Mario è un uomo che inventa storie, modifica la realtà, non è interessato alla verità, né sulle cose né sulle persone. Mario sfugge, per indolenza, all'obbligo di capire che tutti ci lega e tutti ci frustra. Vuole sposare Viola ignorandone la doppia, forse tripla vita. Anni prima è stato lasciato da Bianca, subito prima che nascesse Agnese, che forse è sua figlia o forse no. Tuttavia, se Bianca, spuntando dal nulla dopo anni, chiede aiuto, Mario subito accorre, disponibile ad accollarsi la paternità. È succube di Santiago, un ragazzo dedito a pratiche sessuali estreme, e affida alle fotografie la coerenza e consistenza della propria vita. Se dei giorni della vita di Mario possiamo dire - quasi sempre è il 17 giugno -, degli spazi in cui Mario si muove non siamo certi. La ripetizione è l'unica realtà di Mario. Con una scrittura che procede per variazioni capitolo dopo capitolo, pur conservando un incalzare ipnotico, Giulio Mozzi in questo suo romanzo guida il protagonista, e chi legge, attraverso avventure in parte reali e in parte - ma la cosa è sempre indecidibile - del tutto immaginarie, portandoli a sfiorare le vite strane e misteriose di personaggi senza nome - il Grande Artista Sconosciuto, il Terrorista Internazionale, il Martellatore di Monaci, il Capufficio - che Mario contempla come enigmi incomprensibili e rivelatori. Arrivando, nell'ultima pagina, alla più orribile delle conclusioni.
Giulio Mozzi è uno scrittore e curatore editoriale italiano, docente di scrittura creativa.
Dal 1982 al 1989 ha lavorato nell'ufficio stampa della Federazione regionale dell'artigianato veneto (Frav/Confartigianato). Dal 1989 al 1996 ha lavorato presso la Libreria internazionale Cortina di Padova. Alla fine degli anni Novanta ha lavorato per la casa editrice Theoria. Dal 2002 al 2009 ha curato la narrativa italiana per la casa editrice Sironi, da marzo 2008 a febbraio 2014 è stato consulente di Einaudi Stile Libero. Attualmente è consulente per la narrativa italiana di Marsilio Editori. In rete cura dal 2000 il blog vibrisse, bollettino. È attivo - e considerato - soprattutto come scrittore di racconti. Un suo racconto è stato inserito nel Meridiano Racconti italiani del Novecento curato da Enzo Siciliano.
Sono frutto del suo lavoro di scouting letterario le prime pubblicazioni di autori come Tullio Avoledo, Marco Candida, Massimo Cassani, Leonardo Colombati, Giorgio Falco, Massimiliano Nuzzolo, Antonio Pagliaro, Federica Sgaggio, Veronica Tomassini, Vitaliano Trevisan, Mariolina Venezia, Ivano Porpora, Alessandra Sarchi.
Insieme all'artista Bruno Lorini ha creato un artista immaginario, Carlo Dalcielo, le cui opere, esposte in mostre e pubblicate in forma di libro, sono spesso di natura collettiva.
Il libro di Mozzi, impeccabile e pregevole per scrittura, sebbene a tratti risenta di un’eccessiva e gratuita verbosità, si rivela, per i suoi contenuti, tossico. La lettura diventa faticosa e fastidiosa per il livello di violenza che, pagina dopo pagina, gradatamente dispiega; si tratta di un vero e proprio “descensus ad inferos” mascherato da fine e approfondita conoscenza dell’animo umano. Un così compiaciuto excursus sulla malattia dei rapporti, che tutto riduce a dinamiche violentissime di potere e manipolazione degli altri, tradisce un’immagine sulla natura umana assai distante dalla mia sensibilità. Quali che siano le intenzioni dell’autore, di confessarsi o di provocare, l’unica emozione che è riuscito a trasmettermi è stata di profonda delusione e distanza.
Quelle sane dovrebbero essere dei legami emozionali, cognitivi e fisici che impongono una certa reciprocità negli affetti, responsabilità, lo spendersi per qualcosa che non sempre restituisce ciò che si dà. L'appartenenza allo scambio è fatto di "lacci" invisibili, nel grado di coinvolgimento e nell'ampiezza della rete che questi fili tesi, dall'uno all'altro, determinano per ciascuno di noi.
