Marta ritorna nelle Marche. Il paese è caldo e confortevole, ci sono le amiche di sempre che ti accolgono e non ti fanno domande, contente che tu sia di nuovo lì con loro. Ci sono il bosco e le sue storie, che continuano lungo le generazioni. Ci sono le badanti straniere, che cambiano ancora prima che tu possa rammentarne il nome perché stare dietro alla nonna malata di Alzheimer è davvero duro, e appena trovano qualcosa di meglio scappano. Anzi, qualche volta scappano anche quando qualcosa di meglio non si vede ancora, perché nonna è peggio di un diaulu. Marta diventa a sua volta una sorta di badante, ritorna al paese per aiutare sua madre a gestire la situazione, la quotidianità capovolta. Si trova ad affrontare una malattia che non brucia veloce in un’esplosione di sofferenza per poi placarsi nella guarigione o nella morte, ma che giorno dopo giorno, per ore che sembrano infinite, lavora a togliere umanità, a farti dimenticare chi era prima, nella sua interezza e nelle sue contraddizioni, quella persona che ora dimentica tutto. E allora Marta ritorna per cercare dignità nelle creature che vivono, amano e soffrono. Ritorna per ricordare, ricordare con sua madre le storie della famiglia, riappropriarsi del passato che la madre di sua madre non ha più e della speranza di un futuro.
Marta Zura-Puntaroni è nata nelle Marche. Vive a Padova. Ha esordito per minimum fax nel 2017 con il romanzo Grande Era Onirica. Il suo secondo romanzo, Noi non abbiamo colpa, è del 2020. L’Olivastro, il suo ultimo libro, è uscito per effequ a Marzo 2023.
L'incipit sfavillante si avvale di una scrittura densa, evocativa, molto elegante, nella quale riverberano nostalgie e malinconie pavesiane. Ne emerge il ritratto delicato e allo stesso tempo potentissimo di un paese delle Marche, teatro della vicenda raccontata. Ma è proprio il cuore del libro che non mi ha coinvolto: la storia è (tristemente) comune senza essere esemplare, anche a causa di uno stile che, dopo le primissime pagine, diventa più frammentario e scarno, a volte semplicistico. Discutibili, a mio avviso, alcune scelte espressive ("la me bambina", "la me feto"). Certi tentativi di 'critica sociale' appaiono goffi (per esempio, secondo l'autrice, il motivo per cui in Italia ci sono molte badanti rumene dipende dal fatto che i loro mariti "non fanno un cazzo": sarebbe interessante chiederlo a tutti i muratori rumeni che per due lire lavorano in nero, senza assicurazione, e magari poi crepano cascando dall'impalcatura e chi s'è visto s'è visto). I personaggi sono fumosi ed evanescenti, così come la protagonista, che fa un non troppo definito lavoro, che le consente di prendere non troppo definite vacanze lunghe, e che ha una non troppo definita laurea in lettere, nonostante preferisca parlare di geni e ormoni. Avrei preferito una storia che parlasse dell'altra nonna (personaggio portentoso e poco sviluppato), oppure dell'amica Sonia, vera eroina contemporanea condannata a rimanere nello sfondo dei ricordi. Non c'è davvero mai una gioia, né un tocco di ironia, in questo romanzo che sembra ancorato a una visione della 'letteratura alta' sinonimo di 'letteratura triste'.
Carlantonia è una donna difficile, una donna d’altri tempi. Carlantonia è la nonna di Marta: Carlantonia è una donna che non ha mai insegnato né alla figlia né alla nipote a cucinare, per esempio, perché faceva tutto lei, perché si riteneva indispensabile. E ora che l’Alzeimer si è impossessato di lei, Carlantonia è in balia delle badanti. E se se ne susseguono tante, nel corso degli anni, è semplicemente perché Carlantonia è difficile da gestire. Questo finché Marta non decise di tornare nel suo paese nelle Marche, per occuparsi della nonna, per ricucire le storie della sua famiglia.
