La famiglia, all'origine della civiltà, oggi ne sta decretando la fine. È una crisi che investe l'intera società perché ciò che accade all'interno della famiglia ha rilevanza sul sociale e sul futuro dell'uomo. I genitori hanno rinunciato al ruolo di guida proteggendo all'infinito i è il plusmaterno che nasce dal fallimento della cura e sospende il momento della responsabilità. La generazione che ha contestato sta crescendo figli e nipoti docili, pronti all'assoggettamento. Cosa è successo? I giovani che non dissentono permettono al fantasma mai sconfitto dell'antica tendenza dell'essere umano alla sottomissione di giocare la partita della vita al posto loro, rovesciandola in morte. Laura Pigozzi, psicoanalista autorevole, esplora in questo saggio come lo scacco della famiglia sia la radice di una tragedia sociale più vasta e ferocemente distruttiva. Attraverso il concetto di disobbedienza civile elaborato da Hannah Arendt, prende forma in queste pagine una inedita rilettura delle origini del totalitarismo che per la prima volta riesce a spiegare le conseguenze politiche della pulsione di morte freudiana e ci permette di riscoprire alcuni casi emblematici di rapporti genitoriali fallimentari, come quello di Hitler con sua madre. «L'adattamento di un giovane» ci ricorda l'autrice «ha sempre qualcosa di immorale» perché sia un soggetto che una comunità si fondano sulla divergenza. È nelle famiglie che i ragazzi dovrebbero allenarsi a trovare lo slancio verso l'esterno, diventando adulti. Fallire questa trasformazione significa condannarli a un'eterna infanzia, che apre le porte non solo ai dittatori bambini ma anche a quelli veri.
Laura Pigozzi è laureata in Psicologia ed in Filosofia. Ha conseguito la sua formazione psicoanalitica in Francia e in Italia. E’ nel Bureau della Fondation Européenne pour la Psychanalyse.Collabora alle riviste Doppiozero.it, Gli Asini ed a riviste di psicoanalisi francesi e spagnole.
offre numerosi spunti interessanti, su questo non c’è dubbio. Tuttavia: - manca totalmente un’analisi della famiglia da una prospettiva diversa da quella della famiglia eterosessuale - accenna appena a teorie lacaniane e freudiane complesse. questo è limitante perché se da un lato permettono a chi è del settore di inquadrare rapidamente il pensiero dell’autrice grazie alle conoscenze pregresse, dall’altro non forniscono abbastanza elementi affinché una persona non del settore possa comprendere e farsi una sua idea, perché non saprebbe come giustificarla. - la scrittura è tremendamente densa e poco chiara. Da un saggio aperto a tuttə mi aspetto chiarezza e fluidità - la lettura è quindi molto compromessa. Nonostante nutra interesse per questi temi è stata una lettura faticosissima, avrei apprezzato una maggiore scorrevolezza. Peccato!
La famiglia, o meglio la madre, inizio dell'esistenza, centro della vita nei primi anni, da cui partire verso la scoperta del mondo. Ma ne siamo certi? Questo saggio si propone di spiegare come la famiglia stia diventando non già il porto da cui partire, ma piuttosto la rada dove gettare l'ancora e restare a tempo indefinito, senza volontà di cercare altro, perchè "il plusmaterno non è affatto la situazione eccezionale prodotta dalla madre problematica, ma sta diventando la normalità della passione materna attuale, che si diffonde come un contagio". Partendo da un'analisi sicuramente meditata da tempo, e affinata in questi tempi pandemici (che "la pandemia ha svelato, con evidenza evidente, la debolezza educativa del nostro Paese nei confronti del bene comune"), Laura Pigozzi cerca di spiegare come l'eccesso di cura, l'eccesso (che una volta sarebbe stato definito probabilmente come patologico ed oggi è "normale") di attenzione nei confronti dei figli, stia creando sempre più uomini e donne che non sono in grado di vivere in una comunità, in un gruppo, in uno Stato. Se in linea di massima posso anche (limitatamente a quanto conosco) essere d'accordo con la tesi di fondo, il libro sconta per me due difetti: uno sono gli esempi, patologici all'estremo (pur vero che ogni patologia dice qualcosa della "non patologia" ma francamente il 15% del libro dedicato a un'analisi di Hitler mi pare esempio davvero forzato!), due lo statalismo, insito sin dalle prime pagine. Ora, pur vero che di un figlio si dice "venuto al mondo" nel senso che il compito genitoriale è attrezzarlo per darlo al mondo, ma non vuol certo dire che sia necessario sottostare a qualsivoglia ipotesi statale, e faccio un esempio del libro: l'homeschooling, qui preso in considerazione nella fascia prescolare (taccio sulle vaccinazioni perchè vorrei evitare polemiche) descritto come luogo ove il bambino rimane soggiogato dalla fascinazione che il corpo materno esercita ancora su di lui e che non dà "protezione rispetto al rapimento, reale e psichico, che esercita la madre anche quando non lo vorrebbe", considerando "il figlio come oggetto di proprietà" se il genitore lo sottrae all'asilo (o scuola dell'infanzia). Posso essere o meno d'accordo con queste posizioni, sta di fatto che l'astensione dall'istruzione statale anche ben oltre l'infanzia è una forma di assolvimento del dovere di istruzione perfettamente previsto dallo Stato senza conseguenze. Quindi a che pro tacciare i genitori che fanno questa scelta, se lo Stato stesso la ammette? Diciamo molte, moltissime idee ma purtroppo per me superficiale, avrei preferito meno ma meglio approfondito.
