تعود بنا رواية "الزَّمن الحسِّي" إلى عام 1978، في مدينة باليرمو الغارقة في برِّيَّتها وبدائيَّتها، حيثُ يُواجه ثلاثةُ صبيةٍ في الحادية عشرة من أعمارهم، مليئين بالحماسة والأفكار، العالمَ لأوَّل مرَّة. ثلاثةُ صبيةٍ مبكِّري النُّضج، وشهوانيِّين، وحُوشِيِّين، يجوبون المدينة مقتنعين بأنَّهم أشخاصٌ مختارون. من روما، تهبُّ عليهم رياح ذلك العام الفظيع – الألوية الحُمْر واختطافُ ألدو مورو – وبسبب سخطهم من النّزعة الإقليميَّة في إيطاليا، يبدؤون بالانفصال شيئاً فشيئاً عن الواقع ويؤسِّسون خليَّتهم الإرهابيَّة الخاصَّة.
"الزَّمن الحسِّيُّ" روايةٌ قاسيةٌ ومؤثِّرة، تُصوِّر إيطاليا في اللَّحظة التي فقدت فيها براءتها كلِّيَّاً، ولكنَّها أيضاً قصَّة حُبٍّ مكتوبةٌ بنفسٍ شعريٍّ من أوَّل سطرٍ فيها إلى آخر سطر، قصَّة حُبٍّ مستحيلٍ لا يسعنا عند قراءتها إلَّا أن نتذكَّر الأولاد الذين كُنَّاهم يوماً.
حازت الرواية على جائزة (يوليسيس (الفرنسية، وجائزة (Lo Straniero)، وجائزة (Città di Viagrande)، وكانت في القائمة الطويلة لأهم جائزة أدبية إيطالية، جائزة (ستريغا) 2009.
MELLON COLLIE AND THE INFINITE SADNESS Malinconia e tristezza infinita.
Giorgio Vasta
All’inizio ho pensato, Questo è un libro pieno di difetti: si comincia con un io narrante che ha undici anni e scrive mentre cresce e mentre le cose accadono, scrive il suo oggi ma con la lingua e la consapevolezza di un trentenne. Si continua col fatto che se una parola è sufficiente, Vasta ne usa tre (il motto ‘uno che la sa lunga, ma la dice breve’ per lui non vale). E’ scritto in modo eccessivo, ho pensato, ed eccessivi sono i protagonisti. Se l’oggetto è una rosa, bisogna descriverla come qualcosa di putrescente. Se si tratta di ironia, o si tratta di disincanto, scriviamo cinismo. Se un’immagine è forte e choc, rendiamola sgradevole e orripilante. Se una cosa è semplice, complichiamola, usiamo soprannomi strani senza spiegarne l’origine, e soprattutto abbiniamo quello maschile a mamma e quello femminile a papà…
Questo succedeva per le prime trenta pagine, più o meno. Poi, però, è arrivata la prima ‘scena’ di bellezza e potenza. E allora ho capito, sono riuscito a entrare e a decifrare: mi sono detto, Sto leggendo una ballata emo con meusa (milza). E’ Billy Corgan che scrive. Ma quello nato a Palermo. Mercuriale, tragico, esagerato, passionale, emo.
Billy Corgan, leader e frontman degli Smashing Pumpkins.
Da qui in avanti non è che il libro cambi, ma i momenti belli e quelli intelligenti sono tanti. I difetti rimangono, ma cominciano a diventare pregi.
Tre undicenni che frequentano la scuola media e si ribattezzano Nimbo (l’io narrante), Volo e Raggio (o meglio, compagno Volo, compagno Raggio ecc.) vivono nel loro mondo dove l’ironia fa male, è la loro bestia nera, e i tre, tra l’ironia e il ridicolo, preferiscono il ridicolo.
Non solo perché la storia è collocata nel 1978, anno del sequestro Moro, vivono inneggiando all’ideologia, sotto un cielo con nuvole a graffi, popolato di animali di questo tipo: un pony eroinomane, un piccione, soprannominato preistorico, canceroso e amputato - un cagnolino storpio col pelo secco e grigiastro, occhi coperti da muco indurito, zampe magrissime e storpie, coda strinata, che muore in un’aureola di feci: eppure è di una bellezza stupefacente. Presenze animali importanti, che ritornano più volte in momenti clou.
16 marzo 1978, sequestro di Aldo Moro.
I tre ragazzini abitano un mondo in disfacimento, primitivo e selvaggio, dove ciò che è naturale sembra artificiale, circondati da facce di metallo grigio tubulare, dove l’asfalto è pieno di spaccature. Sono le scuciture di un tessuto nero, i varchi attraverso i quali il male entra nel mondo. Sono tre mangiatori di vetro (Nibbio, il protagonista, prende la definizione alla lettera) che vogliono trasformare il panico in esistenza, che scelgono una forma di protesta che ha per obiettivo diventare dei socrate della lotta armata: inevitabilmente sconfitti ma orgogliosamente sconfitti. E a quel punto, nella sconfitta, invincibili.
Ma anche in un mondo così, le bambine fanno piangere – soprattutto quando non sono solo bambine, fanno nascere una religione nella pancia, un bisogno di dolcezza – quello stesso bisogno che la lotta quotidianamente esclude, una fame che è nostalgia di tutto, il desiderio e il dolore di tornare.
12 dicembre 1969, la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, la madre di tutte le stragi.
Una lettura meno emotiva della mia, dirà che Nimbo, Volo e Raggio riproducono in scala minore gli eventi e il peso tragico del 1978, anno che, con il sequestro e l’omicidio di Moro, segnò la fine dell’innocenza, forse per una generazione, forse per il paese intero (secondo me l’innocenza fu persa prima, il 12 dicembre del 1969). I tre mettono in piedi una micro cellula terrorista a Palermo per iniziare la loro lotta, che contempla persino l’entrata in clandestinità, progettano ed eseguono attentati usando il linguaggio e l’apparente lucidità delle Brigate Rosse.
Però, tutto sommato, quello che i tre novelli terroristi desiderano è un nemico costante e amorevole – sì, amorevole – che perseguitandomi mi accudisca. Però, come si dice giustamente nella bandella, il tempo materiale è anche il tempo che manca, quello in cui si sarebbe dovuto amare, e non lo si è fatto.
E allora io, che con qualche difficoltà iniziale mi sono lasciato prendere e portare via, io me ne sto con la mia lettura emo-core. Anzi, emo-còre.
"Sfruttare un’epidemia comune per assecondare il nostro desiderio di epidemia assoluta. Che non è solo nostro, è sociale."
Una parentesi necessaria
Una cosa va detta subito e chiaramente: questo è un libro ostico.
Inizialmente sembra di intraprendere un'unica strada sconnessa ma poi ci si rende conto che porta a tutta una serie di biforcazioni possibili. Da alcuni anni tengo traccia delle mie letture scrivendo ciò che sento e/o penso mentre leggo. Alcune cose le riporto qui, altre le tengo per me perchè fanno parte di quel personale che non sempre si ha voglia di condividere. In merito a questo libro, sul mio attuale quadernino, ho scritto una decina di pagine. L'impressione è però che ci siano altri elementi che mi siano sfuggiti. Questo è il primo motivo dell'assegnazione della quinta stelletta: un libro che mi fa rodere, arrovellare per me merita l'eccellenza.
Il secondo motivo è personale. Dirò solo che per me l'anno in cui si svolge il racconto fu un anno importante. Vasta riporta immagini che mi hanno emozionata. Non è, pertanto, facile fare un commento che sia completo ed esauriente. Non lo sarà e me ne scuso subito. Lascerò qualche traccia. Di più non so fare...
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Siamo a Palermo
Una sola città: Palermo. La preistoria.
Una città fatiscente, quasi apocalittica: animali storpi e infetti. Per capirci questa è la prima frase dell'incipit:
"Ho undici anni, sto in mezzo a gatti divorati dalla rinotracheite e dalla rogna. Sono scheletri storti, poca pelle tirata sopra; infetti, a toccarli si può morire .