“Adesso voglio considerare Carlantonia una privilegiata e noi delle creature incomplete, limitate: considero lei una specie di arcangelo capace di viaggiare nel tempo, che più si allontana dalle inutili minuzie della vita terrena più apprezza l’universo nella sua interezza. Mentre io sono bloccata qui, in un mondo dove il tempo scorre un secondo al secondo, un minuto al minuto, dove ogni azione è irreversibile, ogni essere umano destinato a invecchiare e perire, nonna resuscita persone morte da anni, mi fa ritornare bambina di pochi mesi, mi trasforma in una delle sue sorelle o in sua madre, mi scambia per zia Cecilia o per Luigino o per Antea, sua figlia, mia madre. Mi trovo a invidiarne il potere di viaggiare nel tempo, nei mondi: evito di starci troppo assieme, perché più la sento parlare al presente di gente defunta o ancora non nata più dubito del mondo in cui mi trovo a vivere ora – mi ripeto le date: quella attuale, quella della mia nascita, quella della nascita di mia sorella, quella della nascita di mia madre, ripeto il mio nome, quello di mia madre, il nome del mio paese: raccolgo tutto quello che di me mi hanno insegnato quand’ero piccola: mi chiamo Marta, ho (mostro due tre quattro dita della mano) così.”
Per certi versi, questo libro mi ha fatto tornare alla mente “Quando tornerò” di Marco Balzano, in cui si parla delle difficoltà delle badanti nell’occuparsi degli anziani. Qui la prospettiva è rovesciata. Marta torna per occuparsi di sua nonna. Marta non delega più. Marta vuole stare con questa donna che è il suo passato, che è la memoria storica, lo scrigno delle storie della sua famiglia.
Marta ribalta la situazione iniziale. E non è vero che se “nonna è andata”, allora non c’è altro da fare. Una cosa resta ancora da fare. Quella del prendersi cura.
“Cosa dobbiamo sperare? Una parte di me vorrebbe lasciar perdere – nulla dipende da noi, noi non abbiamo colpa – è facile ripetere queste parole a mia madre, cercare di rassicurarla e dirle che non poteva fare niente, non c’è cura o rimedio, ormai nonna è andata e siamo tutti costretti nel grande cerchio della vita.”
Quale futuro auguro a me, ai miei? Il rimpianto per la scomparsa prematura o vedere tutto il peggio? - Questa è una delle tante domande che scuote il cuore e il cervello di Marta, protagonista della storia, dopo aver fatto ritorno nel suo paesino natale. Non è proprio una visita di piacere la sua; avrebbe preferito restare in città a coltivare il suo lavoro letterario, a vivere la sua vita in pace, ma non riesce a essere indifferente all’Alzheimer di Carlantonia, sua nonna materna, e al pensiero del peso che grava sulle spalle di sua madre Antea, vista anche la tendenza delle badanti a fuggire in lacrime da questa vecchia, personificazione del “diaulu” (tradotto: diavolo; in parole povere stronza fino al midollo, ma in paese è cosa nota). • Una paesino d’estate, le amiche di sempre, il bosco, il dietro le quinte di una malattia che “lavora a togliere umanità”, le storie di famiglia raccontate per riappropriarsi di un passato che la nonna di Marta oramai ha perso. • “Noi non abbiamo colpa” è un romanzo che mi ha portato in un luogo estraneo facendomelo sentire tanto vicino, dimostrando ancora quanto tutto il mondo sia paese. In queste Marche ho visto la Sardegna delle superstizioni, della medicina dell’occhio, del diaulu che è scritto nella stessa maniera, delle botteghe a credito, della vita sospesa durante la guerra, delle donne forti che lottano coraggiosamente anche contro la morte, ed è stato come entrare in una macchina del tempo e tornare bambina. Una scrittura satura quella di Marta Zura-Puntaroni, magnetica, avvolgente. Lettura splendida. SPLENDIDA!
Non ho nessuna competenza per scrivere una recensione, quindi racconterò cosa ha scatenato in me questa lettura. Ho faticato a terminare il libro, tanti sono stati i punti che hanno riportato alla luce dolori che credevo ormai dimenticati ma la curiosità di capire come si sviluppasse la vita delle tre protagoniste è stata più forte di qualsiasi ritrosia ed in poche ore l’ho terminato. Sono cresciuta anch’io con una nonna affetta da alzheimer, la nonna materna. Nelle giornate migliori mi scambiava per mia sorella, non ha mai pronunciato correttamente il mio nome tanto che per diverso tempo pensavo di farmi rinominare “silviagiulia”; nelle peggiori mi insultava ed aggrediva scambiandomi per chissà quale fantasma del suo passato.
Questo romanzo ha avuto la capacità di ripercorrere molti dei dubbi, delle afflizioni e delle paure che ho vissuto sia nella vita condivisa con mia nonna e la sua malattia, che dopo la sua scomparsa.
