambia scivolando in un discorso morale che va di pari passo con la narrazione. Impossibile scindere i due ambiti del resto. Elisabetta è colei a cui si deve la scoperta del Gene C, il gene della cattiveria. Quindi ecco che nasce già il primo colpo di scena. Cattivi lo si nasce . Il che, di per se, pare quasi voler giustificare tutti i "mostri" del nostro passato con un'alzata di spalle e una pacca con un "no dai, non potevi fare diversamente". E , nello stesso momento, d fronte a questo vittimismo alternativo (i cattivi non sono vittime di questo gene cattivo?) pare scorrere di pari passo una sorta di consolazione perché l'idea che nessuno possa essere realmente partecipe dello sviluppo di un mostro è, di per sé , consolante. Cosa succede allora? Basta operare in tempo utile per individuare il gene-C nei feti ai primi stadi di gravidanza e boom, eliminarli. Semplice, no? Elisabetta è una donna decisa, sicura, protegge quanto ha scoperto cntro chi la osteggia, quella parte di società sommersa che lotta per eliminare la legge Genesi che obbliga all'aborto. Perché se è vero che un gene-C è presente nessuno può effettivamente sapere come si svilupperà l'essere umano. E allora questo pare sconfessare del tutto il dogma iniziale "Cattivi si nasce non si diventa". Ma come? Perché, in realtà, è impossibile dare una risposta certa. LA verità è nel mezzo? Forse neanche quello ma di certo con i cattivi ci conviveremo ancora molto tempo. Elisabetta nel corso dell'opera cambia opinione. Viene posta di fronte ad evidenze che le fanno cambiare idea. Però deve essere colpita sul personale per compiere i passi più radicali E non ho ancora capito se questo dover sempre subire in prima persona per cambiare mi è piaciuto o se avrei sperato in una maturazione più complessa e matura di se che prescindesse da altro. Un libro che tornerò a leggere, però. Perché non l'h' ancora maturato per bene dentro di me.
“Siamo sicuri che il bene sia l’assenza del male?” Credo che questo interrogativo che si pone la protagonista del romanzo riassuma tutto il significato di questo romanzo distopico, che poi tanto distopico secondo me non è, infatti sono molto evidenti infatti i richiami alla situazione sanitaria in cui stiamo vivendo da oltre un anno e mezzo e che a mio avviso è ben lungi dall’essere risolta (“Qualcuno si è spinto a proporre di uccidere anche gli adulti portatori del gene C, ma a noi è sempre parso eccessivo, il nostro governo tutela la libertà individuale e la vita, quindi non arriveremo mai a un simile estremismo. Meglio piuttosto affidarsi a qualche lieve correttivo medicinale”, basta sostituire gene C con covid-19 e il gioco è fatto). Ma questo stesso interrogativo si presta anche ad una riflessione un po’ più profonda e va a toccare quella che è l’essenza dell’uomo e cioè un miscuglio di bene e di male indistinguibile e imprescindibile; come dice il dott. Alberti, il vero scopritore del gene C e maestro di Elisabetta, se assieme al feto portatore del gene C si buttasse via anche un futuro artista, poeta, scienziato? Cosa ne sarebbe un giorno dell’umanità privata di individui geniali? L’uomo ha sempre avuto questa mania del controllo e della selezione artificiale delle specie animali e vegetali, spesso con risultati tutt’altro che soddisfacenti, perciò vogliamo davvero che continui su questa via (ormai nemmeno più tanto fantascientifica), passando all’intervento genetico diretto sugli esseri umani? Forse siamo ancora in tempo per fermare gli “scienziati pazzi” che stanno già allungando i loro tentacoli oppure lasciamo che sia la Natura, lenta ma inesorabile, ad imporci la sua Legge. Concludendo posso dire quindi che il romanzo merita di essere letto per la tematica trattata, ma solo per questa; purtroppo pecca nello stile troppo semplice e soprattutto nella descrizione dei personaggi che risultano troppo piatti e prevedibili.
Ho gradito molto la trama di questo libro, soprattutto perchè adoro i romanzi distopici. In un futuro nel quale è stato isolato il gene C che provoca comportamenti criminali, le madri sono costrette ad abortire se nel feto viene riscontrata questa "anomalia". La storia è incentrata sulle vicende della scienziata che ha isolato questo gene e che ha proposto di creare la legge Genesi che è un vero e proprio tentativo di pulizia genetica. La storia offre molti spunti di riflessione, ad esempio sui pregiudizi (è giusto etichettare una persona come criminale solo per la presenza di un certo gene nel suo DNA?). Viene poi esaminato il caso di azioni terribili eseguite in buona fede, che però con il tempo presentano il conto. Inoltre si parla di immigrazione clandestina, di manipolazioni genetiche, di inquinamento e tanto altro. Il problema è, a mio avviso, la scrittura. Il libro sembra scritto da un autore che si è autofinanziato e non da uno scrittore professionista (che tra l'altro penso sia anche attore e autore di teatro). Alcuni dialoghi sono davvero disarmanti per la banalità e anche le descrizioni del paesaggio a volte sembrano uscite dal tema di un tredicenne. Quindi, buono l'intento, un po' scarsa l'esecuzione.
