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Il Signor Diavolo #2
L'archivio del diavolo
Quando don Stefano Nascetti viene trasferito alla parrocchia di Lio Piccolo, abbandonando sul nascere una bella carriera nella curia veneziana, la sua non è una è una fuga dalla vendetta del questore Carlo Saintjust, a cui lo legano un tradimento e un’offesa mai dimenticati. Ma il tranquillo paesino nel Polesine non è il rifugio che si aspettava.
È troppo pericoloso e ambiguo il fascino della giovane maestra Silvana ed è troppo orribile la storia che assieme a lei gli accade, letteralmente, di quella del funzionario ministeriale Furio Momentè, scomparso mentre indagava sull’omicidio commesso da un ragazzino, lasciando dietro di sé una compromettente valigia di documenti.
Con il ritrovamento di ben due cadaveri di incerta attribuzione, il sostituto procuratore Malchionda è costretto a riaprire un caso che aveva chiuso con eccessiva fretta. Ma sulle ricerche degli inquirenti, sia a Venezia sia a Roma, si stende l’ombra velenosa di un Male molto più antico e inspiegabile di quello commesso da qualunque omicida.
In questo nuovo romanzo gotico, che mescola con sapienza thriller e horror, suggestioni letterarie e superstizione popolare, Pupi Avati ci riporta nei luoghi e nelle atmosfere del Nordest contadino degli anni Cinquanta.
Mentre le vite dei personaggi corrono verso il loro destino, la mano di un grande narratore ci trascina in un intreccio senza scampo, in un mondo antico fatto di terra, acqua e mistero, intriso di verità troppo terribili per poter mai essere davvero rivelate.
È troppo pericoloso e ambiguo il fascino della giovane maestra Silvana ed è troppo orribile la storia che assieme a lei gli accade, letteralmente, di quella del funzionario ministeriale Furio Momentè, scomparso mentre indagava sull’omicidio commesso da un ragazzino, lasciando dietro di sé una compromettente valigia di documenti.
Con il ritrovamento di ben due cadaveri di incerta attribuzione, il sostituto procuratore Malchionda è costretto a riaprire un caso che aveva chiuso con eccessiva fretta. Ma sulle ricerche degli inquirenti, sia a Venezia sia a Roma, si stende l’ombra velenosa di un Male molto più antico e inspiegabile di quello commesso da qualunque omicida.
In questo nuovo romanzo gotico, che mescola con sapienza thriller e horror, suggestioni letterarie e superstizione popolare, Pupi Avati ci riporta nei luoghi e nelle atmosfere del Nordest contadino degli anni Cinquanta.
Mentre le vite dei personaggi corrono verso il loro destino, la mano di un grande narratore ci trascina in un intreccio senza scampo, in un mondo antico fatto di terra, acqua e mistero, intriso di verità troppo terribili per poter mai essere davvero rivelate.
193 pages, Kindle Edition
First published September 24, 2020
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Community Reviews
Displaying 1 - 13 of 13 reviews
October 3, 2020
No, non c’entra il periodo terribile in cui l’ho letto. Sono certa che se mi avesse afferrata lo avrebbe fatto indipendentemente dal fatto che la mia mente fosse tesa, e anzi ne avrei tratto beneficio. Perché se un libro ti afferra ti afferra e ti fa del bene. Invece questo “L’archivio del Diavolo”, novità di Pupi Avati edita da Solferino, si è rivelato un brutto romanzo. E una cocente delusione da chi ha letto e apprezzato lavori come “Il signor Diavolo”, “Il nascondiglio” e un capolavoro come “La casa dalle finestre che ridono”, un must del genere giallo-gotico, ambientato nella campagna nostrana degli anni 50-60. E’ questa stessa atmosfera che Avati cerca, invano, di ricostruire fra queste pagine, in cui Don Stefano, giovane prete trasferito in un paesino del Polesine, si innamora di una maestra del luogo e si trova coinvolto nel delitto di un funzionario ministeriale. Vi ricorda qualcosa? Peccato che nient’altro riporti alla mente il fascino di “La casa dalle finestre che ridono”, la narrazione è lenta, la storia confusa e senza attrazione (infarcita, tra l’altro, da inspiegabili testimonianze di allucinazioni “ipnagogiche” di cui non si comprende l’utilità), i personaggi piatti e fastidiosa l’abitudine di indicare nelle note a piè di pagina luogo e data di nascita, genitori e lavoro di ogni singolo personaggio che compare, come se stessimo all'anagrafe. L’amara conclusione è quella di ogni libro che termino per inerzia, quella di non capire nulla di nulla. Che fine ha fatto l’autore di “Il signor Diavolo”? E quello di “Il ragazzo in soffitta?”
