Danza sulla mia tomba funziona, anche nelle sue assurdità, poiché tutto è raccontato dal punto di vista di Hal, che non si sta limitando a narrare la propria vicenda in presa diretta, ma la sta ricostruendo scrivendola, mentre scopre il proprio estro e comincia a dare forma alla propria penna.
Questo per me è forse l’aspetto più stupefacente e interessante dell’intero libro: non solo un romanzo di formazione coraggioso – capace di avere protagonisti gay nel 1982 e di affrontare lo spinoso tema della Morte –, ma anche il resoconto della nascita di uno scrittore. Uno di quelli che oggi idolatriamo, perché lottano con l’autofiction.
Nel dramma adolescenziale, più o meno serio, si infilano le riflessioni sul potere delle storie, sulla ricostruzione di sé attraverso le parole, sul potere salvifico o maledicente del rielaborare il passato rievocandolo su carta.
A questo concetto, che di per sé è affascinante e spinoso già quando lo si trova affrontato con temerarietà nella literary fiction per adulti, si affianca poi la storia tenera e dolorosa di un amore bruciante, ingenuo e giovanile. Hal e Barry sono due ragazzi troppo profondi, troppo pensierosi: vivono il loro rapporto cucendoci sopra molto altro oltre a ciò che si dicono e senza confessarselo mai. Amano rispettivamente l’idea dell’amante che si sono costruiti, in una mitizzazione che a chi legge si svela pagina a pagina sempre più tossica, pur tenera, mentre anche Hal comincia a farci i conti.
Ho apprezzato anche questo, sebbene spesso da persona queer che questo privilegio non lo ha avuto cerchi rifugio in testi rincuoranti che regalino a chi è oggi in quella fase giovanile di dubbi e paure l’idea di un possibile amore felice. Ho apprezzato l’onestà di raccontare una relazione sbagliata, su cui poi a distanza di anni, se i due protagonisti si fossero sopravvissuti, entrambi avrebbero riso.
Le promesse folli ed esagerate, le scorribande notturne, la fretta di arrivare a capolinea. Insomma, un amore che vuole essere amato e, per questo, brucia troppo ardentemente.
Qui, poi, sulla cresta di questa linea di confine spigolosa e scomoda, Chambers inserisce l’ulteriore tematica della morte, che i comprimari vedono come sbagliata, forse persino perversa. Perché la morte, così vuole il buongusto, è di pertinenza del vecchio e dell’incartapecorito, non di certo di ciò che è ancora imberbe. Eppure Hal ci si immerge, stregato dal suo fascino oscuro, per scoprirla poi terrena e terrosa, umida e buia sì, ma anche fresca e pacata.
La prima metà è scritta in stato di grazia. Forse anche per questo, la debolezza della parte conclusiva risalta così tanto: i motociclisti, la ragazza alla pari norvegese, il momento di travestitismo (che in tutta onestà avrei voluto esplorato, ma in un altro contesto). Avrei tolto tutto, o lo avrei scritto in modo diverso. La narrazione non ne aveva bisogno, né per lo sviluppo della trama né per quello dei suoi personaggi.
Sarebbe stato ugualmente potente, forse persino di più, senza queste complicazioni quasi umoristiche e paradossali. Tuttavia, senza queste decorazioni pacchiane, forse avrebbe smesso di essere uno YA.
Chiudo il libro attonito, di certo sorpreso, ma anche “sospeso”. Forse Hal saprebbe descrivere meglio di me, quello che provo. O forse non c’è bisogno, davvero, di trovare sempre una motivazione.
[4 stelle, ma arrotondate per eccesso. Se la parte conclusiva fosse stata all'altezza di quella iniziale, penso sarebbe finito dritto dritto tra i miei libri preferiti di sempre. Forse, se lo avessi letto 12 anni fa, oggi lo sarebbe]