Dopo la pubblicazione di "Pojana e i suoi fratelli", primo libro di Andrea Pennacchi, People propone una sua seconda raccolta, che racchiude i monologhi e i testi che l’autore ha dedicato a suo nonno e a suo padre. Entrambi Bepi – il nonno si chiamava così, il papà scelse il nome del padre quando, da partigiano, andò sulle montagne –, coinvolti nella Prima e nella Seconda guerra mondiale. In guerra, da persone comuni, alla ricerca di un senso difficile da cogliere e soprattutto da spiegare, in trincea (il nonno) e in un campo di concentramento (il papà). Le storie di famiglia si proiettano anche sull’episodio finale del trittico che vi presentiamo, ambientato nella Mogadiscio del 1993, durante la prima battaglia combattuta dall’esercito italiano dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ossia la battaglia del checkpoint Pasta, ricostruita e rielaborata da Pennacchi. Bepi è dunque diventato, nel suo immaginario, una sorta di soldato universale, che dall’Iliade ai giorni nostri non si è perso un conflitto, anzi li ha attraversati tutti, ogni volta più disilluso, più deluso, più arrabbiato, più ferito.
Laureato in Lingue e letterature straniere moderne presso l'Università degli Studi di Padova, Pennacchi inizia la sua formazione da attore con il Teatro popolare di ricerca - Centro universitario teatrale di Padova. Successivamente, grazie a una collaborazione con il regista Gigi Dall'Aglio in qualità di assistente, apprende i fondamenti della regia e della scrittura teatrale. Nel 2011 scrive e interpreta lo spettacolo Eroi, con la regia di Mirko Artuso, che si classifica tra i finalisti per il Premio Off del Teatro Stabile del Veneto. Nello stesso anno interpreta il ruolo di Sandro nel film Io sono Li di Andrea Segre.
Mentre prosegue la sua carriera di attore teatrale e drammaturgo con lo spettacolo Villan People, che debutta nel 2013 al Piccolo Teatro di Milano nell'ambito del Festival Tramedautore, Pennacchi inizia a lavorare anche in televisione prendendo parte alla miniserie Rai L'Oriana nel ruolo del direttore de L'Europeo e a diverse altre fiction tra cui Non uccidere, Don Matteo e 1994. Nel 2018 porta il monologo This is Racism - Ciao terroni a Propaganda Live e diventa poi ospite fisso della trasmissione con i monologhi del suo personaggio, il "Poiana".
«Bisogna ricordarselo, in ‘sto Paese che è sempre una tragedia che si poteva evitare, col senno di poi. El Paese dove che pianzi el morto pa metarghéo in cuo al vivo. Il Paese del “chiagne e fotte”.»
Una scoperta (per caso, complice l'anniversario della "battaglia del pastificio"), una gemma nascosta. Descrive l'orrore della guerra, di varie guerre, in maniera semplice ma efficace, e profonda.
"Ogni tanto facevamo un po' di tiro, facevamo i cecchini. E si ammazza così, a freddo, perché tutto ciò che non giunge nella sfera della nostra vista pare che non esista. Se sapessi qualcosa di quel poveraccio, se lo sentissi parlare una volta, se gli leggessi le lettere che tiene accartocciate sul cuore, sollo allora mi sembrerebbe un delitto sparargli così"
Non metto stelle (e nemmeno stellette visto il tema), il mio problema è che non riesco a giudicare il testo scritto separatamente dalla rappresentazione di Pennacchi. A quelle (che spero di vedere) penso darei ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️
Sinceramente non si può fare una recensione di questo libro, che raccoglie tre pezzi teatrali intensi, personali e bellissimi. Ho pianto, tanto per cambiare
Altopiano di Asiago, I Guerra Mondiale
Campo di prigionia di Ebensee
Il contingente italiano della battaglia del Checkpoint Pasta, Mogadiscio 1993
C'è poco da dire: Pennacchi non sbaglia un colpo. La guerra dei Bepi è una storia intragenerazionale di guerra, raccontata da chi la fa davvero e si trova a subire gli effetti sulla propria pelle. Il nonno sul Carso, il padre partigiano e il nipote in Somalia... tre atti della stessa tragicommedia sfalsati solo sul piano temporale. Un bel libro, che fa sorridere (amaramente, certo), ma che soprattutto fa riflettere.
Una storia autobiografica dell'autore che racconta la storia del nonno, combattente nella Prima Guerra Mondiale, del padre che fu goovanissimo partigiano nella Seconda Guerra Mondiale e dell'autore stesso nell'incidente del Checkpoint Pasta a Mogadiscio. Un libro bello ma anche duro che ha come sfondo alcune delle pagine più dure della storia del '900 del nostro Paese, ma anche un romanzo familiare con i rapporti che intercorrono tra le varie generazioni dei protagonisti.
