“Vorrei che mio figlio impari (sic!) fin da piccolo ad amare la fatica e l’insuccesso […]” Lo strafalcione grammaticale sulla copertina la dice lunga su questo testo che è tante cose, ma non quello preannunciato in copertina. Partiamo dall’”insuccesso” che Moro vorrebbe molto che suo figlio imparASSE: si pressuppone che gli voglia raccontare i suoi (e non quelli degli altri), no? E soprattutto che gli voglia insegnare la lezione che ne ha tratto. Beh, di questa ipotetica lunga lista di errori che Moro avrebbe incontrato lungo il suo cammino, non solo ne racconta pochi ma soprattutto non spiega affatto perché l’insuccesso sia un valore. Moro narra di meritevoli ricordi di famiglia, in cui da generazioni si cresce sotto l’egida dell’impegno personale ad ogni costo, per saltare poi a fare la storia dell’alpinismo polacco (in versione Bignami, anche se ben fatta) che può avere un certo interesse ma non c’entra con l’obiettivo del libro (stando alla copertina); poi passa a tessere un (meritatissimo e lungo) elogio a Mario Curtis; poi racconta della sua grande amicizia con Anatolij Bukreev, poi passa a litigare con Denis Urubko (tra l’altro accusandolo di non essersi mai messo in contatto con lui per chiarire – quando però neanche lui l’ha fatto, visto che preferisce scrivere su un libro che fare una telefonata). Parla del lockdown altoatesino con figlio – ma della moglie nemmeno un accenno: che si siano separati? Oppure perché tanto silenzio? Spiattella in principio di libro la sua caduta nel crepaccio, spettacolare, racconta della povera Tamara che ha quasi perso un pollice per salvarlo ma poi basta, non approfondisce nulla: né su come è stato poi il rientro (che tanto paventava per le critiche che gli sarebbero piombate addosso), né su come Tamara si sia poi ripresa, né sul misterioso segno che avrebbe dovuto ascoltare per non mettersi in cammino quel giorno e che menziona più volte nel testo. Moro, stando al terzo di copertina, ha fatto più di 60 spedizioni. E solo 8 ottomila. Più che insuccessi, è un elenco lunghissimo di spedizioni piantate a metà non per condizioni meteo disastrose (come in genere avviene) ma per dissenteria, per segni premonitori, per mal di testa, per PAURA – mamma mia! Ma non può chiamarla eventualmente “responsabilità”? Chiude poi il testo una lunghissima lista di buone azioni che ha fatto nel corso della sua vita: indiscutibilmente sono state azioni positive, ma in un libro che dovrebbe parlare dell’insuccesso trovano uno spazio confuso. Bilioso fino all’ultima riga, autocelebrativo, arrogante e superficiale. Non è riuscito a coinvolgermi.