Un paesaggio di morte. Gli abitanti sono «i dialettali»: specie da cui rifuggire in quanto nemici di ciò che c'è di più sacro: il linguaggio!
1978
L'anno delle tredici lunazioni (ce ne sono sei per ogni secolo!):
"Tredici lune significa instabilità emotiva, collasso del pensiero. La sensibilità umana viene devastata: le percezioni diventano visioni, i presentimenti incubi. ".
La televisione sempre accesa in ogni casa. Un quotidiano scandito da musichette che prepotenti dominano: -l'arpa de "'L'intervallo" (giostra lenta); - il Carosello (la radiografia dell'oblio della gioia )
Con altrettanto irruenza la Tv trasmette la morte. Sono gli anni dell'eversione. Il 1978 è l'anno del rapimento ed uccisione di Aldo Moro (NB- qui, ahimé, non se ne parla e da molti per tanto tempo è stato ignorato ma lo stesso giorno della morte di Moro fu assassinato Peppino Impastato...tredici lune...?.).
Tre preadolescenti anomali
Chi legge superficialmente il romanzo sosterrà che è inverosimile perchè questi ragazzini di undici anni utilizzano un linguaggio erudito e formulano concetti impossibili per quell'età. Così è perchè questo è il fulcro.
La storia si fonda sul paradosso, ne è il perno. Conviene, dunque, non fermarsi ma cercare di capirne i motivi....
In primo luogo ci troviamo in una società malata di assenze. Da un lato ragazzini che possiedono la forza del linguaggio, delle parole; dall'altro un mondo adulto che è latitante, inconsistente e muto.
Il margine si fa centro.
L'ideologia delle Br offre ai ragazzini una forma ideale per compiere uno spostamento dal centro al margine. Per entrare nella militanza si compie una graduale trasformazione: nei corpi (si radono le teste), nei nomi (cancellano i nomi di battesimo e secondo una significanza ideologica diventano Nibbio. Raggio e Volo), nel linguaggio stesso (inventano "l'alfamuto"). Si reprime anche la natura infantile. Non c'è gioco. Tutto è tremendamente serio e si entra in azione. Compiendo azioni eclatanti non solo Palermo diventa un centro di lotta e non più provincia isolata ed ignorata ma si rivaluta anche la posizione di ragazzini delle scuole medie. Non più ibridi galleggianti tra l'infanzia e l'adolescenza ma insospettabili agenti del cambiamento. Il margine si fa centro.
Il disagio di due epoche
Questa è dunque la storia del disagio di due epoche: quella storica che si esprime nella lotta armata, quella biologica della pubertà che soffre nella ricerca identitaria di una definizione. Un doppio dramma che persegue il la soddisfazione del bisogno di essere perseguitati, di crearsi un nemico, il bisogno di riconoscimento.
N.O.I.
Nucleo ("identifica la solidità") Osceno ("è l'unico tempo che abbia senso vivere") Italiano ("è ciò che ci indigna e ciò in cui siamo immersi")
Nella soppressione dell'individualità dell'Io si persegue un collettivo ed allucinatorio NOI che diventa acronimo significante e mira alla ad essere catturato per dire "Mi dichiaro prigioniero politico", la frase della militanza, dell'appartenenza al gruppo. Nibbio vedrà alla fine le cose in altro modo e troverà che il suo messaggio è un altro...
" Perché ho capito che mentre il compagno Volo lavorava per diventare prigioniero politico, io ho lavorato per potermi dichiarare, adesso, prigioniero mitopoietico. Solo questo. Il piacere di stare nelle frasi. La fatica. La paura di uscire dalle frasi. Per un anno ho fabbricato linguaggio – proclamare, enfatizzare, minacciare – e l’ho attraversato un passo alla volta, una parola dopo l’altra, fino ad arrivare qui, ora, quasi le sette di sera del 21 dicembre 1978, a fare l’eversore dell’eversione. "
Silenzio: si piange!!
E alla fine rimane il silenzio perchè le parole è risucchiata. L'ossessione del linguaggio si dissolve. Il razionale è sconfitto; l'umano torna a galla. E' ora di piangere...
Io non so se lo volessi, al momento, ma temo d'avere introiettato, improvvisamente e penosamente, l'essenziale sulla banalità del male e su ogni silenzio spinato, eversivo (d'amore). Una sola falla, un'unica - anche vezzosa - lacuna nella narrazione, un trompe-l'œil irrisorio, avrebbero giovato alla respirazione. Ma niente. Quest'uomo è definitivamente colpevole di linguaggio.
Elusa ogni informazione preliminare (a parte gli alti voti espressi dagli amici…), ho cominciato questo libro cercando invano di individuare una gerarchia fra i molteplici e variegati elementi di cui esso si compone, dapprima per spirito di classificazione (E’ il diario di un ragazzino? Un grottesco? Un libro politico? Un romanzo di formazione? Uno spaccato di un’Italia provinciale negli anni ’70?) e poi per attenuare il disagio crescente che la lettura produce
Invano, come ho detto. Perché “Il tempo materiale” è tutto quanto sopra elencato ed altro ancora, che origina dall’assemblaggio in apparenza disordinato degli ingredienti più svariati: Aldo Moro e la stracciatella, animali parlanti e linguaggio muto, comunicati politici, Carosello e compiti di scuola, ironia e ridicolo (”l’enfasi è l’unico modo per accedere alla visione, alla profezia della storia. Certo si diventa ridicoli, ma non ci sono alternative: tra l’ironia e il ridicolo scelgo il ridicolo”, come afferma il più determinato degli alieni undicenni).
Che ad uno sguardo retrospettivo, così alieni poi non sono, se si prova a connettere il filo rosso che lega l’origine sociale, culturale, psicologica di una monocorde vita di periferia dove gli echi degli eventi arrivano attutiti e trasfigurati, al momento dell’azione: Un’eccitazione. Il bisogno di essere famelici, di qualcosa che prenda e trascini, di qualcosa su cui concentrarsi. Sulla lotta, per esempio. Perché di questo si tratta. La parola “lotta” contiene sesso, rabbia e sogno.
Messa in atto questa connessione e imboccata questa strada, per imitazione o pubertà, per protagonismo o tempesta ormonale, per amore, per gioco o forse per caso, tutto il resto procede inarrestabile come per inerzia. I fatti si susseguono senza che alcun freno inibitore si frapponga e lo stesso lettore/testimone non può che sentirsi coinvolto assistendo impotente alla concretizzazione dell’irrazionale.
Ad ulteriore stridore con la materia grezza trattata, si aggiunga l’originale stile sofisticato di Vasta che apre imprevisti inserti di poesia, curiosi quadri d’ambiente che ritraggono con precisione le coordinate, storiche e di vita quotidiana, del periodo, ed un protagonista che affronta il mondo circostante guidato poco dalla razionalità e molto dalla sensibilità sensoriale: annusa, assaggia, tasta ogni oggetto ed ogni immagine, perfino quelle televisive, con un approccio quasi animale e tanti sono gli animali disseminati lungo il racconto, malati, feriti, storpi, testimoni e indicatori di un disfacimento che non è solo morale ma che corrode anche il tempo materiale e dal quale la via di fuga più immediatamente praticabile sembra essere l’algida e geometrica disciplina della lotta armata.
