In questa edizione del 1981, purtroppo ormai fuori catalogo, il racconto La gita delle ragazze morte è pubblicato assieme ad altri tre racconti scritti da Anna Seghers tra il 1928 e il 1945, accompagnati da un breve saggio biografico redatto da Christa Wolf nel 1972. La scrittura della Seghers mi è sembrata fluida, evocativa, ma non semplice perché a tratti l’interpretazione resta aperta, aderente ai temi del proprio tempo senza essere realista in senso stretto, e per tale motivo riesce a essere universale; allo stesso tempo è una scrittura impegnata, rispecchia le scelte etiche e politiche dell’autrice che si riveleranno anche scelte controcorrente nel secondo dopoguerra, pur senza essere apologetiche. La biografia di Anna Seghers è estremamente interessante.
La famiglia Ziegler è il racconto triste del 1927/28 che apre questa breve raccolta; gli Ziegler sono una famiglia di artigiani con un piccolo laboratorio di maglieria dove si confezionano articoli che la piccola Marie vende a domicilio. Colpiti dalla crisi economica del periodo che riduce le possibilità di lavoro e di sostentamento, con il passare del tempo vedono decadere le loro condizioni di vita e di salute. Marie è la ragazzina anonima, magra e grigia, che si fa carico di portare avanti il lavoro, di far continuare la vita come era sempre andata, e si consuma in solitudine e rassegnato silenzio sino alla morte anche se vorrebbe essere altrove, ”In gola implorava il fratello di portarla con sé, di non abbandonarla.” Marie non riesce a maturare una scelta di vita sociale al di fuori del peso della famiglia, non accetta l’invito della ragazza dal berrettino rosso che le suggerisce ”perché non vieni con noi, siamo sempre tante tutte insieme, vieni una volta con noi”; differentemente il fratello, allontanato in una casa di correzione per aver rubato in un forno, trova una via d’uscita lontano dalla famiglia in cui ritorna per l’ultima volta prima di andarsene per sempre, ”Pensava a città lontane, ai suoi compagni, al suo lavoro, a sfilate, assemblee, bandiere, manganelli, fame e piazze nere di gente. Non avrebbe dovuto venire.”; due modi opposti di affrontare la crisi.
Verso l’ambasciata americana (1929/30) è un racconto dinamico, perché la voce del narratore alterna la messa a fuoco dei diversi protagonisti e perché parla di un corteo che si snoda lungo le strade di una città tedesca verso l’ambasciata americana per protestare contro la condanna a morte degli anarchici Sacco e Vanzetti cercando di evitare i blocchi dei poliziotti. Il corteo avanza, lentamente o di corsa, si smembra in più rivoli che fluiscono su strade laterali e si ricongiungono, ed è mutevole anche nelle convinzioni e nell’umore. Chissà se i dimostranti arriveranno all’ambasciata e ci arriveranno in tempo e in quanti ci arriveranno; saranno ancora vivi i due anarchici o li avranno già giustiziati? E i poliziotti che faranno, visto che si sentono già gli echi degli spari? E in questo movimento si snodano anche le microstorie personali, i pensieri quotidiani, come quelli della donna che si trova nel corteo quasi per caso, è stanca, ha la testa alla casa e ai figli, prenderà a cuore la causa strada facendo, sino a che la ”la donna fu trascinata via ancora una volta, il corpo impastato così saldamente nella piazza che lei stesso non lo ritrovava più; il viso schiacciato contro le sbarre dorate del cancello.”
La gita delle ragazze morte, scritto nel 1943/44, è un racconto dai connotati fortemente autobiografici. Netty, che è il nome reale della Seghers, è in un luogo del Messico in convalescenza per i postumi di un trauma; nel corso di una passeggiata attraversa il cancello che recinta un edificio e si trova in un giardino rigoglioso ed è come attraversare un varco temporale, perché questa azione riporta alla memoria una gita scolastica lungo il Reno, assieme alle compagne, alle insegnanti e ad altre classi. Il ricordo si alterna tra la giovinezza, con le amicizie, le simpatie e le complicità, e la consapevolezza di quanto è successo dopo, quando le strade si sono separate e hanno condotto a destini diversi. Alcuni ragazzi sono morti nei campi di battaglia del primo conflitto mondiale, altri hanno cercato di opporsi all’ascesa dei Hitler, alcuni hanno aderito all’ideologia nazista, altri sono finiti nei campi di concentramento, molti sono morti. E tra i ricordi, anche quello della madre, in un sovrapporsi tra passato e presente, ”Mia madre era già nella piccola veranda ornata da cassette di gerani che dava sulla strada. Mi aspettava. Sembrava giovane, la mamma, molto più giovane di me. I suoi capelli lisci erano scuri al confronto dei miei. I miei stavano già diventando grigi, mentre nei suoi non s vedevano ancora ciocche grigie”. Anche se Netty valuta alcune scelte in modo severo, non rinuncia a capire e trova nella scrittura una cura al dolore, tornando verso casa ricorda ”A un tratto mi rammentai che la mia insegnante mi aveva incaricate di descrivere accuratamente la gita scolastica. Domani stesso o persino stasera, quando la stanchezza se ne fosse andata, avrei eseguito il compito assegnato”
Anna Seghers fu effettivamente vittima di un incidente che le provocò un trauma e portò alla perdita della memoria e a una lenta guarigione; si trovava già in Messico quando fu raggiunta dalla notizia della deportazione della madre in un campo di concentramento dove morì presumibilmente tra il 1942 il 1943.
Chiude la raccolta il racconto La fine, scritto nel 1945; la guerra è finita, la Germania è un cumulo di macerie ed è sotto occupazione delle truppe alleate, il lavoro è ancora un miraggio e spostarsi nel paese è difficile, come difficile è la convivenza tra coloro che sono stati perseguitati dal regime nazista e che si sono anche salvati dai campi di sterminio e i persecutori che assumono un basso profilo, cambiando anche nome, per rientrare nel tessuto civile che deve ricostruirsi. Zillich è un contadino che ha fatto strada tra i responsabili di un campo di sterminio e che al termine della guerra ritorna a lavorare la terra al suo paese dove ritrova la moglie e il figlio. È qui che Zillich sarà riconosciuto da un ex prigioniero del campo e dovrà provare a fuggire, allontanandosi dal paese per trovare lavoro e cambiando nome, ma senza trovare pace perché da un lato incontrerà altri che possono portare alla luce le sue responsabilità e dall’altro ben presto emerge la sua natura autoritaria, l’ideologia nazista è penetrata ben più a fondo di quanto possa apparire. Zillich ne uscirà solo attraverso il gesto estremo del suicidio che non avrà il minimo atto di compassione neppure dal giovanissimo figlio.