3 stelle per un romanzo distopico tutto italiano, in cui la premessa è che negli anni 20 del 2000, in Italia, è stato scoperto il gene C, il gene che causa comportamenti violenti e criminali. L'aborto dei feti con il gene C è diventato obbligatorio e il mondo vive meglio... O forse no?
In questo romanzo c'è tutto : analisi della morale, critica sociale, questione etica, condanna del razzismo... Tutto. È un libro denso per i temi che lo incorniciano, accattivante per il tempo in cui è ambientato.
Ho apprezzato tantissimo il tentativo dell'autore di inserire i temi più sentiti, soprattutto visto il periodo storico in cui viviamo, e di dare tanti spunti di riflessione, tuttavia a mio parere questa profusione di temi danneggia un po' la storia. I dialoghi risultano poco naturali, l'evoluzione dei personaggi anche : ci sarebbe voluto più tempo, ci sarebbero volute più pagine o forse, ci sarebbe voluto un medium diverso. Il blu delle rose è una serie che vedrei volentieri. Magari, chissà...
Non sono un amante dei distopici, perciò sono di parte e poco obiettiva, e soprattutto troppo razionale per apprezzare un libro per me inverosimile, comunque cimentarsi con cose nuove a volte non guasta mai. La nostra protagonista è Elisabetta, una sorta di genetista, che in un futuro neanche troppo lontano dal nostro, ha scoperto il Gene C, un gene particolare che chi lo possiede, sicuramente commettera atti illegali o criminosi, perciò viene emanata una legge, che impone l aborto immediato se il feto presenta il gene C. Donna strana Elisabetta, unica donna dell equipe della scoperta, viene contattata da un vecchio scienziato, che le mostra il suo lavoro alquanto macabro, ma che poi in teoria non ha tutti i torti:e se eliminando i feti con gene C, siamo sicuri che non elimineremmo gli eventuali Einstain o Mozart? Imperterrita la nostra Elisabetta è dura come un macigno, ma come di dice: chi la fa, l aspetti!
“Siamo sicuri che il bene sia l’assenza del male?”
Incuriosita dalla trama,soprattutto perchè adoro i romanzi distopici non potevo farmi scappare questo libro.
In un futuro non troppo lontano dal nostro nel quale è stato isolato il gene C che provoca comportamenti criminali, le madri sono costrette ad abortire se nel feto viene riscontrata questa "anomalia". La storia è incentrata sulle vicende della scienziata che ha isolato questo gene e che ha proposto di creare la legge Genesi che è un vero e proprio tentativo di pulizia genetica.
Tutto è robotizzato, tracciato, controllato (ma che motivo c’è se i crimini sono pressoché nulli?); apparentemente per semplificare la vita e renderla più comoda e sicura. ma è davvero così? e cosa siamo disposti a dare in cambio di un benessere ovattato? È giusto eliminare qualcosa/qualcuno perché potenzialmente pericoloso? Quali devono essere i limiti della scienza?
Iniziato molto bene, molto intrigante; mi sono piaciuti tantissimo gli spunti di riflessione sulla morale umana e i tanti punti di domanda ,ma da metà libro in poi ho trovato che si sia un pò perso il senso principale: i personaggi cambiano improvvisamente carattere, accadono cose importanti ma liquidate in poche righe. Forse, se i fatti e i cambiamenti avvenuti nella seconda metà, fossero stati approfonditi meglio con più pagine, sarebbe risultato tutto più sensato.
Un futuro neanche tanto lontano figlio della ricerca genetica e delle scelte politiche-sociali del 2020. Un clima violento. Una società a criminalità quasi azzerata. Questo lo scenario in cui si ambienta e si sviluppa Il blu delle rose. Libro dalla lettura fluida, pregno di spunti di riflessione su tematiche attuali, importanti, vicine al privato di ognuno ed al tempo stesso al collettivo. Un libro che obbliga la coscienza del lettore a guardarsi allo specchio. Trama coinvolgente con una forte spinta emotiva. Mi è piaciuto molto ma avrei apprezzato più profondità su alcuni aspetti. Magari ci sarà un poi...
La storia si svolge in Italia nel 2047 .La protagonista,la Dot.sa Elisabetta Russo mi è piaciuta molto perché è forte, indipendente, caparbia. Nghele mi è piaciuto per il suo atteggiamento nei confronti di Elisabetta, è affettuoso, protettivo e leale.I temi trattati, sia scientifici che tecnologici, li ho trovati molto affascinanti e attuali, però secondo me potevano essere più approfonditi. È un buon dispotico.
Personaggi improbabili e senza spessore, trama piena di buchi e forzata, linguaggio a tratti ‘barocco’… pessima lettura. L’idea era buona e l’unica nota positiva è rappresentata dallo spunto di riflessione sulla morale umana, anche se infarcita di troppa retorica.
Un distopico dalla scrittura estremamente delicata. Storia originale e ben sviluppata, forse troppo affrettata in alcuni punti. Non sono un'amante del lieto fine e dei passaggi troppo stucchevoli, ma nel complesso un ottimo romanzo.
Due e mezzo. L'idea di fondo mi piace, la distopia si regge in piedi....poi però quando Elisabetta così de botto senza senso decide di essere innamorata no.
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