è che si era tutti bambini più grandi, negli anni '70. il peso della storia, il peso materiale di quel tempo, entrava nelle nostre vite insieme ai tg guardati mentre si pranzava. in bianco e nero le immagini, in silenzio noi. davanti ad alcune notizie più che ad altre, e davanti all'errequattro col portabagagli aperto parcheggiata in via caetani, di più di più. si cresceva prima, o così forse sembra ora. fatto sta che mi è piaciuta enormemente la scelta di giorgio vasta per questo libro, di dare la parola a ragazzini di undici anni nella palermo dei giorni del sequestro moro, e far loro parlare una lingua adulta, complessa come gli improbabili ragionamenti in cui si dibattono per creare una cellula terrorista e fare la rivoluzione, ma affiancata da un alfamuto di gesti silenziosi. il linguaggio preso come chiave per raccontare la difficoltà di quegli anni, i contrasti, il sovvertimento delle categorie individuali e sociali stabilite dai valori del boom. lo stesso protagonista nimbo riassume in sé l'ossimoro: ha un soprannome etereo, che ha a che fare con le nuvole (il nembo) e con l'aureola dei santi, ma ha una voglia divorante di farsi profeta di una storia pesante. una volontà di linguaggio che lo prende come una febbre alla gola, «un'epidemia dalla quale non cercare scampo». per questo non ho trovato un limite ma una forza, lo smaccato surrealismo del romanzo. e quella che alcuni lettori hanno definito inverosimiglianza io la vedo come potenza simbolica. per cui ci sono, sì, i fatti e i fenomeni e gli oggetti reali di quegli anni (i trasferelli accanto alle brigate rosse, alan ford e l'almanacco del giorno dopo accanto alla consuetudine coi morti ammazzati, zigo zago e obabaluba) ma tutto il resto è dichiaratamente mitopoiesi pura. retorica alta, consapevole. estraniamento attraverso l'infezione di una lingua che serve ad allontanarsi dal presente («ce ne andiamo via da palermo semplicemente parlando») e contemporaneamente a calarcisi dentro («le brigate rosse (...) parlano - o meglio scrivono - come noi. i loro comunicati sono complessi, le frasi lunghe e potenti. sono gli unici in italia a scrivere così»). il passaggio alle azioni dimostrative, a quel punto, per i tre ragazzini sembra follemente naturale. è la legge del male innocente. l'allucinazione della colpevolezza come presa di responsabilità. se siamo arrivati fin qui, dirà uno dei tre, è perché abbiamo capito che la paura e il desiderio non sono esperienze contrapposte ma mescolate e inseparabili. con dei nomi di battaglia mettono in scena il gioco crudele di chi è nato quasi imparato e ora è famelico perché ha preso il contagio: nimbo a un certo punto definisce se stesso cupo e ideologico. e poi anche concentrato, tetro, abrasivo. è lettore di giornali e ascoltatore di telegiornali, è aduso alla cronaca politica. è un mangiatore di vetro. ma è anche impastato di sghemba ingenuità, e sono sempre le parole a farla saltar fuori all'improvviso come una molla. il suo prorompere in «accidenti» e «accipicchiolina» mentre i suoi avversari dicono «cazzo!». c'è tutto, in miscugli come questo. eroismo distorto e tabelline, crudeltà e lunghi pomeriggi di noia, proclami e riparazione posticcia. un po' come dire, fuori dal libro, le lacrime nazionalpopolari per via caetani, e il ministro dell'interno che arriva sul luogo del ritrovamento prima della telefonata di rivendicazione. e poi ci sono i fastidi di pelle, il sapore metallico del sangue, della lavagna d'ardesia toccata con la punta della lingua, della saliva. è un libro pieno di umori corporei condensati, di crudezza e di utopia. un libro particolarissimo, con situazioni insistentemente urticanti e un passaggio di tre pagine di cui ho retto con qualche difficoltà il malessere. lascio in sospeso solo il giudizio sul finale. non so come considerare dal punto di vita narrativo l'ultimo atto in odore di chiusa consolatoria e auto-penitenziale. d'altra parte, utilitaristicamente, una lorinbocol abbastanza provata dagli sviluppi precedenti ha tratto giovamento dallo stemperarsi della tensione. perché se si fosse trattato di un film, pur consapevole della finzione alla fine avrei atteso con una certa ipocrisia la scritta: nessun bambino e/o animale è stato maltrattato durante le riprese. il compagno morana ma anche i gatti, i cani, le lumache, gli asini, le api e perfino le zanzare utilizzati vivono felici in una fattoria alle porte di palermo.
Υποτίθεται διαβάζουμε για την εντύπωση που προκαλεί το ιστορικό πλαίσιο της ομηρίας του Αλντο Μορο από τις Ερυθρες Ταξιαρχίες το ‘78 σε μια παρεα 11χρονων στο Παλέρμο. Μη πειστική γραφή για ένα παιδικό μυαλό, υπερβολικές μεταφορές κ συμβολισμοί, μικροπεριοδος λόγος, ενίοτε μια πρόταση είναι μια μόνο λέξη, που εκβιάζει τον εντυπωσιασμό του αναγνώστη. Δεν με έπεισε, κουραστικό κ υπερβολικό
tutto sembrava procedere per il meglio, finché mi sono imbattuta in questa frase: "mi ricapitolo per tenermi insieme". ciao vasta, ricapitolame tu' sorella.
I wasn't quite sure what the author was trying to achieve. Some of the sentences were brilliant but the actual outcome didn't work for me. The words, thoughts and actions of the three 11 year olds were all too sophisticated and unbelievable. It is a dark book. Not one I can recommend.
Romanzo sorprendente l’opera prima di Vasta anche se o per fortuna non si sa bene cosa sia : Operetta morale? Favola cinica con intenti pedagogici? Deformato romanzo di formazione?Volgarizzazione di un saggio di semiotica? Metafora politica? Probabilmente tutto questo e altro ancora che un lettore più attrezzato di me potrebbe cogliere con soddisfazione. Una certezza però l’abbiamo: Il tempo materiale è un oggetto puramente letterario, lontanissimo da quel naturalismo di risulta che impesta la narrativa italiana contemporanea, nessuno stupido patto con il lettore - simili a certi contratti con gli italiani – o abbozzati tentativi di verosimiglianza: qui ci sono tre ragazzini undicenni che ragionano come fossero appena usciti dalla caricatura di una lezione di Foucault alla Sorbona; ci sono animali che parlano; una topografia sbilenca e nessuna pausa emotiva a dar corda al lettore pigro. Libro ipercostruito di cui è possibile intravedere le bozze, le glosse e le note a piè di pagina anche se niente di tutto ciò è presente. La storia è poca cosa: nel ’78, prima-durante-dopo i 55 giorni di Moro, tre ragazzini palermitani ( e qui va aperto un grande inciso, una volta tanto una città estremamente definita nell’immaginario simbolico è rivoltata come un calzino dalla scrittura intelligente di Vasta: a fronte di una precisa topografia viene scantonato qualunque luogo comune della geografia letteraria siciliana ( io davanti a uno scrittore siciliano accuso sempre più di un sussulto – limite mio ovviamente – e mi figuro nell’ordine: A) una scrittura illuminista corretta in salsa barocca che rimane sullo stomaco come dopo aver mangiato una pizza ai sedici formaggi in un paese dove non è stata ancora scoperta l’alka seltzer ; B) dei tizi che parlano come il padrino; C) dei commissari enogastronomi che mandano in brodo di giuggiole i lettori della classe media d’oltrepo ( io invece, che son centrofono d’estrazione popular, anelo sempre l’arrivo del tizio che parla come il padrino del punto B a porre fine alle mangiate del commissario nuntareggopiù); D) una epopea familiar…zzz…zzz…zzz…) e Palermo è solo una pustola infetta, una periferia dell’impero di quella Roma “cagna in mezzo ai maiali” come recitava una canzonetta di qualche anno fa – di cui non ricordo un ciufolo se non questa riuscita immagine - , luogo desolato attraversato da cani storpi, gatti con annessa rogna, asini eroinomani, piena di siti appiccicosi come “i pornonidi” -campi di risulta dove intrattenersi con fumetti porno-, strade tagliate da buche voragini ecc.. (il tutto è assai Burroughsiano a mio avviso, strano che nessun recensore l’abbia notato, o forse son solo io che prendo lucciole per lanterne) e una sorta di cappa psichica,a far da tappo al tutto, tenuta su da usurati riti familiari e tv sempiternamente accese che filtrano la storia – quella che arriva da Roma – con la loro lingua neutra e ambigua ) che si son messi in testa di ridare un senso al linguaggio, a scrostarlo dalle ambiguità, a tirar fuori le chiavi di quella prigione di significanti e significati in cui, a dar retta a certi trapassati e involuti pensatori mangiarane , tutti siam rinchiusi, insomma , per esemplificare scioccamente, se le BR scrivono “condanna a morte” ci deve scappare il morto e non nascondere un bizantino ragionamento politico degno del loro illustre prigioniero, e quindi metton su una perfetta imitazione fatta in casa delle BR sorretta dalla messa in scena di una lingua, l’alfamuto, lingua cinetica che a fronte di una postura corporea fa corrispondere un preciso e non ambiguo significato: fermarsi, nascondere, morire – e “morire” è rappresentato proprio dalla postura del cadavere di Moro (dall’immagine televisiva del cadavere di Moro) , il braccio piegato e la testa reclinata – ecc…, e danno vita a una replica del rapimento Moro, ai danni di un loro compagno di scuola, con tanto di esecuzione finale…. Insomma c’è un sacco di carne al fuoco - che lascio da parte - tra queste pagine, un pullulare di metafore chiuse una dentro l’altra come bambolette russe, c’è la ricerca sofferta di una identità e un pezzo di specchio dove leggere, a posteriori, quello schifo di popolo che siamo diventati. Ci sono anche delle sbavature, cose che mi hanno fatto incazzare con l’autore (ad esempio la debolezza della metafora politica, il sermone sottaciuto e un po’ superficiale dell’ideologia come forma di infantilismo, la chiusa riparatrice che se regge da un punto di vista narrativo nell’ambito di un romanzo di formazione - l’io narrante ritrova il suo essere bambino grazie all’amore per una ragazzina muta (il linguaggio perfetto)- arriva attraverso un maldestro gesto di pentimento: un resoconto di fatti, nomi, azioni fatto ritrovare alla polizia, dimenticando quale ambiguo strumento politico fu la legge sui pentiti di terrorismo), ma sono solo impressioni soggettive che non inficiano affatto il giudizio un romanzo che necessita solo di impressioni oggettive. C’è da dire infine che Vasta, intercettato attraverso qualche clip, è davvero antipatico, e gli scrittori antipatici, si sa, son spesso garanzia di ottimi romanzi.
