Da qualche anno leggo con un certo divertimento i “Buongiorno” che Massimo Gramellini confeziona per il taglio basso della prima pagina della Stampa: dotato di un’ironia bonaria, mai troppo cattiva, e di un certo equilibrio fra morale e moralismo, Gramellini non se la cava male nel raccontare la notizia del giorno, prendendosi gioco delle malefatte dei politici e stigmatizzando i vizi degli italiani. Ho sempre però un certo timore quando mi accorgo che l’articoletto è dedicato ai mali e alle tragedie del nostro tempo (dall’emigrazione ai bambini soldato, dalle stragi terroristiche alle mense vietate ai figli di genitori insolventi, dalla violenza di gender a quella razzista): timore per il pervasivo patetismo che il nostro non lesina mai, ma riversa sul lettore in ondate di lacrime e malinconia, empatia ed emotività, in grado di sciogliere anche il più granitico cuore di pietra. Sinceramente non riesco ad apprezzare il patetismo e il ricorso ai toni smaccatamente sentimentali e vittimistici nel raccontare una storia, anche la più commovente. Naturalmente questo è un limite personale, dal quale però non intendo emendarmi, al momento. Con comprensibile inquietudine ho quindi iniziato a leggere “Fai bei sogni”, il secondo romanzo, intensamente autobiografico, di Gramellini, acclamato su giornali, tv, radio e internet come uno dei bestseller del 2012. Purtroppo i miei timori si sono rivelati fin troppo fondati.
La mia recensione si limita strettamente agli aspetti letterari del libro, dato che non ho alcun titolo né interesse a commentare la dolorosa vicenda familiare di Gramellini, a cui va tutta la mia solidarietà per un lutto che lo ha colpito due volte, prima all’età di 9 anni e poi a quella di 40, ed è difficile dire in quale occasione sia stato più terribile per lui. Detto questo, mi pare che la prima cosa da notare è che, contrariamente a quanto scritto in copertina, non ci troviamo di fronte a un romanzo.
“Fai bei sogni” è in effetti una lunga seduta di psicanalisi, per quattro quinti nettamente auto-assolutoria e per un quinto auto-accusatoria. Nelle prime decine di pagine si avverte un debole tentativo di costruire una trama, prendendo le mosse dalla morte della madre, ma poi Gramellini getta rapidamente la spugna, rifugiandosi nell’aneddotica in stile “Buongiorno” e nell’alternarsi delle ondate di dolore per un lutto che prova a elaborare in modi diversi, senza mai riuscirci. Dall’infanzia all’adolescenza, dagli studi all’avventura giornalistica, dai rapporti con i parenti a i due matrimoni, agli esordi come scrittore, tutto viene proposto in forma di brevi fatterelli, episodi buffi o patetici, tristi o ironici, annegati in un’indistinta melassa sentimentale, che talvolta diventa terribilmente stucchevole.
Non vi sono veri e propri personaggi: la madre è una figura mitizzata nel bene e nel male e appare in forma quasi angelica, scarsamente concreta; il padre non acquista mai alcuna solidità e i numerosi parenti sono figurine di contorno, quasi caricaturali. Alla prima moglie sono dedicate pochissime righe, mentre la seconda, Elisa, sembra incarnare quella psicanalista alla quale Gramellini sta raccontando la sua storia. Non c’è evoluzione dei caratteri (se non nell’io narrante e in modo limitato alle ultime pagine). La narrazione procede in forma piatta, a tratti noiosa, a tratti evanescente, fino al colpo di scena finale, che però, essendo stato ampiamente “spoilerato” da Fazio e dallo stesso autore in tutte le salse, arriva a dare il colpo di grazia all’attenzione del lettore e anche all’elaborazione del lutto, cui vengono sbrigativamente concesse le ultime venti, rapidissime, pagine.
Per contro, lo spazio narrativo viene quasi completamente invaso dall’articolato armamentario del patetismo, volto a suscitare una straordinaria partecipazione emotiva nel lettore dalla lacrima facile. Si va dalle chiare allusioni freudiane e junghiane (il complesso edipico non risolto con entrambi i genitori) all’infantilismo (i parenti indicati con la maiuscola: Mio Zio, Madrina etc.), dal mammismo di marca tipicamente italiana, che nella disastrosa ricerca di un sostituto materno condiziona e deforma i rapporti con il gentil sesso, alle pesanti iniezioni di solidarietà e generosità che spesso hanno esiti negativi (vedi la vicenda del piccolo Salem, che avrà fatto versare molte lacrime a tanti lettori), fino alle molteplici ispirazioni deamicisiane (la biografia del buon Edmondo ha peraltro vari punti di contatto con quella di Gramellini). Particolarmente esasperanti sono le disavventure del protagonista con l’altra metà del cielo, a cominciare dalla sadica tata, che hanno lo scopo di strizzare l’occhio sia al romanticismo delle lettrici di indole materna e/o affette dal complesso della crocerossina, sia al vittimismo dei lettori maschi, timorosi di femmine mantidi e vedove nere. I punti di riferimento si alternano fra il calcio (il Grande Torino, Paolo Pulici), la tv degli anni Sessanta e Settanta (Belfagor), il buddismo e i grandi romanzieri dell’Ottocento, da Dickens a Kipling a Hugo.
Quanto allo stile, anche qui siamo lontani dal romanzo. La scrittura è semplice e lineare, giornalistica, e permette una lettura veloce, forse troppo veloce perché qualcosa rimanga dopo la conclusione del libro. I singoli capitoli, intervallati da varie pagine bianche, sono brevi, hanno come titolo gli incipit e assomigliano molto ai “Buongiorno”, come conferma il fatto che si concludono con frasi ad effetto, anche queste intensamente sentimentali e spesso altrettanto intensamente banali, quasi da dolcetto della fortuna: “Il mondo che avevo dentro avrei dovuto cercare di disegnarlo con le parole” (pg. 16), “Non riuscivo più a trovare i nemici. Erano tutti dentro di me” (pg. 23), “Certe domande mi facevano paura. O forse mi spaventavano di più le risposte” (pg. 40), “Non sapevo niente di lei. La condizione ideale per trasformarla in un mito” (pg. 86) etc. Sono frasi del genere anche quelle che si affollano nelle ultime pagine del libro e che ne costituiscono la cifra esplicativa.
A chiusura del volume sono riportate due interviste di poche pagine, sulla scia del successo del libro, che riportano Gramellini al suo periodo di direttore del settimanale “Specchio”, quando curava una rubrica di posta del cuore: la pubblicazione del libro gli ha permesso di entrare in contatto con molte persone che hanno avuto una storia simile alla sua e di commentarla insieme. Sono pagine che si limitano a ripetere quanto già presentato nel libro e non aggiungono niente alla lettura.
Consigliato a chi si sente orfano.
Sconsigliato a chi non sopporta le “lacrime napulitane”.