Questo racconto è come sfogliare un album dei ricordi, quelli di un figlio che va indietro nel tempo per incontrare il padre.
“Strano che riveda davanti a me mio padre in inverno – come se nel periodo caldo dell’anno non fosse andato da Carus, come se in estate, nei corridoi riecheggianti e nelle camerate a dieci letti della clinica, non avesse avuto niente da fare. Probabilmente questa mia idea nasce dal fatto che in inverno mio padre tirava fuori “le cose di Carus”, come le chiamava lui, cercava la solitudine del suo studio e proibiva a Muriel e a me di fare baccano.“
“E ancora mi sovviene il ricordo di mio padre, seduto nel suo studio, con gli atlanti anatomici aperti sulla scrivania, davanti a sé la teca di vetro piena di formalina con Pencil, la lampreda di fiume – e tuttavia, Fabian, disse mio padre, scomponiamo la foglia nelle sue cellule, fino all’apertura degli stomi, alle fibre, ai vasi attraverso i quali il turgore spinge la linfa, abbiamo la scienza dell’anatomia comparata e siamo in grado con i microtomi di scomporre l’animale più piccolo in organismi sempre più piccoli, conosciamo la clorofilla e come agisce, arriviamo giù, fino agli atomi – e tuttavia: Tutta la nostra scienza ci mette in condizione di dare la vita anche soltanto al più piccolo acaro, di ricomporre la più semplice delle foglie, di farla diventare verde e lasciarla crescere al sole?
Kupferstichkabinett, i disegni di Carus. Rifletto su concetti quali esercizio, bozzetto, capitale ed esigenza architettonici, sullo schizzo che difende il proprio diritto e che non sempre è inferiore all’opera cosiddetta finita. Tutto ciò che è vincolante, viene più tardi. Lo schizzo serve alla preparazione. Non deve dimostrare niente, non minaccia subito la visione d’insieme, la matita può vagare e essere osservatrice dell’attimo – che naturalmente, dice Schiller, è il più potente di tutti i sovrani.”
Un racconto struggente e al tempo stesso delicato, impreziosito dai disegni di Andreas Töpfer.
Mi ha lasciata un po’ così il finale.
3 stelle e mezza.