رواية الزمن الحسي للكاتب الإيطالي جورجو فاستا، هي عمل أدبي قوي يجمع بين البراءة والقسوة، يتناول النضج والمآل في ظلّ واقع سياسي واجتماعي مضطرب.
الرواية تبدأ بصور حسّية قوية لوصف بيئة الصبي الصغير (الراوي العليم في النص): منزله، الحديقة، القطط المريضة، والروائح والأصوات من حوله.
مع مرور الوقت، تدخُلُ الأحداث السياسية في خلفية السرد: أخبار العنف، الأيديولوجيات، الاختطاف، الفعل السياسي المتطرّف، هذا يثير لدى الفتيان إحساساً بالتمرد والرغبة في التمايز عن “الواقع البليد والنمطي”.
يكون الطفل مع اثنين من أصدقائه “خلية إرهابية” رمزية من داخل البراءة، يجربون العنف، اللغة السّرية، التقمّص، التشبّث بالخيال والرمز. هم ليسوا مجرد “أطفال يلعبون” بل الفعل لديهم يصبح فوريّاً وخطيراً، حيث تتداخل الطفولة مع مسارات الأيديولوجيا، مع الخوف، مع توق إلى المعنى.
الرواية تتقدّم نحو رسم كيف أن البراءة لا تدوم، وكيف أن الألم، الفقد، العنف السياسي والاجتماعي تدخل حياة الأطفال الذين يُجبرون على أن يصبحوا ناضجين مفرطين قبل أوانهم.
برأيي، مشكلة الرواية الأساسية، وربما الوحيدة، تتمثل في عدم ملاءمة الأحداث ولا سيما الحوارات مع عمر الشخصيات. حيث أن هناك حوارات فلسفية عميقة جداً، لا يمكن أن تصدر من أطفال بوعي وعمر 11 سنة. عدا عن ذلك، العمل مميز جداً .
Time on my hands War is a game to little boys. War is fun. Abduction is something that dragged them deeper into the world of mayhem. It was slow and I didnt bond with the characters but I liked the idea.
This book is neither experimental enough, nor traditional enough. It tries to walk a middle ground between plot, character, and experimentation, but flounders on all. (As do most people, unless your name is Bolaño or Wallace.) Which isn't to say it's a bad book. But the book is part of the contemporary "literary" malaise: having a desire to be edgy, but without the conviction to go all the way, and the tendency to confuse experimentation with cleverness, to replace social drama with interpersonal relations, and swap history for interiority. Nothing wrong with cleverness, interpersonal relations, or interiority, but Time on My Hands is dealing with a violently social subject matter; violently social subject matter that IS deeply relevant to our own times; and violently social subject matter that was experimental, not clever; social, not familial; and historical, not individual. Vasta takes an amazing period of history and diminishes its complexity into 11 year old kids; 11 year old kids who happen to be theory-heads who speak like 40 year olds, yet who are also widely unaware of the larger political realities. And that stance and move infantilizes a scenario that deserves better.
The scenario is the history of the Red Brigades and Autonomia and the "Days of Lead." That's a great and untapped subject for a book (with the exception of the amazing The Unseen and the recently hotshit popular The Flamethrowers). Viewing that deeply confusing historical scene through the eyes of overly precocious children could be a great; great, that is, if the 11 year old protagonists can really simplify the complexities without delving into endless history; but it's not great if the complexity is judoed into some stupid timeless parable, like about "how evil evolves and how children reflect and demonstrate that evil better than the adults they ape."
Seriously. I mean, what the fuck?
The deep corruption, repression, implicit violence and control that dominated Italy resulted in massive public protests. That non-violent public protest was met with over-the-top state violence until the formerly peaceful movement turned violent, which the state used as an excuse for some extreme ultra-violence, which shut down Italy, and destroyed the left even until today. It's a great story.
Yet Vasta concentrates on language and control, and how language constructs a "mythopoetic" world for the 11 year old protagonist. That is, language constructs worlds. The 11 year olds establish complex logics and deep language-created worlds. What about that really corresponds to the violence of the state? Or the rationale of the protests in Italy? Vasta's critique on language could be set in 1990 or 1540 or 1220. Eventually the kids develop their own language; a visual body-based language—like a sign language using the body and pop culture; a language they attach to the Red Brigades and a New Italy. But why? The Red Brigades and a potential "New Italy" have only tangential relations to the plot. So why bother? Because it's sexy?
Also, the writing is ridiculously ornate. That could be good, but it isn't when it's supposedly coming from an 11 year old. Again, Vasta's protagonist is an overly articulate 11 year old theory-head who sounds like a 40 year old PhD candidate. That should be experimental as such (e.g., "Is the protagonist a stand in for the author or is he supposed to be a very odd 11 year old?" "Am I supposed to believe in the character or assume that he is a metaphor?" etc.). But we are not in the realm of an unreliable narrator. We're also not in the realm of an unreliable author who is fucking with us for some unknown reason. We're supposed to believe that this is simply an articulate, albeit fucked up, 11 year old.
Despite the overblown writing, the novel is still a ready-for-art-cinema script. Yeah, the plot only comes into play late in the novel, but it still reads as a movie, and not as a book. That is, even though the book is about crafting worlds through language, the book seems more like a guide for an art house movie, and not as an example of experimental fiction.
Last, the ideology of the State and of the radical groups is completely squished into affects of language and/or little boys playing at rebellion. The real violent reactions of the State are left out entirely. Starving animals and children are shown, but no rational is given; no rational is given to the Red Brigades or the anger of the populace at the policies of 60s and 70s Italy. All is but a lashing out of disaffected, and mildly sociopathic, little boys.
1978, Palermo: tre undicenni disturbati ed esaltati fondano il NOI, Nucleo Osceno Italiano, che immaginano affiliato alle Brigate Rosse; scimiottandole, "portano l'attacco alla scuola imperialista" con azioni violente, gravi fino all'estremo. Per tali contenuti, proposti con freddezza, e per una forma narrativa che ostenta ricercatezze discutibili, la lettura del romanzo costa parecchia fatica, alla fine non ripagata.
