Davide, uno degli ultimi romanzi scritti da Carlo Coccioli, pubblicato per la prima volta nel 1976 da Rusconi e finalista al Premio Campiello, venne da più parti accostato, fin dalla sua uscita, alle Memorie di Adriano. Con il capolavoro della Yourcenar ha infatti molti tratti in comune: l'accuratezza storica, la profondità spirituale e psicologica e, più di tutto, la voce del protagonista, che ormai sente avvicinarsi la fine dei suoi giorni e passa in rassegna la propria esistenza. Se, però, nel libro della Yourcenar la narrazione prende la forma di una lettera al futuro imperatore Marco Aurelio, in Davide si tratta piuttosto di un monologo rivolto a Dio, di un'invocazione a quel Dio che il re di Israele ricercò e amò con passione. Come già ne "L'erede di Montezuma", Coccioli parla al lettore con la voce di un grande personaggio storico, rievocandone le battaglie e gli amori e indagandone i peccati e i desideri; alle ansie metafisiche del protagonista fanno però eco quelle dell'autore, che attraverso le parole di Davide racconta di sé stesso e della sua inesausta ricerca spirituale.
Nato a Livorno nel 1920, laureatosi a Roma nel 1943, Carlo Coccioli si è specializzato in religioni orientali e in lingue e letterature camito-semitiche. Ha partecipato alla Resistenza ed è stato decorato con la medaglia d’argento al valore. Ha pubblicato il suo primo romanzo a Firenze, dove viveva, nel 1946. Nel 1949 si è trasferito a Parigi e nel 1953 a Città del Messico, dove è scomparso nel 2003. Autore di un’opera vasta e multiforme, composta in tre lingue e tradotta in tutto il mondo, può essere a buon titolo considerato uno dei maggiori scrittori italiani del ’900. Fra le altre sue opere ricordiamo almeno: Fabrizio Lupo, L’erede di Montezuma, Le corde dell’arpa, Documento 127, Uomini in fuga, Davide, Requiem per un cane, La casa di Tacubaya, Piccolo Karma, Budda e il suo glorioso mondo.
«Sempre due Davide, mai uno solo, ed eravamo, o siamo?, rinchiusi nel medesimo involucro. Il nostro denominatore comune consisteva, o consiste?, nel sapere chi dei due fosse, o sia?, l’autentico. Vi sono sempre stati un Davide ragione e un Davide istinto, sfiorante l’angelo il primo, quasi coincidente il secondo con l’animale.» Nella lunga confessione che il re Davide, vecchio e prossimo alla morte, formula, intessendola di canti (i suoi salmi) e in dialogo costante (talvolta un po’ ironico) con gli annalisti d’Israele che tramanderanno la sua storia, è stupefacente, mi pare, l’intreccio di riflessione e libero sfogo delle emozioni: Davide si interroga a lungo su Dio e il suo misterioso rapporto con la creazione, mediato da emanazioni divine, dalla rete segreta di numeri e parole che la sostiene, dalla Legge consegnata agli esseri umani; ed esprime dubbi e passioni (amore, soprattutto) con stupefacente libertà, che il loro oggetto sia Dio o altri uomini o donne. Vendette, amori, rancori travolgenti, istantanei o meditati. Credo che questo intreccio di speculazione sul mondo e di espressione spudorata delle passioni si rifletta (trovi origine, si compendi…) nel concetto di Dio che Davide formula – o che a lui, in quanto essere umano, corrisponde: un Dio che abbatte un uomo colpevole di aver toccato l’Arca dell’alleanza per impedirle di cadere a terra, sì da suscitare in Davide la domanda: «perché pretendere, d’altronde, che la Tua bontà somigli all’umana? La mia bontà mi costringe a estrarre dall’acqua la farfalla che vi annega, e Tu hai fatto morire Oza, padre di figli, un brav’uomo che voleva solamente evitare la caduta della Tua ipotetica dimora. Ma che so io di Oza, che so della farfalla? Quando intorno a Te c’era solo il vuoto, Tu conoscevi Oza e la farfalla più di quanto l’uno e l’altra, da Te creati dal nulla, non si sarebbero mai conosciuti essi stessi»; un Dio, dunque, che ha in sé la totalità della conoscenza e che al tempo stesso si dimostra tanto vendicativo e spietato da imporre una lunga agonia a un neonato per punire suo padre, e da scatenare una pestilenza su Israele per colpire il re che ha osato censire il proprio (anzi: il Suo) popolo – «un Dio che ora presentivo sotto le forme di pastore ghiotto delle proprie pecorelle». Un Dio innominabile, irrappresentabile, sfuggente: che non si può non colmare di significati umani («poiché ignoravo chi o che cosa Tu fossi, mi adoperavo a fare di Te, in termini umani, un grande signore della terra»). Un Dio, insomma, specchio delle contraddizioni della natura umana e nel quale si può leggere la ricchezza e l’evoluzione di questa natura, capace di lasciarsi travolgere dalle passioni, di trascendersi nello studio dei segreti del creato, di precisare e applicare la Legge, mediazione fra questo e quelle, fra l’angelo e l’animale – non a caso si dice che «nulla può l’Angelo della Morte contro chi sta studiando la Legge». Davvero, in questo senso, mi pare che si possano riconoscere nel Dio di Davide e in Davide stesso, come scrive l’autore nella sua nota, le «frontiere dell’uomo universale ed eterno, e pertanto moderno, nostro contemporaneo». Perché, «come diceva bene il vecchio Samuele, ogni cosa ha la sua ragione qui in basso, e un’implacabile simmetria compromette terra e cieli».