Resto su due generose stelline. Ma la delusione è tanta.
Resto su due generose stelline. Ma la delusione è tanta.
March 1, 2021
Romanzo ben strano, questo, che è il seguito del bellissimo e terrificante
Il Signor Diavolo
, letto nel 2018.
Ho iniziato e dopo poche pagine già sono trasecolata perché l'autore piazza subito un colpo di scena inaspettato che toglie qualsiasi certezza al lettore: ho ripreso immediatamente in mano Il Signor Diavolo per verificare di ricordare bene il finale (e infatti era quello: come si fa a dimenticarlo??) e già che c'ero allora mi sono riletta tutto il primo romanzo in un paio d'ore, per poi (ri)cominciare finalmente il seguito, L'archivio del diavolo.
La lettura senza soluzione di continuità delle due parti della storia ha fatto risaltare ancora di più le somiglianze (la stessa atmosfera da incubo, morbosa e ossessiva) ma soprattutto le differenze tra i due romanzi (l'orrore stavolta poggia di meno sull'evocazione di un cattolicesimo cupo e "ancestrale" ed è più "metafisico", con il fil rouge delle allucinazioni ipnagogiche o del "bacino" di pensieri collettivi cui, in determinati stati della coscienza, si può accedere).
Ma la differenza più evidente è nello stile, che è completamente diverso rispetto a Il Signor Diavolo: lì un narratore in prima persona cui facevano da contrasto, ogni tanto, inserti pseudo-documentari con verbali di interrogatori e di deposizioni di testimoni, qui un narratore super-onnisciente che spiattella tutto di tutti i tantissimi personaggi, buttati lì e "presentati" in poche righe (potremmo definirlo il contrario dello "show, don't tell", per dare l'idea), frasi secche, brevi, perfino tirate via in alcuni punti. Questo diversità nell'approccio alla materia, un po' sconcertante (tanto più per me che avevo solo pochi minuti prima finito di rileggere il primo libro), è talmente evidente che ho pensato fosse un artificio voluto: nella premessa a L'archivio del diavolo un personaggio che si qualifica solo come "F.B." e che scrive nel 1980 (ad anni di distanza dalla storia narrata, che si svolge nel 1953) sembra presentare il testo che stiamo leggendo come uno pseudomanoscritto di un altro dei personaggi, Franco Ciani, insomma il classico espediente del libro finto nel libro vero. E se Avati avesse proprio cercato di creare il testo di uno che scrive "male"? Per inciso, si spiegano così anche le "note" biografiche sui personaggi, come una sorta di intervento del "curatore" (sempre fittizio, l'F.B. di cui sopra) su questa materia che si finge il resoconto di fatti realmente accaduti
Tutto voluto, quindi? Non so, non vorrei dargli... più credito di quel che merita, perché comunque si tratta di un libro meno riuscito de Il Signor Diavolo (il fatto che si intreccino tante, tantissime storie da una parte lo rende un po' confuso e fin troppo affrettato in alcuni punti, dall'altra parte è innegabilmente intrigante vedere se e come tutti i fili si congiungeranno); c'è anche un errore nella "continuity" che è segno di scarsa cura: mentre nel primo libro Malchionda era sposato con due figli (p. 50), qui è invece scapolo (che Malchionda sia sposato o no è praticamente ininfluente nella trama di entrambi i libri, e l'ho notato solo perché come dicevo li ho letti tutti e due uno dopo l'altro in rapida successione, però ciò non toglie che sia un errore).
Fino a qui ho parlato solo dello stile, due parole sulla storia. Siamo a circa un anno di distanza dagli atroci fatti di Lio Piccolo, un caso considerato ormai chiuso (l'istruttoria condotta da Malchionda ha portato al processo e alla condanna del minore responsabile), eppure questo desolato paesino della laguna veneta continua ad attrarre nella sua orbita malefica, perché è lì che viene mandato, per allontanarlo da Venezia e da un possibile scandalo, un giovane prete dall'incerta vocazione, don Stefano. E la chiesa di Lio Piccolo non tarda a rivelare gli orrori che nasconde, tornando al centro delle indagini della magistratura.
Non è facile, anzi è praticamente impossibile, riassumere la trama, che è fatta di tante storie che procedono all'inizio parallele e apparentemente slegate l'una dall'altra, ma il lettore, a differenza dei personaggi, sa fin da subito che c'è qualcosa di terribilmente "sbagliato" in quello che sta accadendo (vedi quel che dicevo all'inizio di questa recensione sullo shock iniziale provato) e trema al pensiero di come i nodi verranno al pettine. Avati anche qui prende gusto nel calcare la mano sul macabro più insostenibile, quasi grottesco (la putrefazione, le sepolture premature, le riesumazioni), e sull'evocare riti e gesti "antichi" dei quali evidenzia i lati più sinistri, creando, insieme con la generale desolazione umana di cui dirò più avanti, l'atmosfera inquietante e angosciosa che pervade tutto il libro.