قراءتي في رواية الزمن الحسي للروائي الإيطالي جورجو فاستا على جريدة المدى العراقية. ....... كثيرًا ما يبدو لي أنَّ بعض القرَّاء لا يبحثون عن روايةٍ بكلِّ ما تحمله هذه الكلمة من معنى، بقدر ما يبحثون عن حكاياتٍ تشبه واقعهم، يقرؤونها لمجرَّد المتعة، ولكنَّ مفهوم الرِّواية، هذا الفنُّ الذي أوجد لنفسه مكانًا في عالمنا هذا كي يخفِّف من وطأة أسئلة الحياة ومن عبء ما يمرُّ بنا من أزمات، هو في رأيي أكبر من أن يُختزَل في حكاية، فالرِّواية نسيجٌ متكاملٌ لا يخضع لمتطلَّبات الواقع بقدر ما يخضع لمنطق الأدب الخاصِّ، ومنطق الرِّواية يكسر كلَّ الأفكار السَّابقة التي يأتي القارئ متسلِّحًا بها من واقعه، ومن هنا فإنَّ قارئًا كهذا حين يجد في العمل شيئًا لا يتوافق وأفكاره تلك، قد يعتريه نفورٌ منه. يقول بيتر هاندكه: "الأدب يعنيني ككاتبٍ وكقارئٍ على حدٍّ سواء. إنَّه أعمق ما يمكن أن نعيشه. هو لا يغيِّر الحياة، بل يوقظها، وبذلك يغيِّر حياتنا. يغيِّرنا نحن". ربَّما كان مدخلًا طويلًا للحديث عن روايةٍ مختلفةٍ، بسردٍ مختلفٍ، وبمشاهد سورياليَّةٍ تعيدنا إلى إيطاليا في سبعينيَّات القرن الماضي. إنَّها رواية «الزَّمن الحسِّي» للرِّوائيِّ الإيطاليِّ جورجو فاستا الصَّادرة عن (منشورات المتوسِّط، إيطاليا، 2020). روايةٌ تجتمع فيها القسوة واليوتوبيا ونزعة الشَّرِّ في براءتها الأولى في مواقف حياتيَّةٍ غير متوقَّعة. تدور أحداث الرِّواية في صقلِّية وتحديدًا في باليرمو، عندما استفاقت هذه الأخيرة على حادثة خطف ومقتل رئيس الوزراء السَّابق ألدو مورو من قِبَل الألوية الحُمر. والفريد في الأمر أنَّ رواة الأحداث هم ثلاثة أولادٍ في سنِّ الحادية عشرة يبتكرون لأنفسهم أسماءً غريبةً ولغةً خاصَّةً للحوار فيما بينهم، بوعيٍ ذاتيٍّ يتجاوز سنَّهم، فهم يمتلكون قدراتٍ تخريبيَّةً تتجاوز فكر الأولاد إلى الخبث والمكر السِّياسيِّ الذي يسمُ تفكير الكبار الذين فهموا الدَّرك الأسفل من كلِّ قذارات الحياة. يعيد أبطال «الزَّمن الحسِّي» إلى الأذهان بطل رواية «الحارس في الحقل في الشُّوفان» و«الأمير الصَّغير»، وإن اختلفت المواضيع. غير أنَّ إعطاء مهمَّة السَّرد لأطفالٍ بهذه السِّنِّ لم يأت في رأيي من فراغٍ، بل له غايته في تغيير نظرتنا إلى الأشياء، فالكاتب يمنحهم تلك الصِّفات ليُظهر كيف يمكن للبراءة أن تؤسِّس إمَّا للشَّرِّ وإمَّا للخير في أولى مراحل التَّفكير التي تقود إلى النُّضج. يقول جورج أورويل: "لعلَّ الكثيرين ممَّن يرون أنَّهم على درجةٍ من الثَّقافة والمعرفة يحملون على مدى حياتهم خلفيَّةً واسعةً اكتسبوها في طفولتهم". لقد منحهم أصوات الكبار للتَّحدُّث بلغتهم والتَّعبير عن كلِّ أفكارهم وآرائهم وثوراتهم ونقمتهم على كلِّ ما كان يحدث في إيطاليا في ذلك الوقت من ظروفٍ ووقائع بائسةٍ لا يمكن احتمالها: "إيطاليا حقًّا فاترةٌ وعاجزةٌ كلِّيَّةً عن تحمُّل مسؤوليَّتها عن المأساة. إنَّها قادرةٌ فقط على خلق المأساة، ولكنَّها ما تلبث أن تحوِّلها إلى ملهاة". كثَّف جورجو فاستا الرَّمزيَّات في الرِّواية، فهو يستخدمها بشكلٍ روائيٍّ مبهرٍ، خاصَّةً عند نقده للسُّلطة. نقرأ في الرِّواية: "في الوقت الحاضر، السُّلطة في إيطاليا كتلةٌ خامدة الطَّاقة هدفها الوحيد أن تبقى على قيد الحياة". ونقرأ في وصفه الرَّغبة: "الرَّغبة هي رأس المثلَّث، والانصراف والابتغاء هما الزَّاويتان الأخريان". كما أنَّ للرِّواية فلسفتها الوجوديَّة الخاصَّة. نقرأ: "جسدانا لم يعودا موجودَين وهما الآن شيءٌ آخر. إحدى قدميكِ حجَرٌ، أنفي رملٌ، أُذُناكِ تُفَّاحتان، وإحدى عينيَّ قنفذُ بحرٍ في قاع المحيط. فمُكِ، الآنَ، رِباطٌ رسغيٌّ في يدِ رجُل، ورئتاي قلمُ رصاص. المادَّةُ تتحوَّل ونحن نتحوَّل معها. دونما إدراكٍ، تلتقطُ يدُ الرَّجُل التي أنتِ فيها قلمَ الرَّصاص الذي أنا فيه وتكتبُ كلماتٍ وكلماتٍ، ونبقى نحن حيَّين في الحركةِ وفي الكتابة". الخطأ في رواية «الزَّمن الحسِّي» يصبح أمرًا قابلًا للتَّفاوض، فكلُّ ما يمكن وصفه وفقًا لمسلَّماتٍ معيَّنةٍ يمكن أن يؤدِّي إلى الصَّواب، بل في أغلب الأحيان نكون في حاجَّةٍ ماسَّةٍ إلى الخطأ كي نتعلَّم: "أردت أن أفعل شيئًا يراه الآخرون خاطئًا، بينما كنت أراه أنا في تلك اللَّحظة صحيحًا. لا، ليس هذا بالضَّبط، ليس لأنَّني كنت أراه صحيحًا: لقد كنت ببساطةٍ في حاجةٍ إليه". لرواية «الزَّمن الحسِّي» إذن صوتها الخاصُّ والفريد في نقل واقع فترةٍ عصيبةٍ مرَّت بها إيطاليا آنذاك. كما أنَّ التَّرجمة الجيِّدة رسَّخت للنَّصِّ صلابته وهذا ليس بغريبٍ على ترجمات «أمارجي» الذي يتعامل مع النِّصِّ بحساسيَّة الشَّاعر وبحرص المترجم وتمكُّنه. إنَّ لغة جورجو فاستا الطَّاعنة في التَّوريات والرُّموز لا تُقرأ ولا تُستوعَب على عُجالة. إنَّها لغةٌ تتجاوز الكلمات إلى المدلولات، وهي فلسفته الخاصَّة في فهم الحياة والكون. يقول: "فالنَّحل يقضي وقته في الطَّيران، مركبًّا الرُّموز حينًا، وفاكًّا إيَّاها حينًا آخر. نحن ننظر إلى النَّحل ولا نفهم شيئًا، لا نرى سوى نقاطٍ صفراء تتحرَّك، ولكن إن استطعنا قراءة الخطوط غير المرئيَّة التي يرسمها، علمنا ما يقوله بعضه لبعض". سيقرأ بعض القرَّاء «الزَّمن الحسِّي» كحكايةٍ معقَّدة، وبعضهم سيقرأها بحثًا عن أساليب جديدةٍ في الكتابة، وهناك حتمًا من سيغريه أسلوب فاستا، وأنا على يقينٍ من أنَّ القارئ المتعمِّق والمتأنِّي سيستخلص الموقف الإنسانيَّ المتواري تحت طبقاتٍ من القسوة وسينتبه إلى أسئلة الوجود والكينونة التي يطرحها الكاتب في هذه الرِّواية. سارة سْليم الرابط: https://www.almadapaper.net/view.php?...