Qui nessuno dei personaggi vuole relazioni di questo tipo, rifiuta qualsiasi "messa in gioco" che sfocia nella degradazione di qualsiasi relazione. Se la cerca, perché ne sente il bisogno, è subito spaventato e si ritrae in un atteggiamento autistico che sfocia nell'annientamento di sé e, spesso, dell'altro. Ogni sentimento, quando esiste, è la manifestazione di una distorsione che condiziona, o verso un possesso morboso dei corpi, nella loro disgregazione anatomica, o verso un'atarassia, -si può definire sentimento l'indifferenza?- per qualsiasi relazione fatta di "lacci".
Mozzi svela brutalmente i disagi, più o meno patologici, forse endemici, maldestramente criptati dall'ipocrisia della condizione umana.
Inizio con il voto, così da mettere fin da subito bene in chiaro le cose:
1 stella/5
Non ho capito la ragione che lo vede candidato ad uno dei premi più importanti del panorama letterario italiano; parlo del premio strega e questo libro fa parte della dozzina.
È un libro che mi ha DISGUSTATO. Ci ho trovato quelle cose che NON voglio leggere, perché non voglio nemmeno immaginarle.
Esistono, lo so, ma almeno nella lettura mi piace ritagliarmi uno spazio per sognare, immaginare e non leggere i peggiori incubi che la mente umana malata può partorire.
Si vuole dire che sono buonista? Che voglio vivere in un mondo di caramelle e zucchero filato? Si. Almeno nei libri. Almeno nel mondo che è solo mio e che mi permette di viaggiare e fantasticare. Leggere quelle cose, un paio di capitoli eh, ma da voltastomaco, non mi va. Non me lo aspetto e non lo voglio.
L'unica parte che ho trovato in qualche modo affine al mio pensiero è quella dove Mario, il protagonista parla della sua esperienza con un mentore... Ma anche questo capitolo, l'ho letto con l'angoscia che tutto ad un tratto si trasformasse in un incubo, così come successo in altri passi del libro.
Non accenno alla trama, vi dico solo che Mario il protagonista conduce 3 vite in contemporanea.
Il senso di questo romanzo non l'ho capito ed è l'unico caso in cui non mi interessa proprio ragionarci ulteriormente.
Ovviamente, popolo di lettori, sono più che aperta al dialogo, qualora qualcuno potesse offrirmi degli spunti interessanti di riflessione, che da sola io non sono proprio stata in grado di cogliere.
Mario è un consulente editoriale; inventa storie, le smembra, le integra, le mescola. Così come nell’Esposizione in tempo reale n°4 di Vaccari, che prende il mezzo della monotona fototessera e lo rende foto/racconto, Mario prende l’oggettività di un fatto e lo ribalta e lo arricchisce con la conseguenza che non sappiamo mai cosa sia vero, cosa sia sognato, cosa sia inventato e cosa sia solo pensato, trovandoci in un unico grande fluido che fonde atmosfere oniriche e reali. In questo onanismo mentale, la ripetizione di un evento, la sua divulgazione e la sua impressione su carta nello trasformano in una conferma anche per ogni sensazione collaterale; è per questo che la ripetizione di un evento che riteniamo felice ci rende capaci di esserlo nuovamente e di conseguenza fiduciosi nel futuro; allo stesso modo però si replicano la violenza e l’infelicità, annichilendoci. Mario vive nel campo delle ipotesi: ogni narratore di solito plasma la sua storia a proprio piacimento e la sua non ha forma, non ha certezza e non ha indirizzo; sembra vivere ossessionato dalla ripetizione degli eventi come se questa fissasse la loro assoluta veridicità, angustiato dalla ricerca della traccia del suo passaggio sulla parete di Vaccari, ma anche abbandonato a fidarsi dei ricordi. Che tutto ciò che c’è scritto sia vero o meno non ci deve interessare: ciò che rimane è che Mario è la costruzione finale di tutti questi stralci di vita.