L'autore però non ha voluto o saputo ripetere l'exploit del finale sconvolgente e memorabile del primo libro, perché qui all'improvviso la storia imbocca una strada alquanto bizzarra e imprevista (sempre lo stesso problema di fondo: la presentazione "a passo di corsa", a inizio romanzo, di questa antica inimicizia fra don Stefano e il questore non è sufficiente, per il lettore, per far sì che venga ritirata fuori all'improvviso e in modo così eclatante e dirompente; che c'entra poi che di punto in bianco il questore voglia , una cosa che sbuca fuori dal nulla senza che nessuno vi abbia mai accennato prima?), accantonando quasi il grande e terrificante mistero evocato per tutto il libro e che invece, quello sì, ti tiene incollato alle pagine (chi o che cosa si trova ). Il finale è nerissimo, ma forse stavolta un pelo eccessivo e scioccante solo per il gusto di esserlo.
Mi è piaciuto o no, allora? Devo dire in fondo di sì, pur coi suoi difetti, penso che poche volte ho provato così tanta paura leggendo un romanzo horror come con Il Signor Diavolo e questo suo seguito, ma questo secondo libro l'avrei voluto un po' diverso: non per forza doveva ricalcare in tutto il predecessore (ripeto che l'aver allargato gli orizzonti e immaginato tante storie diverse e oscuramente e fatalmente convergenti è tutto sommato un punto di forza), ma è come se la storia fosse uscita in modo troppo "vulcanico" dalla mente dell'autore, e ne sia risultato un libro fatto troppo di fretta: ha quasi 300 pagine ma per tutto quello che Avati ha voluto metterci avrebbe potuto scriverne anche il doppio!
Chiudo però mettendo un attimo da parte il paranormale, perché anche qui, come ne Il Signor Diavolo, l'impressione è che a ben guardare si sia voluto raccontare anche (o forse soprattutto) l'orrore vero di un'umanità vile, meschina, rancorosa, ipocrita, partigiana, opportunista, volgare, frustrata, più attenta alla forma che alla sostanza (forse anche così trova giustificazione il frequente e apparentemente stonato, in un romanzo, ricorso al "burocratese", nelle note apposte da "F.B.", ad esempio, che sono di fatto inutili e pedantesche, credo a bella posta, e che ad alcuni lettori hanno dato fastidio). Tutti gli squallidi personaggi, dai potenti agli uscieri del Ministero, si muovono un'atmosfera gretta, angusta e soffocante di cui Avati permea questo suo scorcio di anni Cinquanta italiani, ma che forse si può ritrovare anche in altre epoche della nostra storia.
Ho iniziato e dopo poche pagine già sono trasecolata perché l'autore piazza subito un colpo di scena inaspettato che toglie qualsiasi certezza al lettore: ho ripreso immediatamente in mano Il Signor Diavolo per verificare di ricordare bene il finale (e infatti era quello: come si fa a dimenticarlo??) e già che c'ero allora mi sono riletta tutto il primo romanzo in un paio d'ore, per poi (ri)cominciare finalmente il seguito, L'archivio del diavolo.
La lettura senza soluzione di continuità delle due parti della storia ha fatto risaltare ancora di più le somiglianze (la stessa atmosfera da incubo, morbosa e ossessiva) ma soprattutto le differenze tra i due romanzi (l'orrore stavolta poggia di meno sull'evocazione di un cattolicesimo cupo e "ancestrale" ed è più "metafisico", con il fil rouge delle allucinazioni ipnagogiche o del "bacino" di pensieri collettivi cui, in determinati stati della coscienza, si può accedere).
