Cominciamo dalla copertina e dalla presentazione grafica, coloratissima, sembra un catalogo di viaggi vacanze nelle colonie di villeggiatura, ma... ovvio, questo non e' un catalogo di viaggi qualsiasi.
E' un racconto di viaggio, anzi, di viaggi, che partono da certe parole chiavi, che indicano o simboleggiano cose o sentimenti astratti, e seguono il filo di memoria della scrittrice verso luoghi che ha visitato, dove ha provato quei sentimenti, e dove ha maneggiato quelle cose. E quelle memorie poi svarcano in altre memorie.
Ormai tutti viaggiano, anche lontano, anche spericolato, non e' piu' una novita'. Tutti vanno negli ostelli, tutti vanno in erasmus, in campeggio, ogni angolo della terra e' stata catalogata da Lonely Planet e co., il viaggiare non comporta piu' un fascino o un mistero. Quel che bisogna allora sentire e' le sensazione che un posto ti da', non solo andare, per esempio, all'exclave spagnolo di Ceuta e farci un selfie per far vedere di esserci stati... ma di raccontare le sensazioni che si hanno magari quando si va in campeggio nel parco nazionale non lontano da casa propria, che magari uno visitava quando era bimbo, e ora non visita piu' a causa di lavoro e altri impegni.
Il libro tocca luoghi della zona post-sovietica, e li presenta a un pubblico giovanile italiano, in italiano, ed era questo l'aspetto piu' importante per me, visto che io specializzo in quella zona, considerata "sfigata" da viaggiatori e altri, e quindi era rinfrescante per me leggere i racconti di un'italiana giovane che esplorava quelle lande perdute con pensiline sovietiche uggiose.
Consigliatissimo, anzi, piu' consigliato leggere questo che il libro Sovietistan di Fatland per avvicinarsi a questa zona, e ovviamente, andare a leggere il suo blog, Pain de Route.
5 stars, more please.