A distanza di una settimana dalla frase conclusiva "Adesso, basta", il mio esprit de l'escalier ancora non mi permette di capire cosa ne penso io. Probabilmente è lo shock. Fino a un mese fa di Mozzi conoscevo solo il blog, ma non ho mai letto suoi racconti. Leggo in giro che molti scrittori italiani lo considerano il più grande scrittore italiano vivente. Io non sono in grado di giudicare, e perché è la prima cosa narrativa sua che leggo, e perché tra i viventi appunto molti grandi scrittori non li ho mai letti. So solo che mi ha sconvolto molto più di quel che immaginavo, che ho dovuto prendere pause frequenti dopo certi capitoli e che mi ha lasciata perplessa per la violenza oso dire gratuita e pornografica di molte scene. Per il resto mi sembra un libro dallo stile impeccabile. Alcuni dicono risenta parecchio di Thomas Bernhard, a me ricorda molto anche il Calvino del signor Palomar.
Mi viene da dire: provaci ancora Giulio! Di Mozzi sento parlare da anni come di eccellente scrittore di racconti che poi è diventato rispettatissimo (se non temuto) talent scout. Gli sono riconoscente per aver scoperto uno dei miei scrittori italiani preferiti, Tullio Avoledo. Dopo aver letto lodi sperticate ho scaricato Le ripetizioni per farmi un'idea, e devo dire che sono rimasto deluso, anche se in parte. Diciamo che il romanzo alterna capitoli che convincono e talvolta avvincono a parti che per me lasciano il tempo che trovano. Mozzi ha indubbiamente capacità di scrittura non indifferenti, ma la sua tecnica di ripetizione ossessiva, derivata da Bernhard, non sempre riesce a convincere come fa invece ogni volta nelle mani dello scrittore austriaco. Nel complesso, la storia di questo quartetto di personaggi, due uomini e due donne, legati da vicende che si scoprono completamente solo alla fine, non mi dà fastidio per la sua morbosità (che c'è ed è sicuramente voluta), né per la volontà di scioccare il lettore (che non è neanche veramente centrale nel libro), ma per una certa verbosità inutile. Ripeto, certi capitoli potevano essere più corti e tutto sarebbe andato benissimo. Ma evidentemente Mozzi non può essere editato... Per me un tentativo non del tutto riuscito, che forse risente del fatto che l'autore ha finora lavorato sulla misura breve, e ha avuto problemi a gestire un romanzo per di più piuttosto voluminoso...
Il difetto più immediato del romanzo sta forse nel fatto che Mozzi, veterano della forma breve, non sembra essersi trovato del tutto a suo agio con una narrazione più lunga: la sua verbosità può essere facilmente tollerabile e per certi versi anche pregevole in un racconto, ma estesa a un libro diventa più difficile da sopportare. Troppi capitoli delle Ripetizioni risultano, alla luce dell'intera opera, inutili (quello sul corpo, ad esempio; quello sulla pelle, corredato da un tentativo di dialogo fra il soggetto e le sue stesse parole che dovrebbe essere introspettivo ma che di fatto è solo pedante) o troppo estesi (dieci pagine in cui la scrivente spiega come sia sua abitudine tenere sul davanzale le lettere che non apre subito sarebbero insostenibili pure se le avesse scritte Proust); e si badi bene che non parlo dei momenti, anche apprezzabili, in cui questa ripetitività è funzionale allo scheletro ideale del romanzo.
Il procedere del libro poi è curiosamente disorientante. L'architettura è tanto solida e promettente all'inizio quanto deludente poi: dopo duecento pagine ariose, armoniose pur nella tensione inquieta che le pervade, si avverte come una specie di improvviso cambio di intenti. È come se Mozzi fosse partito con l'idea di scrivere un romanzo molto introspettivo e poi, arrivato a metà, gli sia capitato di vedere un film di David Lynch e si sia detto: ah, che figata! Ho cambiato idea, voglio scrivere una cosa così! Non si tratta neanche di finale a sorpresa (una volta che è chiaro su chi si riverserà la punizione, resta solo da scoprire che punizione sarà); più che altro, agli occhi di un osservatore esterno, si tratta di incongruenza.
