Leggo volentieri la Manzon da quando, anni fa, vinse il Campiello con un libro che non trovai certo un capolavoro ma che, ricordo, trovai piacevole e di buona scrittura. Sono passati tanti anni e mi ritrovo in mano questo nuovo volume, con una copertina bellissima e parte di una bellissima idea. Confesso che, in libreria, li avrei comprati tutti: mi piacciono gli alberi, la storia che nascondono, la pace che mi danno, i ricordi dei miei boschi.
Ho portato a casa un libro lieve, molto ben scritto e capace di riportarmi su delle emozioni lontane. È una storia semplice, di emozioni semplici e profonde, di conflitti interiori e non (la guerra dei Balcani, così vicina a noi, è a mio parere molto complessa da raccontare), di gioventù e di maturità. E uno dice, ma dov'è lieve questo libro? Lo è nella scrittura, nel pudore delle emozioni, nella sua semplicità così difficile da raggiungere.
Ricordo che incontrai la scrittrice tanto tempo fa e mi raccontava la sua passione e la sua costanza nella corsa. Dirò una sciocchezza, ma in questo libro si trova tutta, c'è esattamente lo spirito di chi corre a lungo, di chi è abituato alla fatica, di chi si dà un obbiettivo e non molla. Difficile da spiegare, e forse l'ho colta solo io.
Rosso e castagne, autunno, bosco, foglie che cadono. Niente di meglio.