Tre voci che si alternano in tre parti: una madre, una figlia e il suo innomorato/a. Sullo sfondo quello della Croazia a cavallo della guerra di indipendenza Croata.
Un romanzo duro, che vuole narrare la storia di tutti coloro che sono invisibili
“Questo romanzo nasce dal desiderio di chiedere scusa a tutti coloro che sono costretti a vivere da invisibili in questa società e in questo mondo, che crescono convinti di non meritare amore, dignità e soprattutto libertà. Questo romanzo nasce dal desiderio di uscire da una condizione di isolamento e sottomissione personale e sociale, finché si è ancora in tempo. Questo romanzo è nello stesso tempo una profonda richiesta di perdono verso tutti coloro che sono stati costretti a vivere in Croazia all’epoca della discussione sulla Convenzione di Istanbul, e in particolare verso coloro che hanno subito violenze in modo sistematico. Questo romanzo è un atto di amore.”
La voce che mi è piaciuta di più è quella di Lucija: inchiodata al letto, immobile e al tempo stesso piena di voglia di vivere.
“Da noi i tempi bui si tramandavano da sempre e immancabilmente per linea femminile. Mia nonna li aveva ereditati da sua madre, erano avvolti in un fazzoletto e riposti sotto il materasso pieno di cimici nella casetta di argilla con una sola stanza. Me la ricordo, la bisnonna, aveva vissuto fino ai miei dodici anni. Un paio di volte all’anno andavamo a trovarla al suo letto dall’odore aspro di urina dal quale, all’epoca ormai demente, con la mano simile alla zampa di una mantide, porgeva l’involucro mentre tutti sorridevano accigliati. La valuta delle banconote sbiadite apparteneva allo Stato precedente, era ormai superata per la nuova situazione politica, ma i giorni bui erano così resistenti da viaggiare attraverso il tempo.”
Mentre leggevo la storia di Dorian, l’uomo trans che ha amato Lucija fin da subito e che ha costruito con lei un rapporto disperato le cui fondamenta affondavano nella paura, mi veniva in mente un autore, Pajtim Statovci, di cui avevo iniziato a leggere due suoi libri (Le transizioni e Gli invisibili): non ho portato a termine nessuno dei due, ahimé; ma con questa lettura mi è ritornata la voglia di ricominciarli e portarli a termine.
La voce più tragica e dura è quella della madre. Una donna che prova per la figlia un amore asfittico, tossico, dal quale ci si può liberare solo in un modo.
“Dopo che tutti se ne sono andati via, dopo che si sono presi tutto quello di cui avevano bisogno lasciandomi sola come un cane, io ritenevo di avere il diritto di riprendermi tutto insieme alla chiave, di tenerla vicino a me. Essendo rimasta senza niente, non volevo farla uscire, volevo rinchiuderla. Ora, a distanza di tempo, so che se l’avessi lasciata andare, l’avrei avuta con me per sempre. Volevo solo che rimanesse. Dopo che, inorridita, aveva ritirato le mani, dopo che le sue unghie mi avevano lacerato la pelle, ho capito che pur rimanendo lì, l’avrei persa per sempre. Ed è per questo che ora dispongo dei suoi resti.”