Visti da un gatto
Una villa sulle colline di Firenze, un convegno su Cibo e Cultura, sette giovani partecipanti, di nazionalità, origini sociali e caratteristiche diverse, una relatrice, Clara, col suo “cerchietto perbene”, una buona padrona di casa, la Lauretta, governante e cuoca della magione e un gatto, anzi “il gatto”, Rollone il Vichingo che osserva gli umani dall’alto della sua superiorità felina, giudicandoli con distacco e ironia. Il convegno non si tiene: un’emergenza blocca tutti a villa Peyron. E, come nel Decameron, per passare il tempo si decide di raccontare delle novelle: sei giornate ognuna con un tema diverso. Un’occasione per crescere e far crescere chi ascolta. Novelle che parlano di esperienze personali, di fatti storici, di poetesse e poeti dimenticati, di donne che hanno battagliato per stare in prima fila, poliziotti, regine, ricette, inganni, amori.
Un mix perfetto, di prosa, arte, poesia, cibo e umanità: l’autrice tocca una grande varietà di argomenti, mescolando dialetti e accenti. Si passa dalla commozione all’ ilarità, ma alla fine il messaggio che Chiara fa passare tra le righe è che questa vita la si deve amare pazzamente.
Alla bravura della Francini nel raccontare storie si accompagna quella del tratteggiare i personaggi: quello di Lauretta ex bidella e ora regina della dimora che “tiene a bada tutto sbenedizionando a destra e a manca con il mestolo disinvolto e la ciabatta lesta quanto la lingua” mi ha ricordato la mia bidella delle elementari, generosa di risate stentoree e contagiose; anche a lei mancava qualche dente, ma come Lauretta “non era donna da mezze misure”, né da mezzi sorrisi.
La spensieratezza che si respira in questo libro non è superficialità, ma un misto di garbo, intelligenza e ironia che lascia spazio all’introspezione e alla riflessione e ci lascia alla fine una calda sensazione di accoglienza.