L'autrice scopre dalla madre in punto di morte la conferma a un sospetto che aveva sempre avuto: che il suo padre biologico non è il marito della madre e padre dei suoi fratelli, ma un altro uomo. Il primo fidanzatino della madre, incontrato poi nuovamente in età più matura.
L'autrice si lancia alla ricerca di quest'uomo, ma anche lui è morto da tempo, sono gli altri che possono recuperare alcuni rari ricordi (era un uomo schivo): i compaesani, un nipote. Con fatica mette insieme pochi elementi e il resto lo inventa, con il desiderio struggente di avere un padre vero e non quell'uomo con cui viveva che era crudele, violento, spaventoso.
Con questo espediente letterario, che mi ha ricordato un po' "L'altra figlia" di Annie Ernaux, Forti in realtà ricostruisce soprattutto la vita della madre, che inzialmente ci appare meschina ed egoista, quasi una strega delle fiabe, ma che era soprattutto una donna defraudata della sua identità. Staffetta partigiana a soli 15 anni, studentessa brillante, destinata a laurearsi in Medicina e trasferirsi nel neonato stato di Israele, finisce per sposarsi con un uomo mediocre, col quale la passione finisce presto. Quello che rimane è una routine squallida, di tante donne degli anni Cinquanta in Italia, costrette nonostante le capacità (dimostrate anche in guerra e durante la lotta partigiana) a restare in ombra, ad occuparsi del focolare, prive di qualsiasi aspirazione e soddisfazione. Donne che si incattivivano, che cercavano un riscatto o una rivalsa tramite mezzucci e ricatti, facendo spesso pesare sui figli la loro condizione.
Una storia dolorosissima, che spezza il cuore e che è molto ben riuscita proprio nelle parti dedicate alla madre, meno in quelle dedicate al "forse padre" del titolo, per il quale la necessaria invenzione letteraria si fa a mio parere un po' troppo melensa.