Anche le scene sessuali e alcune di quelle più cruente a lungo andare risultano un po' gratuite (e da pignola quale sono, ho trovato stranamente irritante il fatto che Mozzi sembri in grado di utilizzare, per indicare gli organi genitali sia maschili sia femminili, sempre e soltanto il termine 'sesso'. Ripetendolo più e più volte, anche quando non si tratta di un effetto retorico. Perché?). La doppia vita di Viola, per esempio: Viola che va a letto col suo capo, e fin qui va bene, che poi diventa una sorta di puttana d'alto borgo; Viola che si fa legare, che si fa menare, che si bagna tutta, eccetera eccetera eccetera - un po' come se l'unica follia possibile, l'unica doppia vita che si possa avere siano notti di rapporti sessuali violenti e asettici. Non credo che l'intento di Mozzi fosse scandalizzare, ma sono convinta che il romanzo ne avrebbe risentito molto positivamente se un po' di inquietudine fosse stata lasciata al non detto: ad esempio, se la doppia vita di Viola fosse stata delineata solo attraverso gli indizi che Mario raccoglie, senza venire mai spiegata. Per come Mozzi l'ha descritta, sappiamo solo che a Viola piace farsi usare e abusare nel tempo libero, e queste sessioni di abuso ci vengono spiegate per filo e per segno; ma non è assolutamente chiaro il perché.
Su una nota più personale: mi ha lasciato terribilmente confusa il capitolo 'Una lettera', questo delirio incestuoso di una figlia che scrive al padre. Magari chi ha già letto il libro potrà darmi una risposta, ma a me non è assolutamente chiaro chi scriva (è Viola? Dovrebbe essere una spiegazione del perché fa quello che fa? Mah) e perché.
Credo che la non riuscita del romanzo sia da addurre principalmente al fatto che non si capisce a cosa Mozzi volesse arrivare, né a che tipo di libro stesse cercando di dar vita: i bersagli sono troppi e nessuno alla fin fine viene centrato. Il risultato finale è quello si produrre una sorta di straniamento del lettore, che vede scorrere davanti a sé questa specie di patchwork di fotografie di vita quotidiana intrecciate a scene estreme di violenza e sesso, ma senza avere il tempo di abituarsi né alle une né alle altre, rimanendo di conseguenza piuttosto insensibile verso gli avvenimenti.
Un romanzo che mi ha lasciato un po' perplessa, dunque. E infinitamente delusa: vista la bellezza della scrittura, e l'esperienza di Mozzi, mi sarei aspettata molto di più.
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Disturbante sempre, disgustoso a tratti. Compiaciuto di una buona scrittura. Salvo il lascito della domanda: quanti io possiamo essere? E l'impegno a non rassegnarsi all'inevitabilità del male.
Romanzo-mondo, perfetto per costruzione, precipitato di oltre 20 anni di scrittura e riscrittura. Abbandonato e ripreso nell'anno della pandemia, riscritto forsennatamente. C'è tutto Giulio Mozzi in filigrana. E anche "giulio mozzi" personaggio e protagonista di un fortunato blog e direttore della bottega di narrazione. Dove finisce Giulio e inizia Mario? Poco importa. Condividono la data di nascita, quel 17 giugno attorno cui ruota tutta la narrazione. Per chi segue Mozzi ci sono pagine mirabili sia per nitore che per torbidezza. Il giovinetto in copertina non può che far pensare a Santiago, disturbante ossessione di Mario e di Viola. Geometrie di rapporti umani che si stagliano nel fondo di vite piccole e infinite. Le pagine più belle? Quelle in cui si mette da parte l'arte e il mestiere e si vede che sono incise a fondo nella carne. Come quelle dedicate alle didascalie di foto private, l'elogio della scrittura e quelle dedicate al Grande Artista Sconosciuto che con le sue opere titaneggia come contrappunto del percorso di Mario. Un solo estratto non basterebbe ma tra i tanti, scelgo questo
"I genitori sul terrazzo della cucina. Mario ha scattato la foto col telefono e l’ha fatta stampare alla Rce su carta fotografica: la madre sulla sedia a rotelle, in camicia da notte bianca, una coperta azzurra avvolta intorno; il padre su una sedia, con una polo a righine. La madre ha la testa appoggiata sul poggiatesta, si gode il sole del pomeriggio – è un pomeriggio di maggio –, ha gli occhi chiusi; il padre sta parlando, muove le mani come uno che spiega qualcosa. Sono quasi di spalle, entrambi, Mario ha scattato la fotografia dalla porta della cucina, senza che loro si accorgessero, e quella è l’ultima fotografia che ha di loro insieme: una fotografia rubata, quasi fatta di nascosto, una fotografia che cerca di raccogliere, e conservare, la cosa che è sempre stata misteriosa per Mario: l’amarsi dei due genitori, il loro essere una cosa sola, nonostante le diversità, i contrasti, i litigi, il loro essere insieme di fronte al mondo, di fronte a tutto. Questo è il mistero, ciò che a Mario è sempre sfuggito: benché sia stato lì, davanti ai suoi occhi, per quasi tutta la sua vita".