Tra i libri di scrittrici e scrittori contemporanee dove il paesello di profonda provincia è protagonista tanto quanto i suoi abitanti umani, questo qui è l'unico, assieme a Crocevia di punti morti, che non mi è sembrato retorico o scialbo (tra quelli che ho letto io obv), anzi. Le vibez che Noi non abbiamo colpa mi ha dato sono a metà tra quelle di alcuni libri di Ernaux e quelle delle pagine ambientate in Abruzzo di Dalla parte di lei di De Cespedes, e lo stile raffinato di Marta Zura-Puntaroni dà una poliedricità magnifica ai personaggi e alle loro storie. Le Marche e l'Abruzzo le voglio rappresentate sempre da Marta, indeed.
Ricordo che tempo fa su Instagram, unasnob dichiarava che ogni storia è un po' un'autobiografia. Questo libro è però un romanzo. Un romanzo originalissimo proprio per il corto circuito che si crea tra la preponderante presenza di un Io narrante che sembra coincidere con quello autoriale e lo statuto finzionale che diamo alla parola romanzo. È un romanzo, quello che leggo non è vero. Da lettrice mi sono interrogata per un po' se quello che stavo leggendo fosse vero, reale, con quel gusto voyeristico alimentato dalla nostra abitudine di frequentare le vite altrui sui social. Eppure al termine della lettura, posso concludere che non mi interessa lo statuto di verità della storia. È una storia forte. Ed è una storia individuale, come la scelta della prima persona singolare rivendica a gran voce. Questa forte individualità si fa voce però di una collettività più ampia. Non è un caso che è il paese il primo protagonista della storia. Nella sua immobilità vessata dalle scosse di terremoto che tutto cambiano nel paesaggio, portando però un cambiamento al negativo, una decadenza e un abbandono inevitabili come il destino di ciascuno di noi. E ancora la famiglia, il primo nucleo che dà forme alle individualità singolari, che disegna un destino di somiglianza ed ereditarietà.
Ecco quindi che la malattia che spegne Carlantonia, questa nonna terribile e cattiva, è spaventosa perché ci interroga, interroga tutta una generazione, sul lento dissolversi dell'essere. Il passato individuale non scompare mai, ma come un giavellotto passa di generazione in generazione, con il suo peso di responsabilità e sensi di colpa. È il senso di colpa quello con cui Marta, la protagonista, e sua madre Antea, devono rapportarsi. Il senso di colpa per non essere pronte al sacrificio, alla pazienza, alla commiserazione del vecchio. Il vecchio che è proiezione di noi stessi in fondo, di quello che saremo o di quello che saremo costretti a sopportare.
Questo romanzo è disperatamente individualistica. L'io, il pronome più egoista, torna protagonista della narrazione romanzesca. Ma in funzione antieroica. E si nasconde in una finta collettività, in un "noi" Che non riesce ad assolverci del tutto.
Un buono spunto ma un risultato deludente. L'impressione è che il racconto non abbia un impianto narrativo ma le pagine e gli episodi vengono affastellati uno sull'altro, tra passato e presente mano a mano che sono venuti in mente a chi li scrive. Ne risulta una non storia che non riesce a portare con sé il lettore da nessuna parte. Né scatta una particolare empatia per i personaggi, piatti e senza alcuna sfumatura. L'unica che mi ha suscitato un po' di simpatia è Sonia, l'amica della protagonista. Anche l'argomento Alzheimer, pure in teoria così forte, rimane un po' messo lì. Alla fine il romanzo finisce e la sensazione è che non sia mai davvero iniziato. Potrebbero essere appunti ancora da sviluppare, non un romanzo finito.
Marta è una garanzia. Punto. Il libro tratta tematiche non facili da digerire s ci costringe a pensare a realtà che non vorremmo mai essere costretti ad affrontare ma leggerlo è un piacere perché è scritto benissimo. Brava.
Mi sento come le piante quando le prendono e trapiantano, che poi avvizziscono e hanno bisogno di stagioni intere prima di recuperare, riassestare le radici in un nuovo terreno, riprendere a vegetare.
Prosa ricca al principio che poi diventa scarna, quasi a voler finire il libro frettolosamente. Troppe storie disunite all'interno, senza un vero e proprio filo conduttore.
