Stelio Mattioni ha «il potere di farci entrare in un mondo tutto suo, che è il segno dello scrittore vero» scrisse Roberto Bazlen, che volle con sé l’autore alla casa editrice Adelphi negli anni Sessanta. E il mondo di questo romanzo è la casa dove Tina trova rifugio assieme alle sue due bambine quando abbandona il tetto un microcosmo conflittuale, perfettamente chiuso, che assume presto la forma di un harem governato da un dispotico padrone che sottomette in maniera sfuggente, ma ineludibile, la corte di donne che lo abita, e dove tutto ruota attorno alla chiave di una stanza, simbolo di un complesso rito di competizione erotica e rinuncia alla propria libertà. Nella prima edizione del libro (1968), Mattioni fu presentato come un «favolista irreprimibile», che «trasforma qualunque vicenda nella geometria della favola». Ed è così: l’autore parte da un contesto ordinario – una casa, un giardino inospitale, un laboratorio misterioso – e poi pian piano lo smantella, lo deforma per mezzo delle convulse spinte passionali dei personaggi, dei loro sogni sottesi, delle ambizioni mal riposte, delle voglie di rivalsa o di autodistruzione, impedendoci alla fine di stabilire se stiamo leggendo una favola grottesca o se grottesco è il mondo reale e l’autore lo ha soltanto messo a nudo. Prefazione di Alcide Pierantozzi
Stelio Mattioni (Trieste, 9 settembre 1921 – Trieste, 16 settembre 1997) è stato uno scrittore italiano, fra i più noti nella Trieste degli ultimi decenni del XX secolo. A Mattioni è dedicata una delle biblioteche civiche della sua città. Nei suoi romanzi Mattioni ama analizzare, con un linguaggio scabro ed essenziale, le vite di personaggi qualunque, immersi nella quotidianità e vittime di un malessere indefinito, legato spesso a una realtà atemporale che è loro estranea. Disincantato e apparentemente avulso dalla vicenda raccontata, lo scrittore lascia che il lettore si immerga in essa trovando dentro se stesso le risposte agli interrogativi che l'autore non può o non vuole dare. Spettatore più che protagonista, Mattioni lascia che la vicenda fluisca spontaneamente, senza l'apparente apporto del proprio creatore che pur è li, sempre presente, con la propria ironia, i propri dubbi, il desiderio di cogliere una realtà sempre inafferrabile e sfuggente, ma anche con una grande capacità di sognare, fantasticare.
Un ecosistema perfetto, una vita scandita da regole ferree, una sudditanza continua e una passione che viene domata da altre regole, passive. Chi si trova impigliato in via Valdirivo 16 entra con le idee chiare e un forte spaesamento, ma è direttamente proporzionale la comprensione del meccanismo e lo sfaldarsi della personalità.
Certi libri non sopravvivono bene al tempo e questo è uno di quei casi. Dubito che questo libro oggi potrebbe essere scritto e/o un editore dubito si prenderebbe la responsabilità di pubblicarlo. E' stato descritto come una favola grottesca, una parabola sociale e sarà anche vero, ma a me è sembrata più che altro una fantasia erotica dell'autore. Riservo il rating più basso ai casi in cui il contenuto è disgustoso è questo ne è il chiaro esempio; in questo libro la normalizzazione della pedofilia è davvero disturbante. E' sicuramente possibile scrivere letteratura in cui dei personaggi sono attratti dalle ragazzine (Lolita è uno dei miei libri preferiti di sempre), ma quello che è disturbante è che sembra che sia l'autore ad esserne attratto e non trovarci nulla di strano. Pupetta, tredici anni, viene continuamente descritta in termini sensuali e alla conclusione del libro è chiaro che diventerà l'amante di Orlando. Ma come fa una tredicenne a diventare l'amante di qualcuno? L'autore lo fa sembrare una sua scelta e il conflitto con la madre che non vuole che lo diventi sta solo ufficialmente nel fatto che Pupetta sia una bambina, ma realmente nel fatto che non vuole essere sostituita. Il secondo punto è la chiara misoginia che pervade il libro come l'uso le molestie sessuali (tra cui il brano che davvero nessuna donna vuole più leggere "lei diceva di no, ma poi lui si è imposto e l'ha obbligata e quello è stato il migliore sesso della sua vita") e la violenza domestica come espediente comico. Tutte cose che oggi non sarebbero più pubblicabili:il narratore può fare e dire ciò che vuole, ma se è l'autore a veicolare certe idee, allora c'è un problema. Come dicevo all'inizio sicuramente ci sono vari livelli di lettura, ma io ero troppo disgustata dal primo per vedere il resto.