“Parsimonia, precisione, oculatezza, attenzione maniacale alla pulizia sono caratteristiche tutt'altro che negative e tipiche di molti tedeschi. Se applicate all'agricoltura o all'industria danno il giusto frutto. L'hitlerismo le applicò ai crimini contro l'umanità: le SS del campo di lavoro polacco agivano come se stessero coltivando patate o cavolfiori” (pagina 11).
“Gli psichiatri della morte conoscono le semplici leggi di tutti i mattatoi di questo mondo, leggi che a Treblinka le bestie applicarono agli esseri umani” (pagina 32).
“Una SS di nome Zepf era specializzata in bambini. Dotato di forza erculea, quel mostro pescava un bambino dal gruppo, lo brandiva come una clava e gli sbatteva la testa per terra, oppure gli spezzava la schiena.
Quando seppi dell'esistenza di quell'essere – nato pur sempre da un ventre di donna – non volevo credere a ciò che su di lui mi riferivano. Ma quando poi sentii con le mie orecchie gli stessi racconti ripetuti da testimoni diretti, mi resi conto che ne parlavano come di uno dei tanti, normalissimi casi dell'inferno di Treblinka. E dovetti rassegnarmi al fatto che quel mostro era esistito.
Le sue azioni erano necessarie, erano quello che ci voleva per annientare la psiche delle vittime, espressione di una crudeltà priva di logica che annichiliva la coscienza e la volontà. Erano un ingranaggio utile e necessario all'enorme macchina dello Stato nazista.
È giusto inorridire, ma non perché la natura generi simili orchi: il mondo animale ci offre comunque mostruosità di ogni tipo, fra ciclopi, esseri bicefali e perversioni dell'animo a esse analoghe. A farci orrore è qualcos'altro, ossia che in un determinato Stato tali esseri – casi clinici che andrebbero isolati e studiati dalla psichiatria – vengano ritenuti cittadini attivi e con pieni diritti. La loro ideologia delirante, le patologie della loro psiche, i loro crimini inauditi sono un elemento imprescindibile del nazismo” (pagine 39-40).
“Che grande cosa è il dono dell'umanità! Un dono che non muore finché non muore l'uomo. E se anche sopraggiunge un'epoca storica breve ma tremenda in cui la bestia ha la meglio sull'uomo, l'uomo ucciso dalla bestia conserva comunque fino all'ultimo suo respiro forza d'animo, mente lucida e cuore ardente. Mentre la bestia trionfante che lo uccide resta comunque una bestia. […] Le bestie e la loro filosofia annunciavano il tramonto del mondo e dell'Europa. Il rosso del sangue, invece, non è stato il rosso del tramonto, bensì di una bontà umana che moriva ma che con la sua morte trionfava. Gli uomini sono rimasti uomini, non hanno accolto la morale e le leggi naziste, le hanno contrastate in ogni maniera, con la loro stessa umanissima morte” (pagine 43-44).
“L'intero processo della catena di montaggio di Treblinka si riduceva al fatto che le bestie privavano gradualmente gli esseri umani di ciò di cui avevano goduto dalla nascita per la legge sacrosanta della vita. Per prima cosa toglievano loro la libertà, la casa e la patria e li portavano in un bosco desolato e senza nome. Poi, sul piazzale della stazione, era la volta dei loro beni, delle lettere, delle fotografie dei loro cari. Una volta dietro il filo spinato toglievano loro madri, mogli e figli. Poi quegli esseri umani ormai nudi si vedevano privare dei documenti, che finivano in un falò: non avevano più un nome, dunque. Di lì finivano in un corridoio con un soffitto basso di cemento – e addio cielo, stelle, vento, sole.
Lì aveva inizio l'ultimo atto di quella tragedia umana, si entrava nell'ultimo girone dell'inferno di Treblinka” (pagina 51).
“Nel suo inferno Dante non le vide, scene come queste. […] Leggere di queste cose è durissimo. E credetemi, voi che leggete, non è meno duro scriverne. Perché farlo, allora? Perché ricordare? Chiederà, forse, qualcuno.
Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità. Chiunque giri le spalle, chiuda gli occhi o passi oltre offende la memoria dei caduti” (pagina 62).
Questi che riporto sono solo alcuni dei passaggi più significativi di un testo tanto breve quanto agghiacciante, un documento unico e di rara potenza che avrei voluto riportare per intero. “L'inferno di Treblinka” è stato il primo reportage su un campo di sterminio nazista. Il suo autore, il celebre corrispondente di guerra dell'Armata Rossa Vasilij Grossman, lo scrisse di getto nell'autunno del 1944, subito dopo la liberazione del campo, fondandosi su molte testimonianze dirette (i pochi superstiti, gli abitanti della zona, le stesse guardie), pubblicandolo immediatamente nel novembre di quell'anno, a guerra ancora in corso. La sua cronaca venne poi utilizzata come documento di accusa durante il processo di Norimberga.
