Comincio dicendo che la giravolta di Pansa negli ultimi anni non mi è proprio piaciuta: il bravo giornalista che era si è col tempo trasformato in un acrimonioso e inacidito pontificatore ridotto a scrivere sul peggior giornale (se così si può chiamare) dell'italica stampa, ossia Libero. Certo l'attacco violentissimo (insensato e ridicolo, aggiungerei) che subì dai tromboni della sinistra dura e pura all'indomani dell'uscita del Sangue dei vinti rende in parte comprensibile il cambio di rotta, anche se un minimo di coerenza e dignità sarebbe sempre auspicabile.
Detto questo, sul libro vale il discorso fatto per Il sangue dei vinti. La prosa è piatta e troppo spesso rallentata da eccessivi elenchi di nomi, località, date (anche se in misura minore rispetto all'altro libro); l'uso, ancora una volta, del dialogo fittizio con la fidanzata di uno dei volontari arruolatisi con la Repubblica Sociale e della finta storia d'amore non serve assolutamente a nulla, tant'è che lo stesso autore se ne dimentica nel corso del libro per farla risaltare fuori brevemente ogni tanto; infine, anche la suddivisione in capitoli brevi m'è parsa del tutto arbitraria e poco funzionale.
Rimane il tema fondamentale, il peccato originale di cui Pansa è stato accusato da certa sinistra barricadera: i suoi sono libri biecamente e nostalgicamente revisionisti? O, peggio, filo-fascisti?
Sì, sono revisionisti nel senso che riequilibrano un poco la bilancia della storia dalla parte di chi scelse l'altra fazione, dipingendo il movimento partigiano per quello che fu, ossia un magma irrequieto e contraddittorio in cui si poteva trovare di tutto, dall'eroe all'assassino, dal ladro all'opportunista all'ingenuo idealista (come mio nonno, che fascista non è mai stato, mi ha sempre raccontato - e come si è sempre saputo, al netto della retorica. Basterebbe leggere Fenoglio). Se davvero ci siamo messi alle spalle quegli anni bui, è giusto che si faccia luce e si parli in maniera netta e oggettiva di quegli uomini e di quei morti, fuori dai confini (ormai stucchevoli e privi delle finalità politiche e sociali che avevano avuto in origine) della retorica agiografica partigiana.
Tutto quanto può servire per una discussione più giusta e una visione più oggettiva dei fatti è sempre bene accetta: sta poi al senso critico di ognuno trarre le dovute conclusioni. Solo chi ha la coda di paglia, da una parte o dall'altra, può voler impedire questo processo.