«Persino ne La peste di Albert Camus un teatro era rimasto aperto nella città di Orano. Il teatro è il luogo in cui la comunità nasce e di comunità, oggi abbiamo bisogno». Traspare una nota di amarezza dalla voce di Loredana Lipperini, da pochi giorni in libreria con La notte si avvicina (Bompiani, pp.320 €18), un romanzo con una spruzzata gotica, firmato dalla giornalista culturale romana e conduttrice radiofonica della trasmissione Fahrenheit in onda su Rai Radio Tre. Un libro iniziato a scrivere nel 2016, concluso nei primissimi mesi di quest’anno, narrando di un fittizio paese nelle Marche, Vallescura, colpito da una pestilenza nel 2008. E ancora una volta verranno incolpate le donne, «perché noi viviamo in una società patriarcale e loro sono il catalizzatore perfetto della rabbia sociale». Un romanzo attuale, con una filastrocca dell’infanzia come inquietante colonna sonora e che rende omaggio al terremoto del 2016: «ogni peste è preceduta da due sintomi: le grandi carestie e la disaffezione dello spirito ovvero non rendersi più conto del male che abbiamo intorno a noi».
Teatri e cinema chiusi, presentazioni letterarie ancora in streaming. L’orizzonte culturale si desertifica?
«Viviamo una situazione drammatica e le previsioni di una seconda ondata non sono state smentite. Resisteremo, speriamo siano solo misure provvisorie».
Un paese fittizio colpito da una pestilenza. Perché ancora Vallescura?
«Vallescura non esiste, è un luogo fittizio nelle Marche un po’ come i paesi del Maine che Stephen King racchiude in Castle Rock. Vallescura torna dal mio romanzo precedente, L’arrivo di Saturno, perché in un piccolo borgo l’arrivo del male si nota immediatamente».
La notte si avvicina racconta di una pestilenza e giunge in libreria durante la seconda ondata del Covid-19. Quando è nata l’idea del romanzo?
«Pensi, ho chiuso il libro a gennaio e prima del suo arrivo in libreria l’ho rivisto, modificandolo solo del 9%. Cifra esatta, eh. Ma l’idea giunge dal 2006, a Lampedusa…».
Ovvero?
«Sull’isola, in giornate sferzate dallo scirocco, ho ascoltato il racconto di un uomo che negli anni ’90 raccoglieva i corpi decomposti dei naufraghi, seppellendoli in un piccolo cimitero. Per resistere usava una mascherina imbottita di erbe aromatiche, le stesse che i medici inserivano nella maschera a becco, durante la peste del ’300. Sono partita da qui per raccontare la disaffezione dello spirito attraverso una pestilenza».
Lipperini, qual è il ruolo degli scrittori davanti al reale?
«Idealmente gli scrittori non dovrebbero specchiarsi in ciò che scrivono ma dar modo ai lettori di vedere le cose, con maggiore chiarezza».
E come siamo messi oggi?
«C’è una palese afasia dei narratori, sino ad ora abbiamo solo provato a far cronaca, invece dovremmo traslare le ferite dello spirito durante la pandemia».
Andrà tutto bene, ancora una volta?
«Non lo so. Nel libro c’è una luce di speranza pensando al futuro e alle generazioni che verranno. Ma intanto dalla notte dei tempi noi continuiamo a non cambiare e davanti ai flagelli andiamo alla ricerca dei colpevoli».
A proposito, affronta la maternità e richiama in azione le streghe. Tabù culturali da sfatare?
«Sempre. Le mie streghe sono molto sfumate ma non nascondiamoci, il Male è dentro di noi e così come esiste la sorellanza, c’è anche una misoginia al femminile. Soprattutto volevo stemperare l’aura di santità attorno alla maternità, raccontando cosa accade quando una madre diventa ossessiva per cercare di garantire un futuro ai propri figli, a discapito di tutti gli altri. Ovvero, cosa accade quando il singolo è più importante della comunità?».
Ma il romanzo è vivo, morto o moribondo?
«Vivissimo! È un ritornello che salta fuori ogni anno, del resto a chi potrebbe far comodo la morte del romanzo?».
Le donne saranno additate come colpevoli della pestilenza. Non cambieremo mai?
«Noi viviamo in una società patriarcale, dobbiamo rendercene conto. Ancora oggi la caccia alle streghe è in atto, hanno solo mutato forma».
Addirittura?
«Non ci si libera facilmente di un immaginario che inchioda le donne. Non basta imporre la parità di genere nei cast dei film, è un percorso che deve partire dalla scuola, un discorso lungo che facciamo finta di affrontare. Ma sono ottimista».
Anche nel mondo della narrativa c’è misoginia?
«Strisciante. La non visibilità delle scrittrici è un dato di fatto, no?».
Ma nel prossimo premio Strega, meglio una finalissima tutta al femminile o zero donne in cinquina se dovessero mancare libri all’altezza?
«Zero, mai. Vorrei ci fossero donne in concorso e in cinquina ma non per una questione di quote, piuttosto per una qualità di scrittura alta, riconosciuta e giudicata con sincerità non per mera opportunità».