In verità, all'arrivo dell'Armata Rossa, del campo di sterminio di Treblinka non era rimasta più traccia: dopo la disfatta di Stalingrado, già certi dell'avanzare dei russi, i tedeschi in ritirata, su ordine di Himmler, con uno sforzo incredibile avevano fatto sparire ogni traccia di quella che, insieme ad Auschwitz, è stata la più terribile fabbrica di morte nazista. Al suo posto, i sovietici trovarono un campo di lupini. Alla luce di questo tentativo di insabbiamento della verità da parte dei criminali nazisti, si può capire l'enorme difficoltà della ricostruzione, l'impresa di raccogliere in così poco tempo le testimonianze dirette, l'importanza fondamentale del lavoro di ricerca di Grossman.
Per tredici mesi, un numero impressionante di treni stipati di esseri umani provenienti da tutta l'Europa orientale raggiunse ininterrottamente Treblinka, che fu prima campo di lavoro e poi campo di sterminio. La stima sulle vittime di questa fabbrica di morte è incredibile: dalle novecentomila ai tre milioni. Se in una prima fase gli internati venivano fatti lavorare fino allo sfinimento, successivamente si scelse di modificare, convertire ed ampliare il lager, dotandolo di camere a gas e di forni crematori sempre più prestanti, per poterli sterminare direttamente, secondo delle procedure sempre più efficienti e agevoli, seguendo una pianificazione sempre più precisa, veloce, metodica e disumana, un protocollo resosi necessario per eliminare ogni traccia di attività, ogni residuo di lavorazione che, visti i volumi in gioco, rappresentava una quantità immensa.
Leggere queste pagine è davvero terribile, come anche trascriverle: ci si ritrova precipitati in un incubo, si prova dolore fisico, si rimane senza fiato di fronte alle atrocità descritte (“Mai l'Universo aveva visto qualcosa di così spaventoso”, scrive Grossman), ma conoscere questa storia è impresa necessaria a non dimenticare quello che è stato. Grossman ci offre, sulla base di molte testimonianze dirette, una ricostruzione cruda, ma a differenza di altre voci di chi i lager li ha vissuti, come ad esempio Primo Levi, il quale sosteneva che dopo quello che è successo ad Auschwitz non si può più credere nell'esistenza di Dio, sembra che qui ci sia ancora speranza nell'umanità. L'umanesimo ateo di Grossman si rifiuta di vedere nei carnefici nazisti degli esseri umani (che, infatti, egli chiama ripetutamente “bestie”), allo stesso modo con cui esso vede nelle vittime innocenti il trionfo dell'umanità che fino alla fine non si è piegata alla bestialità, del bene che anche davanti alla morte non ha ceduto al male. In alcuni passaggi traspare persino una certa spiritualità, a cui Grossman sembra aggrapparsi per affrontare tanta malvagità e darsi delle risposte, delle ragioni per continuare a sperare.
Il valore letterario, documentario e storico di quest'opera è altissimo, e poco importa se, in alcuni passaggi, Grossman cede alla lusinga propagandistica, alla retorica della “nostra grande, nostra santa Armata Rossa” (glielo si può tranquillamente perdonare, dal momento che egli fu coinvolto emotivamente e visse in prima persona tutti gli orrori nazisti perpetrati a Stalingrado, tutte le sofferenze patite dai russi nel resistere all'invasione tedesca e tutti gli sforzi nel liberare l'Europa dal nemico). Del resto, lo scrittore si trovava ancora in una fase della propria vita di convinta adesione agli ideali sovietici, non essendo ancora venuto a conoscenza dei crimini di Stalin (la cui opera di repressione e di censura colpirà pure lo stesso Grossman).
Ho letto questo libretto in un giorno, non un giorno qualunque, ma il 27 gennaio scorso, in occasione del Giorno della Memoria: inizialmente avrei voluto buttare giù le mie impressioni subito, ma con il procedere della lettura ho sentito la necessità di riflettere, di lasciar sedimentare, di metabolizzare quello che mi scivolava sotto gli occhi e che si imprimeva nella mente. Come molte altre testimonianze, anche questo resoconto ci mostra gli orrori di cui è stato capace l'uomo e rinfocola una domanda tanto semplice quanto impossibile da chiarire: come è potuto accadere tutto ciò? Vale ancora una volta l'appello di Primo Levi: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Conoscere il passato affinché esso non ritorni: questa è la nostra missione, questa deve essere la nostra promessa.