Questa è la storia di Marta, che ritorna alla sua casa in paese, la casa dove è cresciuta, per aiutare sua madre a prendersi cura della nonna malata di Alzheimer. È la storia di Antea, che cerca di combattere il senso di colpa che da sempre si tramanda di madre in figlia mentre a sua volta si trova combattere una malattia. È la storia di Carlantonia, la donna dal brutto carattere, la donna che anche da giovane non è mai stata docile, una donna dura, testarda, perfino cattiva a volte. Carlantonia che si è sempre sacrificata per la figlia e le nipoti, che si riteneva indispensabile, un pilastro portante della famiglia che ora si ritrova in balia delle badanti che si susseguono mentre lei gradualmente perde dignità e memoria...
È una storia di ritorno alle nostre origini, di ricerca della pace nei gesti semplici, è una storia di amore e sofferenza, e soprattutto è una storia sulle storie di famiglia e sul perché è importante continuare a ricordare e raccontare.
Avendo letto l'esordio di Marta Zura-Puntaroni, è inevitabile fare dei confronti. Grande Era Onirica mi era piaciuto molto e mi ero immedesimata tantissimo nella protagonista. È un libro che ha la bellezza di un diamante grezzo: l'esterno è ruvido, l'interno ha imperfezioni e inclusioni, bisogna saper andare oltre la prima impressione per apprezzarne la luce. Noi Non Abbiamo Colpa è tutt'altra cosa. È un gioiello raffinato, elegante, in cui una prosa poetica e malinconica intreccia le vite di queste tre donne, queste tre generazioni a confronto unite da un unico filo narrativo. È potente e bellissimo. Leggetelo.
3 donne e 3 generazioni che affrontano le difficoltà della vita e della malattia della nonna, l'Alzheimer e successivamente della madre, il tumore. Una storia simile a molte altre quindi è facile immedesimarsi ma che ci da un conforto: non è colpa nostra, è la vita e va affrontata passo dopo passo
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Mi sono ritrovata molto in questa quotidianità di paese, vivendoci io stessa e trovo appunto che molte dinamiche appartenenti in special modo a queste piccole realtà (che comunque in Italia sono tantissime), non siano descritte in molti libri, sopratutto contemporanei, dunque mi è piaciuto questo “distaccarsi” dell’autrice dal solito contesto della città.
Inoltre ho trovato l’uso di vocaboli forti e crudi, che non vogliono assolutamente edulcorare, ma che anzi in un certo qual modo vanno a sottolineare la durezza e le difficoltà di una malattia come l’Alzahimer.
Libro ben scritto e molto scorrevole, inizia magari un po’ lento, ma sorprende nel finale e si legge veramente in poco tempo.
A tratti ho creduto che l'impossibilità di relazionarsi con la nonna malata di Alzheimer fosse una metafora dell'impossibilità che è scrivere, fare letteratura.
Scrivere di tragedie non fa un libro. Sono andato avanti sperando di trovare qualcosa di interessante in questo testo, ma veramente non ho trovato nulla.
Tre generazioni a confronto, nonna, figlia e nipote, la protagonista è Marta la più giovane, la nipote di Carlantonia e la figlia di Antea, ognuna col suo carattere. Tutto ruota intorno alla nonna malata di Alzheimer, i sensi di colpa di Antea per non poterla accudire come vorrebbe, le badanti che scappano e il ritorno a casa di Marta per stare accanto alla madre e sostenerla. Marta si ritrova a ricordare il passato, le giornate con le amiche e riaffiorano alla mente i pomeriggi coi nonni materni. Le descrizioni dei luoghi, le Marche, una regione tormentata dal terremoto. Il ricordare le scosse, come a sottolineare quel senso di instabilità, impotenza e rabbia, la stessa che si ha davanti ad una malattia degenerativa. Marta che si pone quelle domande che affollano i pensieri di chi ha un malato di Alzheimer in casa, cosa faremo se succederà anche a noi? E poi, perché non basta il problema nonna, succede qualcosa, ma con forza e coraggio cercano di affrontarlo e allora arriva un'altra domanda, perché succede a noi, che colpa ne abbiamo? Credo che nessuno di noi abbia colpe, i momenti di dolore nella vita non arrivano mai per punirci ma per unirci, perché la vita è così, non ci pone mai davanti a prove che non siamo in grado di affrontare, si spera. Leggetelo, anche se ho trovato lo stile di scrittura troppo aggrovigliato per i miei gusti, non è stato facile mettere in ordine i vari momenti della vita di Marta e della sua famiglia, nel complesso mi è piaciuto.