Era da un po’ che i libri di questa dozzina mi stavano lasciando con l’amaro in bocca, ma ora con Mozzi devo dire che il livello si è rialzato. Il suo romanzo - o meglio, romanzo in racconti, o composite novel, come scrivono i critici inglesi nel definire questo tipo di romanzi - ha suscitato molte critiche per via di alcune scene abbastanza spinte e che troverete nella serie di storie dedicate a Santiago, ma in giro si legge di peggio. Cerchiamo di apprezzare il libro per quello che è: un libro sulla finzione, sulla narrazione, su come cerchiamo di mutare e di cambiare il nostro destino, ma su come alla fine siamo condannati a vivere sempre il 17 giugno, a vivere, cioè, la monotonia della ripetizione che caratterizza le nostre vite e i nostri legami con gli altri.
Impossibile recensire un libro come questo, si può solo vivere l’esperienza di leggerlo. E sicuramente non è un’esperienza facile. L’italiano in cui è scritto è impeccabile, la grammatica e la sintassi sembrano piegarsi al volere dell’autore; ci sono frasi lunghe quasi una pagina dove tutto è in equilibrio perfetto. La trama non lineare crea un flusso ipnotico. Alcune scene sono oggettivamente ai limiti del pubblicabile (in un film, ad esempio, non sarebbe possibile mostrale); il confine fra il fatto che fossero necessarie o meno può individuarlo solo ciascun lettore. Personalmente, credo che la letteratura abbia bisogno anche di un testo così.
Dobbiamo leggere per scuotere, per comprendere e dis-comprendere noi stessi. Non è questa la solita favoletta, il solito percorso alternativo a un mercato pieno zeppo di commissari, di avvocati, di buoni sentimenti. È un libro brutto, un libro cattivo, un libro respingente. Sono questi i libri di cui - da lettore - sento sempre un disperato bisogno.
Dopo aver letto per 300 pagine di relazioni malsane e perversioni di ogni genere raccontate nei minimi dettagli, sono ancora qui a chiedermi dove volesse andare a parare l'autore. Scioccare il lettore dovrebbe ancora fare notizia? Per me un big NO. Lo salvo dal voto minimo solo per lo stile, lineare al punto giusto.