Ma la differenza più evidente è nello stile, che è completamente diverso rispetto a Il Signor Diavolo: lì un narratore in prima persona cui facevano da contrasto, ogni tanto, inserti pseudo-documentari con verbali di interrogatori e di deposizioni di testimoni, qui un narratore super-onnisciente che spiattella tutto di tutti i tantissimi personaggi, buttati lì e "presentati" in poche righe (potremmo definirlo il contrario dello "show, don't tell", per dare l'idea), frasi secche, brevi, perfino tirate via in alcuni punti. Questo diversità nell'approccio alla materia, un po' sconcertante (tanto più per me che avevo solo pochi minuti prima finito di rileggere il primo libro), è talmente evidente che ho pensato fosse un artificio voluto: nella premessa a L'archivio del diavolo un personaggio che si qualifica solo come "F.B." e che scrive nel 1980 (ad anni di distanza dalla storia narrata, che si svolge nel 1953) sembra presentare il testo che stiamo leggendo come uno pseudomanoscritto di un altro dei personaggi, Franco Ciani, insomma il classico espediente del libro finto nel libro vero. E se Avati avesse proprio cercato di creare il testo di uno che scrive "male"? Per inciso, si spiegano così anche le "note" biografiche sui personaggi, come una sorta di intervento del "curatore" (sempre fittizio, l'F.B. di cui sopra) su questa materia che si finge il resoconto di fatti realmente accaduti
Tutto voluto, quindi? Non so, non vorrei dargli... più credito di quel che merita, perché comunque si tratta di un libro meno riuscito de Il Signor Diavolo (il fatto che si intreccino tante, tantissime storie da una parte lo rende un po' confuso e fin troppo affrettato in alcuni punti, dall'altra parte è innegabilmente intrigante vedere se e come tutti i fili si congiungeranno); c'è anche un errore nella "continuity" che è segno di scarsa cura: mentre nel primo libro Malchionda era sposato con due figli (p. 50), qui è invece scapolo (che Malchionda sia sposato o no è praticamente ininfluente nella trama di entrambi i libri, e l'ho notato solo perché come dicevo li ho letti tutti e due uno dopo l'altro in rapida successione, però ciò non toglie che sia un errore).
Fino a qui ho parlato solo dello stile, due parole sulla storia. Siamo a circa un anno di distanza dagli atroci fatti di Lio Piccolo, un caso considerato ormai chiuso (l'istruttoria condotta da Malchionda ha portato al processo e alla condanna del minore responsabile), eppure questo desolato paesino della laguna veneta continua ad attrarre nella sua orbita malefica, perché è lì che viene mandato, per allontanarlo da Venezia e da un possibile scandalo, un giovane prete dall'incerta vocazione, don Stefano. E la chiesa di Lio Piccolo non tarda a rivelare gli orrori che nasconde, tornando al centro delle indagini della magistratura.
Non è facile, anzi è praticamente impossibile, riassumere la trama, che è fatta di tante storie che procedono all'inizio parallele e apparentemente slegate l'una dall'altra, ma il lettore, a differenza dei personaggi, sa fin da subito che c'è qualcosa di terribilmente "sbagliato" in quello che sta accadendo (vedi quel che dicevo all'inizio di questa recensione sullo shock iniziale provato) e trema al pensiero di come i nodi verranno al pettine. Avati anche qui prende gusto nel calcare la mano sul macabro più insostenibile, quasi grottesco (la putrefazione, le sepolture premature, le riesumazioni), e sull'evocare riti e gesti "antichi" dei quali evidenzia i lati più sinistri, creando, insieme con la generale desolazione umana di cui dirò più avanti, l'atmosfera inquietante e angosciosa che pervade tutto il libro.
L'autore però non ha voluto o saputo ripetere l'exploit del finale sconvolgente e memorabile del primo libro, perché qui all'improvviso la storia imbocca una strada alquanto bizzarra e imprevista (sempre lo stesso problema di fondo: la presentazione "a passo di corsa", a inizio romanzo, di questa antica inimicizia fra don Stefano e il questore non è sufficiente, per il lettore, per far sì che venga ritirata fuori all'improvviso e in modo così eclatante e dirompente; che c'entra poi che di punto in bianco il questore voglia , una cosa che sbuca fuori dal nulla senza che nessuno vi abbia mai accennato prima?), accantonando quasi il grande e terrificante mistero evocato per tutto il libro e che invece, quello sì, ti tiene incollato alle pagine (chi o che cosa si trova ). Il finale è nerissimo, ma forse stavolta un pelo eccessivo e scioccante solo per il gusto di esserlo.
Mi è piaciuto o no, allora? Devo dire in fondo di sì, pur coi suoi difetti, penso che poche volte ho provato così tanta paura leggendo un romanzo horror come con Il Signor Diavolo e questo suo seguito, ma questo secondo libro l'avrei voluto un po' diverso: non per forza doveva ricalcare in tutto il predecessore (ripeto che l'aver allargato gli orizzonti e immaginato tante storie diverse e oscuramente e fatalmente convergenti è tutto sommato un punto di forza), ma è come se la storia fosse uscita in modo troppo "vulcanico" dalla mente dell'autore, e ne sia risultato un libro fatto troppo di fretta: ha quasi 300 pagine ma per tutto quello che Avati ha voluto metterci avrebbe potuto scriverne anche il doppio!