Chi é Bepi? O meglio, chi sono i Bepi? Nonno, padre e figlio, tutti soldati con la propria guerra nella quale combattere e da cui tornare: la prima guerra mondiale, la seconda e la “battaglia del pastificio”, anche detta checkpoint pasta, che impegnò l’esercito italiano a Mogadiscio nel ‘93.
Con questa figura di soldato trasversale, a cavallo tra narrazione e riscostruzione della propria storia familiare, Pennacchi non ci parla della guerra come la troviamo nei libri di storia, e neppure della miseria umana vissuta dal soldato scrittore, capace di comprendere ciò che gli sta attorno e narrarlo per i posteri.
I Bepi sono italiani tra italiani, mossi dalla volontà di mettere assieme il pranzo con la cena, trovare sempre qualcosa di cui vantarsi coi commilitoni e ragionare per stereotipi verso chi non conoscono. Semplici, ma non cattivi, sempre capaci di costruire anche solo una parvenza di clima familiare attorno a loro, che si trovino in un affollata e malsana base militare di fronte alle Alpi, in un campo di prigionia nazista o in un autoblindo sotto il fuoco nemico. Di fronte alla crudeltà più sorda e ignorante reagiscono con incredulità, perché tutto ciò va troppo al di là del loro modo di vedere il mondo. Si tratta di italiani mandati a compiere azioni che non comprendono fino in fondo, vuoi per ignoranza o per insensatezza dei gesti che si trovano a vivere, ma che affrontano cercando ogni spiraglio possibile per ripristinare una briciola di normalità e dare senso ai giorni. Perché é questo che fa la guerra a chi vi si immerge perdendo ogni legame con chi era prima: non vi è più senso nelle cose, e ogni ordine é solamente una nuova richiesta da eseguire.
Impressionante l’ultimo racconto, non solo nella descrizione dell’evento, ma nel cambiamento che queste esperienze portano all’interno di una persona, e di come muta il concetto di “sicurezza” dopo tutto ciò che è stato vissuto. I Bepi sono soldati, ma potranno tornare ad essere civili o quanto vissuto li ha cambiati irrimediabilmente? Domanda quantomai attuale.
Pennacchi con questo libro ci pone di fronte alla guerra in tutto il suo orrore e in tutta la sua inumanità e lo fa permettendoci di guardarla e di provarla attraverso gli occhi dei Bepi, dei soldati semplici che si trovano a combattere queste guerre volute da altri. L'esperienza colpisce nella sua umanità e ci troviamo così a ridere e a piangere insieme a questi Bepi veneti che con il loro dialetto non possono fare a meno di strapparci un sorriso. In particolare ho apprezzato tantissimo le prime due storie, quelle dei Bepi della famiglia di Pennacchi ma che in fondo richiamano le storie che gran parte di noi ha sentito, sia in casa tra parenti sia tra amici. Questi racconti, ma anche questi silenzi di cui Pennacchi parla nel prologo, sono una parte importante della nostra storia e in qualche modo sono condivisi da tutti noi, fanno parte del nostro bagaglio culturale. L'ultimo racconto mi è piaciuto un po' meno anche se dimostra chiaramente il caos, l'insicurezza e la paura che si prova durante uno scontro armato. Di quanto possiamo pensarci preparati a esso ma come nella realtà non si può essere preparati affatto. Il libro pone anche un'interessante riflessione su come sia possibile tornare a essere civili dopo essere stati soldati, su come ci sia un chiaro divario tra le esperienze fatte in guerra (esperienze di cui spesso le persone in patria non vogliono neanche sentire) e le preoccupazioni che la popolazione civile ha nel suo quotidiano. Riconciliare questi due mondi è a dir poco arduo, forse neanche del tutto possibile.
"La “pace”, tutti che se impenisse la bocca co’ ’sta parola. Bella parola, ma cosa significa? Un casso, e po’ no me fido. La pace è una coperta di oblio, come quando cala la notte e già stai dimenticando il giorno. È una copertura, la pace, una maledizione."
Dovrebbero leggere questo nelle scuole. Una testimonianza cruda, reale, ti apre gli occhi, te li bagna anche, perché si fa fatica a credere che ci sia stata tutta quella crudeltà. Divorato in un giorno e lo stile teatrale di Pennacchi rende tutto più reale.