“La famiglia, all’origine della civiltà, oggi ne sta decretando la fine.” Questo messaggio forte ma emblematico è il fulcro del libro “Troppa famiglia fa male. Come la dipendenza materna crea adulti bambini (e pessimi cittadini)” edito da Rizzoli e scritto da Laura Pigozzi. L’autrice e psicanalista ci parla di una crisi che riguarda l’intera società perché “ciò che accade all’interno della famiglia ha rilevanza sul sociale e sul futuro dell’uomo”. Spiega che, come spesso accade, i genitori che accudiscono e proteggono in maniera eccessiva i propri figli non li aiutano a crescere, a diventare autonomi, a battersi per il loro successo e le cose in cui credono e ad autodeterminarsi nella vita e nella società. Questa dinamica prende il nome di “Dipendenza materna (o genitoriale)”. Per natura, l’essere umano vive i primi anni della sua vita in una condizione di dipendenza dai propri genitori. Durante l’adolescenza, però, avrà il bisogno di essere accompagnato nel processo di separazione-individuazione, cioè di distacco dal “porto sicuro” per intraprendere un cammino individuale e mettere in atto gli insegnamenti ricevuti per diventare adulto. In una famiglia funzionale, il figlio avrà maturato un attaccamento sicuro nei confronti dei genitori, per cui si sentirà pronto a spiccare il volo e sarà consapevole del fatto che essi rappresentano la base sicura da cui poter tornare in qualsiasi momento di difficoltà. Al contrario, in un legame familiare di dipendenza, il distacco tenderà a non verificarsi. Questo perché l’adolescente, avrà interiorizzato una modalità relazionale basata sull’insicurezza e sul bisogno di iperprotezione e avrà l’idea che il mondo sia minaccioso e che senza i suoi genitori non sopravvivrebbe. Questo potrebbe ostacolare la sicurezza in sé stesso, la voglia di diventare una persona indipendente, che sappia sopportare le frustrazioni e che creda in sé stessa e nelle proprie potenzialità. In questo libro vengono descritte queste dinamiche insieme a molte altre molto più ampie, ma più di tutto passa forte e chiaro il messaggio che “È nelle famiglie che i ragazzi dovrebbero allenarsi a trovare lo slancio verso l’esterno, diventando adulti.”
Parto subito col dichiarare che in genere non amo i saggi, se poi questi parlano di psicologia me ne sono sempre tenuta ben alla larga, interponendo tra me e loro una distanza di sicurezza di non meno di 3 scaffali in qualunque libreria; non perché io svaluti la materia, ma al contrario proprio perché ne riconosco il valore ho sempre fatto molta fatica a credere che una materia tanto affascinante quanto complessa potesse essere ridotta e contenuta in titoli acchiappa-ebeti (dichiaratamente commerciali) che promettono “come essere felici in 10 mosse” o simili. Al polo opposto di questi grotteschi libretti spazzatura si colloca invece “troppa famiglia fa male”, scritto dalla psicoanalista Laura Pigozzi, che, con una sagacia e una capacità comunicativa fuori dal comune, riesce in quella meravigliosa impresa di tradurre il complesso in accessibile; ci fa assaggiare interessanti elementi di psicoanalisi, calandoli nella realtà che ci circonda e illuminando zone d’ombra di cui nessuno ci parla mai. L’ho divorato come fosse un thriller, ammaliata dalla perfetta narrazione e affascinata dalla concatenazione dei ragionamenti. Leggiamolo tutti per aprire un po’ di più gli occhi sulla realtà.
Non è un manuale di pedagogia, tanto meno un libro di psicologia. È un mix. L autrice inserisce all interno un calderone di argomenti che forse tratta tutti un po' superficialmente. Però, stimola la riflessione. Sembra provocare, lanciare delle frecciatine a noi mamme. A me non ha dato fastidio perché andrebbe tutto contestualizzato, ma devo dire che mi ha aperto un po' la mente su alcune affermazioni. Sicuramente non è un libro per tutte le mamme, alcune potrebbero offendersi o sentirsi prese di mira. Va preso come una chiacchierata al bar, per niente stupida, ma non universale. Io comunque lo promuovo!
«Senza regole non si producono che cose infantili, grezze, e certamente non si può concorrere insieme a un Lavoro collettivo» «Etica del lavoro non significa lavorare fino a tardi e anche il weekend, ma fare il proprio lavoro bene perché esso si traduce in una cura del bene comune»