"Se uno facesse le cose soltanto per averne dei risultati, se uno facesse le cose soltanto per averne un ritorno, per restare, per deviare esistenze e destini - se uno facesse soltanto quel tipo di azioni lì, azioni determinanti - allora buona parte dei gesti compiuti durante una vita dovrebbe essere cancellata."
Tre generazioni a confronto: quella di Marta, quella di Antea (sua mamma) e quella di sua nonna Carlantonia. Si potrebbe pensare a una saga famigliare, ma "Noi non abbiamo colpa" è altro; quello che viene narrato è il modo in cui ogni generazione affronti il dolore e come affronti la malattia, che sia la propria o quella dell'altro, quando l'altro è la propria madre.
Carlantonia soffre di Alzheimer. Marta Zura-Puntaroni decide di raccontare la degenerazione di Carlantonia con onestà, mettendone in luce non solo la drammaticità del perdersi in un universo diverso dal proprio, ma anche quella dei problemi quotidiani.
Allo stesso tempo, Marta racconta la vita del Paese e delle sue donne, delle sue coetanee e delle tradizioni, in un affresco tanto corale quanto vivido.
Rispetto a "Grande Era Onirica" il dolore assume una connotazione più mesta, abbandonando la rabbia che governava le pagine del primo romanzo della Zura-Puntaroni.
Libro ben scritto ed emozionante. E’ la storia di Marta che ritorna a casa sua nelle Marche dove ritrova le amiche di sempre ad accoglierla. Ci sono le sue storie, la mamma e la nonna che convive con l’alzheimer. Ci sono le badanti straniere per l’assistenza ma che se ne vanno come arrivano perché non è facile prestare cura a questo tipo di malattia. Marta diventa lei stessa una badante e aiuta a gestire la situazione. Marta ritorna anche per per cercare la dignità nelle creature che soffrono. Ritorna per ricordare, ricordare la madre e le storie di famiglia, per ritrovare il suo passato e sperare nel futuro. Libro ben scritto ed emozionante, interessante notare la differenza tra le varie generazioni: quella delle nonne, delle mamme e delle figlie. La scrittura è poetica e brutale ma mai retorica. Il senso di colpa è uno dei temi principali forse a causa della malattia e delle preoccupazioni e Marta sente di aver saltato qualche passaggio nel suo percorso. Una narrazione che coinvolge il mondo femminile, anche se ogni donna è diversa per modo, generazione, classe sociale ma tutte schiacciate sotto il peso di un ruolo sociale imposto.
“Noi non abbiamo colpa” è la storia di Marta, che torna nel suo paese d’origine per aiutare la madre a gestire la nonna ormai persa nelle nebbie dell’Alzheimer. Schiere di badanti si susseguono, perché Carlantonia non è una signora docile - non lo è mai stata -, ma una vecchia cattiva e, a tratti, anche violenta. Il confronto con le donne della sua famiglia, così diverse da lei, fa emergere in Marta infinite domande su se stessa e sulla propria vita, domande che la costringono a rimettere in discussione ogni cosa, compreso il futuro. Marta Zura-Puntaroni affronta il tema delicato della malattia senza cadere in inutili pietismi. Ogni frase è asciutta ed essenziale, e questa scelta, invece di impoverire la storia, la scalda e la rende ancora più emozionante. Insomma, se non si fosse capito, questo romanzo mi è piaciuto molto. ❤️
Partiamo dalla città e torniamo in un paesino nelle Marche. Entriamo in una famiglia tutta al femminile, tre generazioni una dentro l’altra. Noi vediamo tutto dal lato di Marta, la figlia della figlia. Seguiamo il filo scorrevole della narrazione e ci addentriamo in una storia di malattia, di colpa, di sopravvivenza, una storia zoppicante dove ognuno si barcamena per far di meglio. Una storia di tenerezza, costellata di riferimenti generazionali che mai potevo pensare fossero così diffusi per l’Italia. Una bella lettura, consigliata. Recupererò sicuramente l’altro dell’autrice. Sperando ne scriva e pubblichi di nuovi.
Un libro che ha il sapore della provincia: non si scende al paese ma si scende nei ricordi di dove si è cresciuti; la voce narrante è una trentenne indeterminata, persa tra adolescenza e non volontà di essere adulta; si racconta il lavoro di cura dei propri cari, laterale ma totalizzante; la vera protagonista è Carlantonia, arrivata alla fine della vita in una vecchiaia che passa senza spazio nè tempo.