E' piuttosto complicato per me, scrivere questa recensione. Parto con ordine, ho deciso di leggere Le ripetizioni di Giulio Mozzi incuriosito dalle recensioni che ho letto in giro per la rete, dopo aver casualmente visto un video dell'autore. Le recensioni che citavo sopra parlavano di un'opera che, nella seconda parte, mutava molto nei toni e nelle immagini riportate, arrivando a darne di crudeli e respingenti. Ed in effetti è proprio ciò che mi sono trovato a leggere. La storia ha per protagonista Mario e la data del 17 giugno che, come suggerisce il titolo, torna molte volte in ballo in diversi anni e situazioni. La struttura del testo vede un alternarsi di capitoli che corrisponde all'alternarsi di filoni narrativi paralleli, in cui Mario è quasi sempre protagonista indiscusso. Oltre a Mario sono presenti altri personaggi, anche molto importanti per lo svolgersi delle vicende, e tutti rappresentano relazioni del protagonista che si rivelano essere complesse. Ho trovato la scrittura molto interessante e scorrevole, quasi sempre piacevole da leggere a parte alcuni passaggi forse un po' forzati, ma sicuramente superabili. Ciò che mi ha tolto, però, la voglia anche solo recondita di poter pensare ad una futura rilettura dell'opera è proprio la seconda parte, in particolare quella in cui Mario e Santiago (personaggio che con l'avanzare della storia diventa via via sempre più centrale) si incontrano. Difficile pensare a cosa volesse comunicarci l'autore quando ha deciso di strutturare in questa maniera l'opera. Sicuramente leggendolo si arriva a credere che chiunque abbia un proprio "lato oscuro" a cui (anche solo ogni tanto) torna. Ho personalmente trovato eccessive e inopportune le scelte narrative utilizzate in alcune parti del testo. Lo consiglio? No. O, almeno, non a chi non sia disposto ad approcciarsi con un severo distacco da quanto viene narrato. Se ci si pone in questa modalità, però, vi ritroverete un buon testo ed una storia anche interessante e che fa sicuramente percepire le capacità dell'autore. A chi vorrà darne un'occasione, auguro Buona Lettura.
In attesa della cinquina do inizio alle danze con il mio Totonomi del cuore.
Scegliere cosa leggere e cosa lasciar andare è stato... complicato. I dodici titoli i concorso alla LXXV edizione del Premio Strega hanno fascino e sostanza. Trame e cover accattivanti hanno però avuto la meglio nel mio gioco all’esclusione.
#leripetizioni di #GiulioMozzi è stata la mia prima scelta.
Il narratore ci racconta passo dopo passo la vita di Mario, l’amato e odiato protagonista. Mario è un uomo di quarant’anni che lavora come consulente editoriale.
Ogni capitolo del libro a come titolo l’argomento o il personaggio di cui si parla ed è ordinato in ordine crescente, favorendo il ripetersi di date, volti e drammi interiori che sono alla base del romanzo.
Questi eventi, date e drammi ripetuti consentono a noi lettori di farci strada nella caotica vita del protagonista, fatta di perversioni e tradimenti. Esistenza complessa con cui io ho faticato ad entrare in contatto.
Mario divide la sua vita tra Padova, dove a una relazione con Viola sua futura moglie e Roma, dove si reca spesso per lavoro e vive Bianca con cui ha un legame molto intenso è complicato.
L’uomo, le sue debolezze e la sua inadeguatezza viene raccontata in questo romanzo con cura ma non spiegata al lettore.
Ho adorato la forma narrativa. Giulio Mozzi riesce a raccontare senza filtri pezzi di vita vera, un po’ meno il messaggio intrinseco dell’opera.
Un romanzo dalle molte sfaccettature, composto di più temi, tra cui il principale le ripetizioni che scandiscono il tempo della narrativa fino a rendere il tutto in gesti ripetitivi, in cicli che i personaggi non sono in grado di spezzare. Su tutto questo si innestano vari personaggi, reali o immaginati da Mario. Io ci leggo anche un grande tema di fondo: la storia della violenza dal punto di vista della famiglia a venire - Mario che vuole sposare Viola - i cui rapporti con il sesso sono normali e ordinari. Entrambi i personaggi subiscono la violenza esterna da parte di uomini che fanno del sesso un abuso privo di amore al quale entrambi si adeguano docilmente (Viola, che permette di essere abusata costantemente da un amante al pari di Mario con Santiago), in balia di ripetizioni che per causa esterna o per volontà propria non spezzeranno mai. Persino il male nella sua banalità è soggetto a una ciclica ripetizione, tanto che quello che in psichiatria definiremmo sociopatia, quella di Santiago, diviene un gesto meccanico e privo di significato come l'omicidio finale.