Chiudo però mettendo un attimo da parte il paranormale, perché anche qui, come ne Il Signor Diavolo, l'impressione è che a ben guardare si sia voluto raccontare anche (o forse soprattutto) l'orrore vero di un'umanità vile, meschina, rancorosa, ipocrita, partigiana, opportunista, volgare, frustrata, più attenta alla forma che alla sostanza (forse anche così trova giustificazione il frequente e apparentemente stonato, in un romanzo, ricorso al "burocratese", nelle note apposte da "F.B.", ad esempio, che sono di fatto inutili e pedantesche, credo a bella posta, e che ad alcuni lettori hanno dato fastidio). Tutti gli squallidi personaggi, dai potenti agli uscieri del Ministero, si muovono un'atmosfera gretta, angusta e soffocante di cui Avati permea questo suo scorcio di anni Cinquanta italiani, ma che forse si può ritrovare anche in altre epoche della nostra storia.
November 1, 2020
Di diabolico c'è gran poco, ma si ritorna a leggere le miserie di Lio Piccolo, oscuro e miserabile paesello nella laguna veneta, teatro di nefandezze e bassezze umane rimarchevoli. Rispetto al "Signor Diavolo", di cui questo romanzo si presenta come seguito, viene a mancare quell'aura di mistero pseudo-paranormale legato a una fantomatica manifestazione del maligno. Che, certo, a ben guardare non c'era neppure nel primo romanzo, ma qui, in questo seguito, viene volutamente trascurata. I personaggi che popolano le pagine-diario di questo libro sono volutamente squallidi e indulgenti all'omicidio, ma alla fine, se uno acquista il libro per leggere un possibile seguito del "Signor Diavolo" qui trova ben poco, se non una comparsa ipnagogica del povero Momenté, che ritorna a mo' di fantasmatica presenza.
October 15, 2024
Che Pupi Avati fosse un amante del genere gotico, lo sapevo già, ma certo dai suoi lavori cinematografici (uno su tutti l'ormai film cult 𝑳𝒂 𝒄𝒂𝒔𝒂 𝒅𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒇𝒊𝒏𝒆𝒔𝒕𝒓𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒓𝒊𝒅𝒐𝒏𝒐) e non per i suoi romanzi.
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Tombe, macabri ritrovamenti e sepolture inquietanti ritornano anche nell'ultimo lavoro dell'autore, 𝑳'𝒂𝒓𝒄𝒉𝒊𝒗𝒊𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝒅𝒊𝒂𝒗𝒐𝒍𝒐, che inizia con un espediente di antica memoria alla "𝔫𝔞𝔱𝔲𝔯𝔞𝔩𝔪𝔢𝔫𝔱𝔢, 𝔲𝔫 𝔪𝔞𝔫𝔬𝔰𝔠𝔯𝔦𝔱𝔱𝔬".
.
La lista dei personaggi, i dialoghi e le scene descritte ricordano, a tratti, una sceneggiatura e noi lettori visualizziamo così: i primi piani, i dettagli, i campi (mai lunghissimi). Personaggi ambigui e antieroi (non c'è quasi nessun carattere positivo in toto) si muovono tra Roma e Venezia seguendo e inseguendo tragici indizi.
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Tombe, macabri ritrovamenti e sepolture inquietanti ritornano anche nell'ultimo lavoro dell'autore, 𝑳'𝒂𝒓𝒄𝒉𝒊𝒗𝒊𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝒅𝒊𝒂𝒗𝒐𝒍𝒐, che inizia con un espediente di antica memoria alla "𝔫𝔞𝔱𝔲𝔯𝔞𝔩𝔪𝔢𝔫𝔱𝔢, 𝔲𝔫 𝔪𝔞𝔫𝔬𝔰𝔠𝔯𝔦𝔱𝔱𝔬".
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La lista dei personaggi, i dialoghi e le scene descritte ricordano, a tratti, una sceneggiatura e noi lettori visualizziamo così: i primi piani, i dettagli, i campi (mai lunghissimi). Personaggi ambigui e antieroi (non c'è quasi nessun carattere positivo in toto) si muovono tra Roma e Venezia seguendo e inseguendo tragici indizi.
September 16, 2021
Se le immagini sono potenti e al cinema le atmosfere di una Venezia che mi immagino in bianco e nero sotto la pioggia sarebbero state fortissime, la scrittura ha bisogno di una struttura completamente differente per portare il lettore nei luoghi immaginari della storia raccontata.
Difficile è stato leggere il libro, un po’ pesante nella lettura e farraginoso nella trama. La narrazione dal punto di vista dei personaggi non aiuta a fare chiarezza, anzi rende difficile il percorso della trama.