La storia di tre donne che ci fa riflettere sulla differenza tra crescere e invecchiare, sul rapporto tra giovani e vecchi, sulla possibilità di morire e sulle evoluzioni inimmaginabili della vita.
Mi è piaciuto molto, sia lo stile (diretto, sobrio, senza troppi fronzoli), sia la trama, in realtà molto semplice ma comunque trattata con delicatezza, sempre con filo di nostalgia e a tratti di rimpianto, che si percepiscono in ogni pagina. Molto realistico, sono situazioni che possono capitare a chiunque, quindi ancora più coinvolgente.
Ne ho amato lo stile avvolgente, naturalmente colto, senz'ansia da prestazione; la provincia del centro Italia così ben tratteggiata; la sincerità del punto di vista middle class, che non prevede inchini al politicamente corretto; gli argomenti spinosi e non comuni trattati senza pretese pedagogiche o consolatorie.
Marta è autrice, ma anche protagonista di questo romanzo, la vediamo tornare nelle Marche, nel suo paesino d’origine a dare sostegno alla madre che si prende cura della nonna malata di Alzheimer. Una nonna che non è la classica nonna dell’immaginario comune, tutta tè e pastìccini, ma al contrario è dura, tagliente, anche cattiva, odia le badanti, trova continuamente un modo per mandarle via, e tutto il peso della sua malattia ricade sulla figlia e la nipote. Una nonna che comunque, giorno dopo giorno, è sempre meno indipendente, sempre meno presente, sempre più un peso che parte della famiglia. Marta si ritrova così da figlia a genitore, cercando continuamente di superare le sue ansie pur di riuscire a dare sollievo alla madre in qualche modo. È una lettura sincera, diretta, che ci permette di entrare nella vita della protagonista e di farne parte; capiamo perfettamente il sentimento ambivalente che Marta prova quasi costantemente sia nei confronti della sua famiglia, che verso le amiche e, più in generale, verso il paesino delle Marche dove tutti conoscono tutti ed è difficile, se non impossibile, passare inosservati. Non mi interessa sapere quanto di ciò che ho letto siano fatti realmente accaduti all’autrice e quanto, invece, sia opera di finzione, ma il coraggio e la chiarezza con cui vengono descritti i sentimenti di repulsione e di colpa della protagonista nei confronti dei suoi “doveri” sono ciò che rendono il libro prezioso; pensieri spesso taciuti, ma che passano per la testa un po’ a chiunque sono qui scritti nero su bianco e, se ad un primo impatto ci infastidiscono, in un secondo momento ci rendiamo conto che lo fanno perché un po’ ci appartengono.
"Noi non abbiamo colpa" è il secondo volume di Marta Zura-Puntaroni che seguo da tempo immemore, da quando era "Una Snob" ma ha ancora sorprese da riservare ai suoi lettori. Non so se sono affascinata dal suo modo di raccontare perché anche io sono marchigiana e i paesaggi e la vita che evoca ha segnato profondamente anche me, e se penso a casa mi vengono in mente le colline del maceratese che ho sempre bazzicato e che continuo ad evocare nella nostalgia dell'adolescenza. Non so se la leggo e la stimo perché resto impressionata dalle parole e dalla storia, che rievoca paure ancestrali e momenti di incoraggiante pausa. C'è il ritratto di tre generazioni all'interno di questo libro e la capacità di evocare ricordi come si sgranano le corone del rosario. C'è distacco e allo stesso tempo una empatia che supera i confini della pagina scritta che catapulta il lettore direttamente in quegli afosi pomeriggi a contemplare i campi arati. C'è molto nella storia della Puntaroni e allo stesso tempo c'è l'essenziale, d'altronde ai marchigiani non piace perdersi nei fronzoli, vanno dritto al punto della questione, si rimboccano le maniche e cercano una soluzione. Ci si ritrova un po' a casa, anche quando sembra di averla perduta secoli fa, ma soprattutto si fanno i conti con la vita e con la paura.
Stile diretto, la storia è raccontata con un disincanto che dà voce ai pensieri della narratrice che sono gli stessi nostri, sia per le domande più esistenziali (meglio invecchiare e sbiadire, perdersi un po' per volta nella malattia o meglio una fine improvvisa?) che per le cose pratiche. Racconta un pezzo di vita che, con sfumature diverse, potrebbe essere di chiunque di noi, con una sincerità che fa immedesimare e sentire partecipi.