Appena terminato di leggerlo, il mio primo pensiero sulla conclusione è stato "fine stupida e deludente". In generale è stato un libro molto al di sotto delle aspettative. Dai commenti di altri lettori avevo immaginato fosse un libro "disturbante" ma coinvolgente. Non è stato così per me. La prosa (per carità, l'autore sa scrivere) spesso è noiosa, piena di periodi complessi, non sempre piacevole per me. La storia è un insieme di storie, alcune senza conclusione, altre senza pretesa, altre volutamente e inutilmente provocatorie. Anche la fine è una "non fine". Certamente vuole rappresentare un mondo esistente, talvolta anche più vicino di quello che pensiamo, ma.. Nel complesso non mi sembra un buon libro. Non lo consiglierei
Certi capitoli sono un harmony godibilissimo che quando sei sul punto di chiudere il libro e andare a farti una sega diventa la cosa più disgustosa e moralmente raccapricciante immaginabile tale da farti vergognare di averci visto dell'erotismo. Altri capitoli sono pipponi di teoria estetica tra arte e filosofia, il rapporto tra realtà e finzione, la fotografia come strumento incapace di afferrare la realtà eccetera eccetera - che hanno il merito di fornire chiavi di lettura interessanti ai capitoli pulp ma il demerito di essere davvero molto didascalici.
Comunque erano mesi che non leggevo libri che mi azionavano più di 1 neurone adibito alla contemplazione estetica quindi tutto sommato mi è piaciuto
23 anni di lavoro su un libro per scrivere un Harmony che sembra scritto da un chierichetto che ogni tanto prova a scioccare il lettore con passaggi degni dell'Haneke o del Gaspar Noe meno ispirato. Uso della prosa, per carità, eccellente, ma da un autore che insegna scrittura da più di 10 anni mi sarei aspettato qualcosa di più originale e non un pasticcio derivativo come sono tanti passaggi e dialoghi. Classico esempio di un'ottima penna ma zero fantasia e idee. Santiago e i barboncini, ma veramente? Ahahahaha
Per quel che mi riguarda, la ricerca - stilistica e contenutistica - di questo libro si è dissolta di fronte agli eccessi di violenza che come noto contiene. Peccato, perché alcuni momenti più lirici, così come alcuni personaggi, funzionano bene. La sfida al lettore di alcune parti di testo (la sintassi pesante, le ripetizioni), la frammentazione generale, la diversità dei toni dei capitoli, l'incastro dei personaggi: di tutto questo non sono riuscito a far sintesi, né a trovare un senso perché infastidito e distratto da una violenza che per me è rimasta soprattutto gratuita.
Al mondo ci sarà chi è capace di non cancellare, e invece di rispondere a un pugno con un pugno offre a chi l'ha picchiato l'altra guancia; ma io non ne ho mai visti. Non ho mai visto nessuno, e tantomeno te che me l'insegnavi, offrire l'altra guancia. O meglio ho visto me stessa, papà, per anni e anni, che ti ho offerto l'altra guancia, per così dire, e questo è stato la mia rovina, come tu ben sai.
Per la fatica che ho fatto nel leggerlo. Un romanzo che sconvolge, ma fine a se stesso. Mi chiedo e chiederei all''autore: perché questo libro? Perché queste pagine piene di orrori? Leggevo che ci ha impiegato 23 anni per portare a termine il libro che poi in realtà l'ha quasi riscritto nell'ultimo anno. Una fatica disturbante. Poteva dedicarsi alla vita, alla ripetizione quotidiana della sua vita. Un libro che darò via, non voglio tenerlo neanche nella mia libreria.
Lo stile e la struttura sono degni di nota, mentre i contenuti non sono sempre stati di mio gradimento. Ho fatto fatica e ci ho messo tanto a leggerlo e qualcosa mi disturbava, tanto che appunto non lo leggevo con piacere. A conclusione del libro purtroppo il mio giudizio non è cambiato: parte bene, ma poi si perde e risulta un po' eccessivo per i miei gusti.
Concludo quindi qui il mio anno di letture, con un libro che non ho amato e che non consiglio. L’ho comprato perché fra i finalisti del Premio Strega 2021, ma è troppo violento, crudo, cupo e pessimista per rispondere al mio gusto. È una forza discendente verso la parte più bassa e dura dell’animo umano… in certi passi mi ha ricordato Henry Miller.
Abbandonato a pagina 88. Scrittura per i miei gusti asettica. Non mi avvolge. Cerco disperatamente uno scrittore contemporaneo che mi sconquassi. Mi rifugio spesso in Bernhard..qualcuno mi sá consigliare?