Insomma visto che questo è il mio primo libro di Pupi Avati, difficilmente ce ne sarà un secondo sul mio comodino.
Per la mia recensione completa leggi https://www.chiscrive.eu/larchivio-de...
Difficile è stato leggere il libro, un po’ pesante nella lettura e farraginoso nella trama. La narrazione dal punto di vista dei personaggi non aiuta a fare chiarezza, anzi rende difficile il percorso della trama.
Insomma visto che questo è il mio primo libro di Pupi Avati, difficilmente ce ne sarà un secondo sul mio comodino.
Per la mia recensione completa leggi https://www.chiscrive.eu/larchivio-de...
December 15, 2023
Secondo libro di Pupi Avati collegato alla figura del diavolo, che riprende i personaggi del primo libro ma è usufruibile anche senza aver letto il primo (anche se si perdono un po' di riferimenti alle vicende del volume precedente).
In questo caso molto meno spazio alla superstizione e molto più spazio ai giochi politici che hanno contrassegnato gli anni del secondo dopoguerra.
La vicenda è molto interessante e scorre molto bene ed è inframezzata da due storie parallele:
* la scrittura del libro relativo alla scomparsa del cranio di Gogol
* lo studio relativo ai pensieri pre-sonno che accomunano tutti gli esseri umani.
In libro molto interessante da leggere.
In questo caso molto meno spazio alla superstizione e molto più spazio ai giochi politici che hanno contrassegnato gli anni del secondo dopoguerra.
La vicenda è molto interessante e scorre molto bene ed è inframezzata da due storie parallele:
* la scrittura del libro relativo alla scomparsa del cranio di Gogol
* lo studio relativo ai pensieri pre-sonno che accomunano tutti gli esseri umani.
In libro molto interessante da leggere.
December 17, 2022
Ad'un certo punto capì che, non potevo assoluttamente lasciare questo libro. Ho divorato le pagine di questo thriller in una settimana. Io che sono una lettrice lenta. La trama, i personaggi hanno catturato il mio interesse.
August 14, 2023
Giuseppe “Pupi” Avati (born 1938) played clarinet in a jazz band, until Lucio Dalla joined the group and Avati realised that he would never shine alongside the more brilliant musician. Music’s loss was cinema’s gain. Avati has directed over forty movies, often acting also as scriptwriter. He has filmed several well-regarded dramas and comedies – one could mention Storia di ragazzi e di ragazze (1990), La Seconda Notte di Nozze (2006), featuring soprano Katia Ricciarelli in her movie debut, Il Papà di Giovanna (2009), and Lei Mi Parla Ancora (2021). His filmography, however, is punctuated by horror films, a genre which he has returned to at roughly ten-year intervals, starting with the low-budget cult movie La Casa delle Finestre che Ridono (1976). Avati refers to the vein of horror he taps into as Gotico Padano, since it is influenced by the dark, foggy atmosphere and the superstitious folk beliefs of Northeastern Italy and the Val Padana.
Pupi Avati’s latest cinematic venture in this genre is Il Signor Diavolo (2019), based on his own novel. Set in the village of Leo Piccolo in the Veneto in 1952, it tells of an investigation into the murder of Emilio Vestri Musy, a teenager from a noble family, who is killed by fourteen-year old Carlo Mongiorgi, who believes that Emilio is none other than the devil. The case implicates persons close to the Church and the Democrazia Cristiana, at a delicate political juncture in post-war Italy. Furio Momenté, a lowly official of the Justice Ministry is sent to conduct an “unofficial” investigation, in the hope that he can steer the official inquiry away from controversy. The plot moves ambiguously between “rational” Gothic, where supposedly otherwordly events turn out to have logical explanations albeit clouded by superstition, and full-blown “supernatural” Gothic.
The novel, L’Archivio del Diavolo, Avati’s third, is a sequel to Il Signor Diavolo. Avati wrote it during the first Covid lockdown. I had bought it soon after its publication in early 2021 but only got down to reading it recently. I enjoyed its dark atmosphere but, to be honest, I found it rather disappointing.
Let me start by saying that not having read the first instalment (in what appears to be a planned trilogy or tetralogy), put me at a disadvantage straight away. The novel basically sees the investigation reopen, after fresh gruesome discoveries at the village of Lio Piccolo. It has several references to facts which occur in Il Signor Diavolo and although knowledge of the previous novel is not essential, I found that not having read it made it more difficult to follow what is already quite a convoluted plot.