Non si può certo rimanere indifferenti di fronte a questo libro, perché colpisce a ogni pagina, a inizare dalla nota dell'autore: "in questo libro la cronologia reale del 1978 è stata in parte modificata secondo le necessità drammaturgiche". Ma è naturale, perché tutti quelli che c'erano nel 1978 si ricordano esattamente cos'hanno fatto e dov'erano. In realtà, secondo tali necessità molte altre cose sono state modificate: i sogni dell'infanzia, la logica delle azioni, la percezione della realtà. Ma in fondo tutto questo è meno importante di fronte al tremendo impatto del linguaggio che diventa proprio parte del gioco di questi ragazzi attraverso i quali si narrano i fatti, il linguaggio che stravolge il senso logico delle cose. E allora il disagio sottile, il disgusto si trasforma in ironia quando il pensiero di un bambino di fronte a una casa modesta si traduce in Le suppellettili sono ignoranti, ma del resto l'estrazione è umile, l'immaginario è quello e va accettato . fino al Mi dichiaro prigioniero politico La parola immaginazione, del resto, è ovunque, ma è un'immaginazione che produce disfacimento , non sogni.
Romanzo d'esordio impressionante per maturità e rigore nel quale l'autore rilegge il 1978, annus horribilis della storia italiana, attraverso gli occhi di tre preadolescenti che sulla base della fascinazione esercitata dal delitto Moro, decidono a loro modo di fare la rivoluzione. L'io narrante è Nimbo, un ragazzino di undici anni che esperisce la realtà in una maniera del tutto originale, non contentandosi cioè dell'osservazione del mondo, ma aggiungendo ad essa anche l'uso degli altri sensi, il tatto, il gusto, l'olfatto. Vasta traduce il tutto con un linguaggio nuovo, fatto di una sorta di espressionismo stilistico - talora anche troppo manierato - ricco di aggettivi ed immagini, una specie di lente colorata che deforma tutto ciò su cui si posa. La lotta contro lo Stato è la molla dalla quale scaturisce la storia ed anche il filo conduttore della narrazione, ma insieme a metafore, simboli e allegorie, mille sono i fili, più o meno sotterranei, che si intrecciano fra le pagine. Uno di questi lo individuerei nell'impossibilità di comunicare tra bambini e adulti (e probabilmente nella difficoltà di comunicare in generale): i tre protagonisti cercano a modo loro di capire quello che succede intorno a loro, ma nonostante si esprimano e ragionino come uomini rimangono dei ragazzini, lasciati soli a confrontarsi con avvenimenti epocali. L'emulazione delle Brigate Rosse finisce così per essere un misto di gioco ed impegno, il tentativo di avere visibilità, di affermare se stessi, di essere colpevoli pur di essere. Altro tema importante è quello del linguaggio: Nimbo, Raggio e Volo (nomi di battaglia dei tre undicenni) rifiutano quello convenzionale perché espressione di una realtà che vogliono cambiare, per sostituirlo con l'alfamuto, un codice di comunicazione fatto di posture e gesti che utilizzano i simboli della cultura di massa dell'epoca rileggendoli in funzione dei loro scopi, un uso delle forme cambiando i contenuti che esse dovrebbero rappresentare, simile per certi aspetti a quello che facevano Schifano, Angeli, Festa, Rotella, gli artisti della pop-art. Il tempo materiale è un romanzo duro e a tratti angoscioso, che procede con andamento sincopato: frasi brevi e ritmo incalzante sottolineano le fasi della narrazione dedicate all'azione, alle malefatte del gruppo, ad esse si alternano monologhi o surreali dialoghi ideali con animali od oggetti in cui il protagonista cerca faticosamente di elaborare quello che sta succedendo e se nella prima parte dell'opera la riflessione precede e prepara l'azione, nella seconda accade l'esatto contrario con Nimbo che fatica a stare dietro a quello che succede, a capire dove sta andando e perché. Se posso trovare una pecca in quest'opera è che una volta raggiunto il climax, la storia da l'impressione di scivolare verso il finale in maniera un po' troppo rapida. Forse si tratta di una scelta intenzionale dell'autore per rendere al meglio l'idea del precipitare degli eventi, tuttavia mi sembra uno scarto di velocità che stride con l'armonia del racconto. Ancora un'ultima annotazione a proposito del rigore con cui è costruito il romanzo: in certi momenti ho avuto l'impressione di una precisione e di un controllo quasi eccessivi, una sensazione simil-claustrofobica, come se tutto fosse consequenziale, già compreso dentro la trama. Gusto personale, sia chiaro, infinitesimi granelli di sabbia in un ingranaggio ben rodato. Poca roba per uno tra i romanzi italiani più importanti degli ultimi tempi.
“Avevo provato un disgusto cieco e nello stesso tempo un’orribile fascinazione. L’orrore al suo massimo livello, per qualche inspiegabile ragione, esercita sempre attrazione. È ipnotico.” Leggendo queste frasi legate ai ricordi da bambino del protagonista di Il mio angelo ha le ali nere, di Elliott Chaze, mi è venuto da associarle al libro di Giorgio Vasta. Il tempo materiale è ambientato in una Palermo selvaggia ma viva, a differenza della Roma città dei morti dell’immaginario infantile di uno dei piccoli protagonisti; l’anno è il fatidico 1978, anno cruciale che ritorna anche in L’estate del ‘78 di un altro scrittore palermitano, Roberto Alajmo. I protagonisti del libro di Vasta sono tre undicenni che fanno propria la logica delle Brigate Rosse: la violenza e l’orrore, come fattori necessari, praticati lucidamente e razionalmente come elementi di disarticolazione degli equilibri politici e sociali. I ragazzini dovrebbero avere già superato la fase della crudeltà infantile e della pre-moralità e questo rende ancora più devastante l’impatto del racconto. È da sottolineare la funzione di rottura assunta dal linguaggio: il rifiuto del dialetto (i protagonisti si esprimono solo in un perfetto italiano), l’espressione razionale dei concetti che si scontra con la limitatezza del lessico (ogni narrazione necessita di un linguaggio specifico, tant’è che i protagonisti si inventano un nuovo alfabeto: l’alfamuto), la violenza necessaria e al di là della morale (sperimentata dai protagonisti anche prima della svolta “brigatista”), il rifiuto dell’ironia vista come tratto tipico della società italiana, la fusione della teoria con la prassi (anzi, la prassi che si fa teoria e anche da qui la necessità di un nuovo lessico). Per il resto, il romanzo è scritto in un italiano perfetto, a mio avviso, spesso con frasi brevissime, quasi telegrafiche; le descrizioni risultano minuziose, evocative, ricche di immagini e metafore. Sicuramente non è un libro “allegro”, ma la lettura non risulta assolutamente pesante, anzi. E il romanzo è una rilettura assolutamente non scontata di un periodo storico di passaggio. Se si cerca un buon romanzo italiano recente, penso che Il tempo materiale sia proprio da prendere in considerazione.
