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I figli dell'aquila

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Sul finire dell'ottobre 2001, una telefonata da Padova conduce Giampaolo Pansa a conoscere una signora quasi ottantenne: Alba M., pediatra in pensione. Dall'incontro nasce questo libro, la storia di uno dei giovani che, nell'autunno 1943, scelsero di combattere nell'esercito della Repubblica sociale. L'autore racconta le vicende di Bruno A., uno studente di Parma scaraventato nel mattatoio della guerra civile, seguendo, giorno dopo giorno, il suo viaggio dentro l'incendio italiano.

385 pages, Paperback

First published January 1, 2002

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About the author

Giampaolo Pansa

70 books19 followers
Italian journalist and writer.

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Displaying 1 - 2 of 2 reviews
Profile Image for Dvd (#).
514 reviews93 followers
February 18, 2018
Comincio dicendo che la giravolta di Pansa negli ultimi anni non mi è proprio piaciuta: il bravo giornalista che era si è col tempo trasformato in un acrimonioso e inacidito pontificatore ridotto a scrivere sul peggior giornale (se così si può chiamare) dell'italica stampa, ossia Libero. Certo l'attacco violentissimo (insensato e ridicolo, aggiungerei) che subì dai tromboni della sinistra dura e pura all'indomani dell'uscita del Sangue dei vinti rende in parte comprensibile il cambio di rotta, anche se un minimo di coerenza e dignità sarebbe sempre auspicabile.

Detto questo, sul libro vale il discorso fatto per Il sangue dei vinti. La prosa è piatta e troppo spesso rallentata da eccessivi elenchi di nomi, località, date (anche se in misura minore rispetto all'altro libro); l'uso, ancora una volta, del dialogo fittizio con la fidanzata di uno dei volontari arruolatisi con la Repubblica Sociale e della finta storia d'amore non serve assolutamente a nulla, tant'è che lo stesso autore se ne dimentica nel corso del libro per farla risaltare fuori brevemente ogni tanto; infine, anche la suddivisione in capitoli brevi m'è parsa del tutto arbitraria e poco funzionale.

Rimane il tema fondamentale, il peccato originale di cui Pansa è stato accusato da certa sinistra barricadera: i suoi sono libri biecamente e nostalgicamente revisionisti? O, peggio, filo-fascisti?

Sì, sono revisionisti nel senso che riequilibrano un poco la bilancia della storia dalla parte di chi scelse l'altra fazione, dipingendo il movimento partigiano per quello che fu, ossia un magma irrequieto e contraddittorio in cui si poteva trovare di tutto, dall'eroe all'assassino, dal ladro all'opportunista all'ingenuo idealista (come mio nonno, che fascista non è mai stato, mi ha sempre raccontato - e come si è sempre saputo, al netto della retorica. Basterebbe leggere Fenoglio). Se davvero ci siamo messi alle spalle quegli anni bui, è giusto che si faccia luce e si parli in maniera netta e oggettiva di quegli uomini e di quei morti, fuori dai confini (ormai stucchevoli e privi delle finalità politiche e sociali che avevano avuto in origine) della retorica agiografica partigiana.

Tutto quanto può servire per una discussione più giusta e una visione più oggettiva dei fatti è sempre bene accetta: sta poi al senso critico di ognuno trarre le dovute conclusioni. Solo chi ha la coda di paglia, da una parte o dall'altra, può voler impedire questo processo.
Profile Image for Makomai.
241 reviews10 followers
April 16, 2015
Ingenuamente l’ho catalogato come libro di storia/romanzo storico. Certamente non e’ ne’ l’uno ne’ l’altro. Del romanzo storico manca la centralita’ dei personaggi e la continuita’ della loro storia. Del saggio storico manca un qualsiasi inquadramento ed un approfondimento che vada oltre la mera elencazione di fatti malamente concatenati.

Divagazioni:
Sull’otto settembre, la repubblica sociale e la resistenza si sono versati fiumi di inchiostro. Non e’ una novita’ quanto traspare dalle pagine di Pansa: vi era di tutto da entrambe le parti. Idealisti e banditi, ingenui e calcolatori (questi ultimi diversamente distribuiti sui due fronti…), vigliacchi ed eroi. Personalmente, ho avuto due cugini - tra loro fratelli - l’uno dei quali ando’ volontario al nord e l’altro milito’ con le formazioni irregolari. Caduta la vulgata resistenziale, si tende oggi a etichettare il periodo come “guerra civile”. Ci si dimentica peraltro di De Felice, la cui lucidita’ resta insuperata ed il cui messaggio resta ignorato. Una guerra civile vede il popolo diviso. L’Italia fu divisa, ma la stragrande maggioranza del popolo non si schiero’ con nessuna delle parti (almeno fino a guerra ultimata: come disse Flaiano, gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso del vincitore). Del resto, non si puo’ pretendere la suprema coerenza di un Fecia di Cossato (o – per quanto di diverso segno - di un Bombacci)…
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