Like its predecessor, L’Archivio del Diavolo is described as un romanzo del Gotico maggiore (“a novel of the high Gothic”) and Avati delights in the tropes of the genre, both as to content and form. From a “content” perspective, most of the action takes place either at night, or else in dark corridors and underground environments (the “archive” of the title is in a basement which can be reached only through a creaking lift; the crypt of the Church at Lio Piccolo yields shocking surprises). There’s the presence of corrupt police officials and priests of dubious morality (typical of both first-wave and “political” gothic); apparitions which may or may not be ghostly, and an obsession with death, burial and decay.
From a formal perspective, the narrative is split into brief chapters, each continuing the story from the perspective of one of the characters. There’s also a heavy reliance on the meta-literary concept of “found texts”. The novel is purportedly an anonymous manuscript, written at the time of the events, but revealed only in 1980. It is preceded by a dramatis personae and is dutifully annotated with biographical details of each new character which appears. And to add to the formal complexity, there are two other threads which reappear between other chapters. One thread consists of alleged submissions made anonymously by the readers of a magazine describing their “vivid dreams”, some of which, mysteriously, reflect events in the story hinting at some form of “collective memory” of the dramatic events of Lio Piccolo. Another thread consists of the chapters of a novel about the death and burial of Nikolai Gogol, and the theft of his skull, a novel which one of the characters, a guard at the Ministry, is writing in his spare time.
While, for an aficionado of the Gothic, it is fun to pick out the tropes of the genre, I ultimately found that all these disparate elements only served to muddy the waters. The story itself could worked just as well (if not more effectively) if it had been recounted as a more straightforward political mystery/thriller with a folk horror vibe. The attempt to package this as a “work of a high Gothic” by including meta-literary intellectual games may be interesting, but ultimately breaks the flow of what could have been a much more gripping novel. That said, I look forward to the next (final?) instalment in this series and hope that it will provide a sense of closure and change my mind about this ultimately frustrating read.
https://endsoftheword.blogspot.com/20...
Pupi Avati’s latest cinematic venture in this genre is Il Signor Diavolo (2019), based on his own novel. Set in the village of Leo Piccolo in the Veneto in 1952, it tells of an investigation into the murder of Emilio Vestri Musy, a teenager from a noble family, who is killed by fourteen-year old Carlo Mongiorgi, who believes that Emilio is none other than the devil. The case implicates persons close to the Church and the Democrazia Cristiana, at a delicate political juncture in post-war Italy. Furio Momenté, a lowly official of the Justice Ministry is sent to conduct an “unofficial” investigation, in the hope that he can steer the official inquiry away from controversy. The plot moves ambiguously between “rational” Gothic, where supposedly otherwordly events turn out to have logical explanations albeit clouded by superstition, and full-blown “supernatural” Gothic.
The novel, L’Archivio del Diavolo, Avati’s third, is a sequel to Il Signor Diavolo. Avati wrote it during the first Covid lockdown. I had bought it soon after its publication in early 2021 but only got down to reading it recently. I enjoyed its dark atmosphere but, to be honest, I found it rather disappointing.
Let me start by saying that not having read the first instalment (in what appears to be a planned trilogy or tetralogy), put me at a disadvantage straight away. The novel basically sees the investigation reopen, after fresh gruesome discoveries at the village of Lio Piccolo. It has several references to facts which occur in Il Signor Diavolo and although knowledge of the previous novel is not essential, I found that not having read it made it more difficult to follow what is already quite a convoluted plot.
Like its predecessor, L’Archivio del Diavolo is described as un romanzo del Gotico maggiore (“a novel of the high Gothic”) and Avati delights in the tropes of the genre, both as to content and form. From a “content” perspective, most of the action takes place either at night, or else in dark corridors and underground environments (the “archive” of the title is in a basement which can be reached only through a creaking lift; the crypt of the Church at Lio Piccolo yields shocking surprises). There’s the presence of corrupt police officials and priests of dubious morality (typical of both first-wave and “political” gothic); apparitions which may or may not be ghostly, and an obsession with death, burial and decay.
From a formal perspective, the narrative is split into brief chapters, each continuing the story from the perspective of one of the characters. There’s also a heavy reliance on the meta-literary concept of “found texts”. The novel is purportedly an anonymous manuscript, written at the time of the events, but revealed only in 1980. It is preceded by a dramatis personae and is dutifully annotated with biographical details of each new character which appears. And to add to the formal complexity, there are two other threads which reappear between other chapters. One thread consists of alleged submissions made anonymously by the readers of a magazine describing their “vivid dreams”, some of which, mysteriously, reflect events in the story hinting at some form of “collective memory” of the dramatic events of Lio Piccolo. Another thread consists of the chapters of a novel about the death and burial of Nikolai Gogol, and the theft of his skull, a novel which one of the characters, a guard at the Ministry, is writing in his spare time.