Non mi ha convinto per niente, vuoi per la scrittura, per me, fin troppo artificiosa, di una ricercatezza un po' fine a se stessa e soprattutto poco credibile, vuoi perché l'ho trovato molto ma molto noioso. Ci sono delle parti indubbiamente di spessore, ma quando non c'è credibilità per me tutto perde senso: è l’implausibilità dei personaggi, ragazzini di 11 anni che parlano, pensano ed agiscono come degli antagonisti di lunga esperienza. L'autore rilegge il 1978, l'anno più terribile, forse, della storia italiana, attraverso gli occhi di tre preadolescenti che sulla base della fascinazione esercitata dal delitto Moro, decidono a loro modo di fare la rivoluzione, nella Palermo fatiscente, quasi apocalittica, un paesaggio di morte. Questi tre adolescenti si mettono in testa di diventare giovani terroristi in erba, parlando e agendo come, per l'appunto, dei brigatisti. Non c'è un'epoca che mi appassioni più dei cosiddetti "Anni di piombo", o per dirla con l'eleganza di Zavoli, della "Notte della Repubblica", anche perché penso sia uno dei momenti in cui la Storia italiana ha davvero influenzato (e viceversa, ovviamente) la storia personale di chi ha vissuto quegli anni. Giorgio Vasta ha scritto un romanzo di una complessità enorme, che ha sicuramente più e più livelli di lettura, come tutti i grandi romanzi che si rispettano, che incuriosisce e respinge in egual misura.
Estenuante allegoria del terrorismo brigatista, sotto forma di bildungsroman raccontato da un undicenne che pensa e parla come un filosofo cinquantenne. I pedanti richiami a fatti e persone dell'immaginario collettivo di quegli anni accentuano casomai il senso di fastidio per l'insistito utilizzo di una lingua ipercolta e volutamente metaforica. Da Alan Ford e Raimondo Vianello: il tempo sprecato.
The writing was clever but 11 year old boys do not think or speak or play like the central characters of this novel. I couldn't get beyond that to enjoy what I was reading.
Δεν ήταν γραφτό να συναντηθούμε με τον συγγραφέα αυτό. Δεν θα το πω κακό το βιβλίο ετούτο, θα το πω περίεργο και για μένα πολύ κουραστικό και αδιάφορο.
Non ci sono parole per descrivere “Il tempo materiale”: è bello. Non un semplice libro sulle Brigate Rosse, di cui i protagonisti, ragazzini di undici anni, cercano di imitare le azioni e il linguaggio, ma anche una storia sul potere delle parole, sulla ricerca di legami, sul gridare la propria presenza al mondo. Fanno bene le persone ad assurgere Giorgio Vasta a mito. Con “Il tempo materiale” ha creato un modo nuovo di narrare l’impossibile: l’assenza, il dolore, l’invisibilità, il ridicolo, tutto ciò che va contro un’esistenza reale, ma vuota e priva di amore.
Dory - per RFS . I bambini sono considerati incolpevoli e, per questo, invisibili di fronte alle efferatezze. Da questo assunto viene concepita la lotta per Nimbo, Raggio e Volo: tre bambini di undici anni che, però, non hanno nessun aspetto infantile e, anzi, formano il Nucleo Osceno Italiano (NOI), una cellula terroristica ispirata alle Brigate Rosse (il romanzo è ambientato all’epoca del sequestro Moro, anno 1978). Partendo da piccoli atti incendiari, arrivano a concepire e, poi, a eseguire il peggiore dei delitti, l’omicidio di un compagno di classe, il più isolato, il più sacrificabile, tale Morana.
Di questo romanzo, mi rimarrà nelle ossa la compostezza di fronte alla tragedia: bambini militanti (sembra assurdo, eppure così realistico in queste pagine) e assassini, che operano e hanno la vocazione per il Male, un male assoluto, concepito e tradotto in realtà da menti che avrebbero dovuto essere innocenti e che, quindi, trasformano questa colpa in una sorta di peccato originale, di colpa più grande, ancestrale.
E sicuramente mi rimarrà impresso lo stile che io definirei come una lente di ingrandimento che prende il reale e lo dilata, ingigantendone pregi e difetti. Vasta dimostra un’abilità descrittiva e narrativa che, sinceramente, non ho mai trovato in altri autori: una capacità di utilizzo del linguaggio che travalica i confini di ciò che è già stato detto e scritto. Quello che l’autore dona ai lettori è qualcosa di unico, un’impresa che non solo si fonda sul linguaggio, ma che del linguaggio parla e che di linguaggio trabocca. I tre bambini, infatti, inventano un linguaggio – l’alfamuto – e, poi, studiano il codice linguistico delle Brigate Rosse ispirandovisi e trasformando quello stesso stile, lo stile militante, secondo le derive della propria lotta, una lotta contro le istituzioni scolastiche, contro un’Italietta fatta di dialetti e di programmi tv.
L’ambientazione si discosta da quello che ci si aspetterebbe: Vasta sceglie Palermo, una città completamente estranea alle lotte degli anni di piombo, che vive solo da lontano, eppure Palermo, con la sua provincialità, con la sua sorprendente arretratezza diventa l’orizzonte perfetto dove inscenare una battaglia fuori da ogni legge ma non fuori da ogni regola anzi, dotata di regole rigide e di parole perfette, parole che sono vere e proprie condanne a morte.
La morte di Morana, il compagno sciocco, un po’ sporco e di estrazione povera, per mano dei tre bambini è l’obiettivo inseguito fin dall’inizio: colpire il più debole partendo da un presupposto che vede tutti colpevoli, tutti parte di un sistema marcio e dalle fondamenta vuote, prive di senso. Il compagno di classe viene ucciso senza nessuna forma di pietà, con una violenza ideologica più che puramente fisica e viene, poi, restituito al mondo come spazzatura.
L’ingiustizia di questo rapimento-omicidio divora le carni dei tre protagonisti, descritti come magri, nervosi, tesi, crani senza capelli, voragini di dubbi e di colpa.
Il romanzo termina con la catarsi di Nimbo, evidentemente l’anello debole del nucleo, che manda all’aria l’ultimo piano, un altro sequestro, questa volta di una bambina sordomuta, presente nell’immagine dell’undicenne come “la bambina creola”, il suo amore di innocente.
La violenza che permea l’intero racconto trova la sua fine in questo rapporto tenero, in questa salvezza apparente, nell’attesa che la polizia scopra le fila di un piano folle e inconcepibile proprio perché opera di undicenni.
Forse questa catarsi è la parte più debole dell’intero romanzo: da lettrice, avrei preferito che non ci fossero ripensamenti dopo un percorso così lungo, un tempo dilatato di pianificazioni e idee, avrei preferito che tutti e tre i protagonisti finissero la loro vita da “prigionieri politici” come auspicavano loro stessi ma, forse, questo tentativo di rinuncia che esprime l’angoscia della colpa da parte di Nimbo, il narratore, chiude la storia nell’unico modo possibile o, sarebbe meglio dire, sopportabile.
Un romanzo maestoso e lirico, una lettura difficile ma imperdibile, Il tempo materiale annienta e dona speranza e, soprattutto, mostra la brutalità nascosta dietro ogni forma di ideologia.