Tre racconti teatrali che hanno al centro il tema della guerra. Tre diverse guerre che hanno visto protagonisti tre diversi italiani in tempi e luoghi molto distanti. Nel primo racconto c'è il primo Bepi, il nonno di Pennacchi che ha combattuto nella prima guerra, la Grande Guerra. Nel secondo c'è il padre di Pennacchi che prende il nome di battaglia di Bepi come partigiano e nella terza un ipotetico Bepi che può essere un qualsiasi italiano che si ritrova in un'azione di guerra in Africa.
Questo libro mi è piaciuto perchè mi ha dato la possibilità di conoscere meglio la storia di Andrea Pennacchi, che guardo con piacere a Propaganda Live, la storia della famiglia, la passione per il teatro. Le storie raccontano dell'assurdità delle guerre, di tutte le guerre, anche delle così dette "missioni di pace". Raccontano dell'uomo che ci si ritrova sempre invischiato. Raccontano che le guerre non le decide il soldato ma sempre il capoccione di turno.
Sicuramente rende molto di più visto in teatro ma la lettura è comunque molto piacevole. Consigliato.
Avevo grandi aspettative per questo libro ma molte sono andate deluse. Andrea Pennacchi scrive bene ed emoziona se è ispirato (ho adorato la prima parte sul padre) , per il resto è un libro monocorda che racconta "in dialetto veneto" vicende su cui già molto si è scritto e a cui lui non porta grandi contributi (se sono temi già noti al lettore). Ecco, può avere un senso per il lettore totalmente ignaro dei temi (trincee, lotta partigiana, lager). Non è un brutto libro, ma è un libro "di mestiere" con qualche parte ispirata. Il capitolo finale è quello che più mi ha sorpreso, anche se non totalmente convinto.
3 e mezzo. Bella e coinvolgente l’idea delle tre generazioni coinvolte in guerre molto diverse, alla ricerca di tratti comuni e di un nome che rappresenta speranze e fallimenti. Non manca di una certa retorica sentimentale e di modo di scrivere, sopra le righe ed emotivo, con cui l’autore vuole sottolineare tutta la sua onestà e genuinità, ma che non mi affascina e toglie qualcosa alla purezza del racconto.
A dire la verità ho ascoltato un audible di questo libro letto direttamente in italiano dall'autore che essendo anche attore teatrale interpreta magnificamente ogni parola scritta. Sentirne la lettura è stato estremamente piacevole, non so che riscontro avrei potuto avere se lo avessi letto da solo in quanto sono presenti dialoghi con espressioni dialettali ( di un dialetto non mio) che forse non avrei saputo apprezzare.
"Nessuno prega veramente per la pace. Per la vittoria sì, ma per la pace da sola no: hai mai sentito uno che dice «Dio, dacci la pace, e anche se ci sconfigono va bene uguale»?"
Il terzo capitolo è stato una delusione. Se fosse una storia vera, sarebbe più facile da leggere ultime pagine del libro.
Tre racconti profondamente diversi in epoche profondamente diverse ma che accomunano tre giovani generazioni (il primo meraviglioso, l'ultimo il più debole). Si ride perché sono giovani e non hanno ancora la maturità e si piange perché molti non la vedranno mai. Dialoghi dei protagonisti orchestrati magistralmente.
Nessun generale, nessun eroe, storie di tre uomini comuni coinvolti nell’orrore della guerra; il nonno sul Carso, il padre partigiano e poi deportato, il nipote in Somalia. Si riflette, si sorride con amarezza. Bravo Pennacchi.
Mi è piaciuto tanto, non ho altro da aggiungere. Storie terribili, certo, ma raccontate nello stile di Pennacchi, che riesce a farti entrare in piena empatia con i personaggi in modo semplice e diretto. Spero di vederlo presto a teatro.
Si tratta di una rappresentazione teatrale che contiene alcune storie di guerra. Bepi era il nome da guerra del nonno ed era anche il nome da guerra del padre e ormai contiene la Storia. Molto ben scritto, bello, forte e impattante, come ogni lavoro di Pennacchi.
Monologhi che spaziano dall’autobiografia alla finzione, sullo sfondo di momenti storici ben definiti, prevalentemente nel contesto di scenari bellici. Pennacchi, oltre che bravo interprete, si mostra in tutta la sua statura e sensibilità di sperimentato affabulatore.
In questi tempi difficili che viviamo un libro necessario, che aiuta a decodificare cosa sia la guerra, i suoi orrori e perché abbiamo bisogno della pace.
Trasposizione in libro di opera teatrale. Immagino l'emozione fortissima di vederla dal vivo. Un racconto vivo, forte, doloroso. Piccola nota: su Spotify si trova la playlist con le canzoni dello spettacolo teatrale citate nel libro.