While, for an aficionado of the Gothic, it is fun to pick out the tropes of the genre, I ultimately found that all these disparate elements only served to muddy the waters. The story itself could worked just as well (if not more effectively) if it had been recounted as a more straightforward political mystery/thriller with a folk horror vibe. The attempt to package this as a “work of a high Gothic” by including meta-literary intellectual games may be interesting, but ultimately breaks the flow of what could have been a much more gripping novel. That said, I look forward to the next (final?) instalment in this series and hope that it will provide a sense of closure and change my mind about this ultimately frustrating read.
https://endsoftheword.blogspot.com/20...
September 28, 2020
Regala emozioni e sensazioni reali
April 5, 2022
Coinvolgimento: 4/5
Stile: 4/5
Personaggi :4/5
Vicenda:3/5
World building: 3/5
Finale: 3/5
****Giudizio:3.5/5****
Stile: 4/5
Personaggi :4/5
Vicenda:3/5
World building: 3/5
Finale: 3/5
****Giudizio:3.5/5****
July 5, 2025
Diavolo non pervenuto. Peccato.
February 20, 2021
Denso e corposo.
Ricco di personaggi, ciascuno con una propria storia e il proprio “scheletro nell’armadio” questo romanzo sembra quasi un puzzle in cui ciascun elemento, indispensabile alla storia, trova lentamente il proprio posto e la propria ragion d’essere.
In un’atmosfera noir e gotica, un personaggio curioso, funzionario del ministero di grazia e giustizia, disilluso dalla vita e rinchiuso per sua scelta negli scantinati del ministero tra gli immensi e infiniti corridoi dell’archivio, dove a nessuno tranne lui è consentito l’accesso, viene incaricato, come persona di fiducia e in gran segreto di far luce su uno altrettanto strano omicidio compiuto in un paesino veneto non troppo lontano da Venezia, archiviato troppo frettolosamente, a scapito della reputazione della Chiesa cattolica.
La sua missione verrà presto scoperta e l’uomo tornerà nei suoi archivi. O no?
Questa una delle tante storie fittamente intrecciata con una quarantina di personaggi più o meno importanti accomunati tutti dalla presenza del male, in un Italia del dopoguerra in cui è forte la lotta tra politica e religione. E la corruzione.
Il resto, che non è poco, non si può raccontare, si deve leggere.
Grazie ad Angelo di Liberto e alla comunità di Billy, che mi hanno fatto conoscere questo bel libro durante un prezioso incontro con l'autore.
Ricco di personaggi, ciascuno con una propria storia e il proprio “scheletro nell’armadio” questo romanzo sembra quasi un puzzle in cui ciascun elemento, indispensabile alla storia, trova lentamente il proprio posto e la propria ragion d’essere.
In un’atmosfera noir e gotica, un personaggio curioso, funzionario del ministero di grazia e giustizia, disilluso dalla vita e rinchiuso per sua scelta negli scantinati del ministero tra gli immensi e infiniti corridoi dell’archivio, dove a nessuno tranne lui è consentito l’accesso, viene incaricato, come persona di fiducia e in gran segreto di far luce su uno altrettanto strano omicidio compiuto in un paesino veneto non troppo lontano da Venezia, archiviato troppo frettolosamente, a scapito della reputazione della Chiesa cattolica.
La sua missione verrà presto scoperta e l’uomo tornerà nei suoi archivi. O no?
Questa una delle tante storie fittamente intrecciata con una quarantina di personaggi più o meno importanti accomunati tutti dalla presenza del male, in un Italia del dopoguerra in cui è forte la lotta tra politica e religione. E la corruzione.
Il resto, che non è poco, non si può raccontare, si deve leggere.
Grazie ad Angelo di Liberto e alla comunità di Billy, che mi hanno fatto conoscere questo bel libro durante un prezioso incontro con l'autore.
May 24, 2021
Non mi ispirava molto questo regalo ricevuto, c'e' voluta la terza settimana di isolamento causa covid-19 per convincermi ad affrontarne la lettura. E devo dire che avevo ragione a non essere ispirato. Forse lo avrei apprezzato di piu' se fosse stato un giallo, invece il tentativo di spostarlo verso un thriller/horror mi ha convinto molto poco, ho trovato banali e forzati alcuni passaggi. Ha rischiato una sola stella, ma non posso negare qualche momento interessante nella seconda parte, che gli ha portato la seconda stella. Peccato che il finale gliel'abbia sottratta di nuovo. E' raro che un libro non mi piaccia per niente, ma capita.
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