“Nel bosco non esistono confini, diceva mio padre. Lo ripeteva spesso come una formula da mandare a memoria, rivelatrice di una qualche verità che avremmo capito solo molto tempo dopo, una volta diventati adulti.” La narratrice di questa storia e cresciuta in una terra di confine, educata a uno spirito internazionalista dal padre, un pacifista di origini slave che credeva nel libero scambio delle persone, nelle lingue straniere mescolate senza regole e nelle camminate nel bosco. E proprio durante quelle lunghe passeggiate, fatte perlopiù in silenzio o scambiando osservazioni sulle tracce di un cerbiatto o una lepre, che il padre spiega alla figlia che non esistono confini, che il bosco e di tutti, non si divide per nazionalità come una cartina geografica: “hai mai visto una betulla ritrarre i rami per non sconfinare in territorio straniero?”. Eppure lei, affascinata e al tempo stesso spaventata, si accorge che i boschi di là sono diversi, più scuri, popolati da orsi: di là c’è la nazione con uno degli eserciti più forti al mondo, una terra di uomini sanguinari con il coltello tra i denti e la barba da pastore, come la descrive la gente della sua città di mare, che sembra aver capito poco della grandezza di quel popolo. Nel giorno del suo sedicesimo compleanno, la protagonista – che a differenza del fratello non teme le temperature da neve e dimostra una certa attitudine allo scivolamento tra i pali da slalom – riceve dal padre un biglietto per assistere alle Olimpiadi invernali di Sarajevo. Il 5 febbraio 1984 partono in macchina per quello che sarà un viaggio rivelatorio, durante il quale si farà largo in lei un sentimento nuovo, un senso di appartenenza strano, un’epifania che culminerà con un fuoripista notturno, a rotta di collo, tra i boschi fitti del Trebević, in compagnia di Luka…
Leggo volentieri la Manzon da quando, anni fa, vinse il Campiello con un libro che non trovai certo un capolavoro ma che, ricordo, trovai piacevole e di buona scrittura. Sono passati tanti anni e mi ritrovo in mano questo nuovo volume, con una copertina bellissima e parte di una bellissima idea. Confesso che, in libreria, li avrei comprati tutti: mi piacciono gli alberi, la storia che nascondono, la pace che mi danno, i ricordi dei miei boschi.
Ho portato a casa un libro lieve, molto ben scritto e capace di riportarmi su delle emozioni lontane. È una storia semplice, di emozioni semplici e profonde, di conflitti interiori e non (la guerra dei Balcani, così vicina a noi, è a mio parere molto complessa da raccontare), di gioventù e di maturità. E uno dice, ma dov'è lieve questo libro? Lo è nella scrittura, nel pudore delle emozioni, nella sua semplicità così difficile da raggiungere.
Ricordo che incontrai la scrittrice tanto tempo fa e mi raccontava la sua passione e la sua costanza nella corsa. Dirò una sciocchezza, ma in questo libro si trova tutta, c'è esattamente lo spirito di chi corre a lungo, di chi è abituato alla fatica, di chi si dà un obbiettivo e non molla. Difficile da spiegare, e forse l'ho colta solo io.
Rosso e castagne, autunno, bosco, foglie che cadono. Niente di meglio.
I libri della Manzon non mi paiono, sul lungo periodo, cruciali o imprescindibili o necessari, eppure li leggo sempre volentieri, forse richiamato dalla scrittura, colta e allo stesso tempo accessibile e veloce, o forse dai sentimenti, dal senso di intimità, che riesce a ricreare nelle sue opere. Anche Il bosco del confine si conferma un libro ben ideato, interessante per il lavoro storico ed emozionante per le storie personali che richiama. Consigliato!
Le schegge di memoria della protagonista mi hanno accompagnato tra i boschi, facendomi sentire il terreno bagnato e l'odore degli alberi. Ho respirato l'aria fredda, attendendo la neve su Sarajevo, sono salito e sceso di corsa, entrato e uscito da bar e ristoranti, trattenendo nel naso profumi di cibi sconosciuti. La mia mente si è lasciata trasportare tra i confini, da Est a Ovest e viceversa.
"Si sente salire alla gola quel sentimento vago di cui parlano le canzoni bosniache, la sevdah, la piacevole sofferenza spirituale che si prova quando si accetta che la propria vita è fatta anche di dolore e ci si abbandona al piacere di questo preciso momento."
Sarà che Trieste è stata per tanti anni Casa e Sarajevo fra tante la città che più mi si è appesa al cuore un po’ di anni fa. Sarà questo, lo stile narrativo o non so, ma mi è piaciuto davvero, si legge in un paio d’ore volentieri. Belle anche l’impaginazione e la rilegatura.
Ci sono tanti modi per raccontare la difficoltà di scovare le proprie origini, di conoscere e amare territori devastati dalla guerra. Quello di Federica Manzon è forse il più delicato e pudico che abbia mai incontrato. Le parole scorrono leggere come il piede che cammina nel bosco e non si sofferma dove potrebbe scivolare: continua a ritmo costante, con il rumore delle foglie autunnali che si sbriciolano sotto i piedi e i rami che vengono accarezzati dal vento. L'amore per le camminate alla ricerca di funghi e per la libertà, ereditate dal padre, sono la premessa necessaria per capire il significato di quel sedicesimo compleanno trascorso a Sarajevo, in occasione delle Olimpiadi del 1984, e di tutto quello che accadrà dopo quell'anno.
Ho letto questo libro durante una visita al museo della letteratura di Trieste. Mi ha colpito l'immagine della pista olimpica abbandonata, diventata un confine tra popoli nonostante le Olimpiadi dell'84 fossero cariche di speranza verso il futuro. Nelle ultime scene del libro è stato triste pensare come il tempo scorra e le persone dimentichino; perciò, da sognatore quale sono, sono stato felice di scoprire che la pista è tornata in funzione!
Durante il mio viaggio in Slovenia, ho trovato numerosi riferimenti a quelle Olimpiadi e il libro mi ha spinto ad approfondire la storia dell'ex Jugoslavia, offrendomi una prospettiva non meramente didascalica.
"Il primo giorno che non c'è l'acqua stai male, poi ti abitui. Il primo giorno senza gas uguale, poi ti abitui. Ti abitui al freddo e alla fame, ai colpi di mortaio alle finestre. Ti abitui al buio che arriva alle quattro di pomeriggio e non hai più niente da fare. Poi iniziano a morire le persone attorno a te e ti abitui anche a quello".
Libro scritto benissimo, autrice da seguire. La descrizione dei boschi di Sarajevo e dell' Olimpiade supera quella della guerra. Ma è sempre un argomento che risuona con la mia generazione. Risonanze con Venuto al mondo .