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Il 1978 è stato l'ultimo anno del secolo scorso ad avere tredici lunazioni. Di anni così ce ne sono sei ogni cento: sono anni di instabilità emotiva, di collasso del pensiero. Un ragazzino di tredici anni, accompagnato dai suoi compagni di classe Dario Scarmiglia e Massimo Bocca, si aggira per una Palermo decadente, popolata da animali - cani, gatti, piccioni, un pony eroinomane, persino un leone - sudici e morenti, pestilenziali. I tre sono ragazzini anomali, foschi, ideologici, non ironici, dei non-ragazzini indifferenti al conformismo della vita famigliare, irritati dalla stupidità emanata dalle trasmissioni televisive e dalle canzonette, affascinati dalle azioni delle Brigate Rosse. Roma è lontana, le notizie giungono filtrate da giornali e telegiornali, ma le gesta lontane dei brigatisti sono contagiose come un'epidemia e si mescolano agli ormoni della fase pre-adolescenziale, quando il mondo si schiude a colpi di lotta, violenza e scoperte sessuali, e diventano il modello da imitare. Così i tre ragazzini decidono di cambiare aspetto e si radono i capelli a zero, si danno un nuovo nome e diventano Compagno Volo (Scarmiglia), Compagno Raggio (Bocca) e Compagno Nimbo (la voce narrante). Inventano l'alfamuto, una lingua di posture corporali simboliche ispirate alla televisione e alle canzonette. Per imparare l'ideologia e la differenza tra tattica e strategia studiano la nazionale olandese durante i mondiali di calcio che si disputano in Argentina. Si addestrano ad essere una squadra senza individualità ripetendo all'infinito le azioni da gol, allenandosi fisicamente. Imparano a pedinare persone. Compiono piccoli atti vandalici a scuola, ampliano la loro azione in un quartiere della città, lasciano la prima rivendicazione. Decidono di passare dall'azione contro le cose a quella contro le persone. Organizzano e compiono il primo attentato esplosivo, il primo sequestro. In un crescendo promiscuo e indistinto di gioco e realtà la cellula terroristica semina terrore, entra in clandestinità. Giorgio Vasta ha l'intuizione di trasporre la logica, l'ideologia, il modus operandi e il linguaggio brigatista nelle gesta di tre ragazzini poco più che bambini. Così facendo, da un lato dà una struttura alla confusione, all'indisciplina e alla perfidia innocente che generalmente gli adulti confinano nel contenitore della ribellione o in quello della maleducazione, ma che più che altro somigliano all'istinto animalesco e giovanile di allenarsi tra simili per acquisire esperienze utili al futuro, quando dovranno contare solo su loro stessi o, più semplicemente, a un mezzo per spurgare l'immaginazione; dall'altro lato propone una versione che normalizza la crudele illogicità di chi compie azioni delittuose e criminali apparentemente lontane dai fini che proclama, al punto tale da coinvolgere innocenti puniti al posto degli obiettivi presunti, per la cui colpa è sufficiente giustificarsi col motto Siamo tutti responsabili. Gli incomprensibili e incomunicabili disagi dei tre ragazzini-terroristi sono mostrati attraverso un linguaggio immaginifico all'altezza dell'età e della mente dei protagonisti, ma anche specializzato e scientemente costruito come la forma e il contenuto di un'ideologia e di un mondo che in primis proprio attraverso quel linguaggio possono essere ed esistono, come se il linguaggio fosse il luogo in cui bene e male coesistono, il senso sovraordinato dal quale scaturiscono. Tanta coerenza linguistica si somma in un perfetto equilibrio a quella filosofica e a quella romanzesca, assieme si compiono in un grande romanzo italiano, politico innanzitutto, forse proprio per questo il più grande e sorprendente romanzo italiano tra quelli contemporanei.
"Perché nel sistema di immaginazioni della classe Morana sembrava destinato a diventare la vittima orribile e il capro espiatorio, quello sul quale si concentra tutto il male compiuto senza cattiveria, senza malizia, il male che viene fuori per nervosismo e perché si deve, un po', fare del male".
Tady jsem sám sebe zklamal, i když to od začátku vypadalo na perfektně namíchanej drsno-morbidní koktejl, servírovanej navíc jedenáctiletým teroristou (wtf já vím), ale nešlo to a nejde to doteď. Jako když máte nakreslit portrét někoho, kdo se vám hodně líbí. A mně se tenhle nápad líbil hodně; navíc mam ve zvyku knihy narozdíl od zpackaných portrétů dotahovat do konce, a i když mi to může trvat třeba deset let, vždycky se nějak dozvím, jak to dopadne. "Hmatatelný čas" je bohužel z jednoho důvodu pořád na samotce. Číst totiž každou stránku dobrých deset minut ne proto, že by mě její obsah vystřeloval do nirvány a zase zpátky, ale proto, že v téhle řece slov je prostě tolik kamenů, tolik chytračin a kostrbatostí, přes který se mi šlo jen ztěžka přeplazit, a po mnoha pokusech jsem končil s dojmem, že sice vím, jak používat nohy, ale jak se dělá krok dopředu, to je zatím pořád záhada. Uvidíme třeba zase za pět let, při pokusu číslo tři; já budu o něco starší a moudřejší, zato ti holomci zůstanou pořád stejní. Navzdory názvu knihy se mi ji do dneška nepodařilo uchopit.
tre compagni di classe 11enni, che vivono in una Palermo desolata e desolante, scelgono di aderire il più possibile all'operato delle BR, assunte come modello in quanto in grado di permettere di ottenere (individuandolo, creandolo, modulandolo) un ordine, un senso, una cognizione del mondo (che è Palermo, che è tutti noi): degli strumenti agenti sono ancora ricreabili; il mondo è ancora comprensibile e comprimibile in maniera ideo-logica; sopra a tutto sta il linguaggio, che (de)forma tutto e tutt*.
Strano libro con cui uscire da un blocco del lettore, ancora più strano leggerlo sotto l’ombrellone, ma tant’è. Romanzo di deformazione, l’estetica della lotta armata incontra la sostanza dell’impulso all’(auto)distruzione di tre ragazzini. Lo metabolizzo poi magari torno sul voto. Strano libro, strano veramente.
E' un filo spinato che viene pressato nel costato del lettore questo libro - non un colpo violento, ma una pressione costante, continua, dolorosa e quasi letale, come quella che Nimbo, Raggio e Volo esercitano sulla loro vittima. Questo libro mi ha raccontato l'Italia del 1978 e del terrorismo rosso, riuscendo a trasmettere lo sgomento silenzioso e a raccontare la sofferenza indicibile. E allora avere undicenni capaci di seguire le BR assume un senso compiuto, perché in questo modo siamo davvero messi davanti a ciò che furono quegli anni, soprattutto noi che vivemmo da piccoli quel periodo. Ho trovato davvero di grande livello la riflessione di Vasta sul linguaggio: la rivolta estremista usa la parola come arma e anche il linguaggio diviene frattura con gli altri... Il terrorismo rosso ha vissuto di proclami, generando un nuovo codice verbale incomprensibile e folle per il resto del mondo, ma fondamentale per l'esistenza dell'eversione stessa. Così il ruolo dell'alfamuto diviene basilare per spingere i tre ragazzini verso il baratro - e felice intuizione quella di usare gli archetipi della cultura di massa come lettere del proprio nuovo alfabeto. E anche come scrittore Vasta mostra una grande capacità nell'usare lo strumento più potente e pericoloso della letteratura : gli aggettivi. Da questo passato forse possiamo capire il nostro presente: non siamo forse ora nel 2014 completamente dentro il regno dell'ironia - la più acerrima nemica dei rivoluzionari??
Non ho dato come valutazione due stelle solo perché l'idea di partenza è davvero interessante e le ultime pagine mi hanno davvero dato uno scossone e convinto a finire il libro. Però, c'è un grandissimo però: I REGISTRI NARRATIVI. La lettura di questo libro è stata completamente rovinato dalla scelta del registro narrativo. Che senso ha utilizzare un narratore interno che racconta al presente e iniziare a farlo svisionare sul senso della vita e della Storia quando il protagonista in questione è un bambino DI UNDICI ANNI?! Bastava semplicemente raccontare al passato oppure utilizzare un narratore esterno/onniscente con focalizzazione interna, ma davvero, come posso non infastidirmi a sentire un ragazzino di prima media che ragiona in maniera così tanto pretenziosa? E anche tralasciando il protagonista, che con la scusa dell'essere mitopoetico si può ancora salvare, ma anche i due amici?! Dai no. Avrei preferito che si fosse mantenuto, magari approfondendo il tono fantastico di alcune scene (Aldo Moro nella minestra e il dialogo con la zanzara) e tralasciando invece i pipponi filosofici, opppure rilegandoli ad un altro livello della narrazione.
E' davvero un gran peccato perché l'opera è molto interessante e offre molti spunti di analisi, però il registro narrativo è un errore che proprio non sono riuscito a farmi andare giù. La prossima volta se si vuole svisionare in prima persona manteniamoci sullo stereotipo del giornalista di sinistra sconfitto dalla vita e circondato da superficialità. Sarà banale, ma almeno ha il suo senso.
P.s.: c'è anche un enorme buco di trama. Come ha fatto Volo, DA SOLO, a trasportare il cadavere di un compagno mettendolo in uno zaino? Fantascienza. Mi rassicura che Giorgio Vasta non abbia mai dovuto occultare un corpo, però questa parte mi ha fatto storcere un po' il naso.