«Di quei sogni non mi è rimasto nulla. Si sono seccati in fretta.
E i tuoi sogni, Alba, come sono? Riesci a farne di felici o anche tu ti svegli nel cuore della notte, e resti in attesa, trattenendo il fiato, ad ascoltare i gemiti di quella cosa che striscia nell'ombra e si avvicina sempre di più, sempre più vicina, piena soltanto del desiderio di farti sua?»
Ho terminato questa notte il romanzo perché non riuscivo ad andare a dormire senza sapere come si concludesse. E anche perché un po’ di ansia mi stava attanagliando.
È inutile girarci attorno: “Decluna” è un folk horror in piena regola, che prende a piene mani nelle tradizioni pagane anche italiane (la stessa scrittrice dice che in Decluna c’è un po’ di Terracina), ma che sa innovare il genere, mettendo lə lettorə sempre sul chi va là.
Alba è una giovane donna di trent’anni, che vive con una compagna e da piccola è stata abbandonata dalla madre. Un giorno, un uomo la contatta per dirle che Camilla, la madre, è venuta a mancare e che tra le sue ultime volontà c’è quella di avere la figlia lì, a Decluna, paesino del profondo Lazio, per il suo funerale. Quello che Alba non sa è che questo viaggio non servirà solo a conoscere meglio la madre, di cui non conserva pressoché ricordi, ma per conoscere se stessa e come quella cittadina fantasma che si rianima solo nei tre giorni di festa popolare per la Santa sia collegata alla sua vita.
Il bello di questa storia, in cui ogni capitolo presenta all’inizio stralci della lettera di Camilla alla figlia, è il vedere pian piano i cambiamenti in Alba, avvertire il pericolo che si nasconde dietro sorrisi bonari e sapere che il baratro è lì, a pochi passi. Nemmeno la presenza di Elena, compagna di Alba e antropologa di professione, nonché voce utilissima per noi perché ci permette di dare una spiegazione sensata a ciò che vediamo, può cambiare ciò che è in un certo senso già scritto.
«Se il diavolo ha detto che ti vuole, prima o poi ti riprende. E inutile scappare.»
In “Decluna” si respirano gli anni ‘90, con lettori CD, telefoni a gettoni e macchine fotografiche d’altri tempi, ma soprattutto si avverte la calura opprimente, la polvere sulle strade e gli sguardi biechi di chi lì, in quel paesino vive da sempre mentre tu, che cammini con lo sguardo eccitato di chi si aspetta qualcosa di folkloristico, non capirai mai nulla.
Leonardi delinea con profondo realismo Alba, trentenne queer piena di dubbi, che ci conduce in questo viaggio di scoperta e riscoperta, un cammino in cui le origini sono fondative, riemergono dalle profondità e ti avviluppano strette.
Se avete amato “Midsommar”, film folk horror di Ari Aster, non potrete che amare la storia di Alba, di Decluna e il suo percorso di rinascita.