I protagonisti
Già il titolo dovrebbe mettere sull'avviso: è un romanzo feroce, questo, un romanzo che si insinua, corrode, disintegra.
Ed è proprio la ferocia, più animalesca di quella delle bestie (che Lagioia ci racconta con degli inserti affatto casuali), perché ragionata e premeditata, a essere protagonista: nella società, nella famiglia, nell'individuo.
Una ferocia che consuma, dicevo, una ferocia che uccide.
Lagioia ce la racconta in maniera complessa, a suo modo, con quella scrittura barocca, che tende ad avvitarsi e avvilupparsi, ricca di metafore ai limiti dell'equilibrismo (persino irritanti, a volte) e di arabeschi a volte superlfui, che tanto mi aveva disturbata nel suo precedente romanzo, Riportando tutto a casa.
Qui invece funziona, e mi ha conquistata e avvinta lentamente, con una storia che si pone a metà fra una saga familiare del meridione - la storia è ambientata a Bari nel XXI secolo - e un romanzo anche giallo, noir, ricco di venature gotiche.
È la storia della famiglia Salvemini, palazzinari arroganti e prepotenti, nella figure di Vittorio, il capofamiglia intrallazzatore e manipolatore, della moglie Annamaria, opportunista e arrampicatrice (ma nel contempo muta e fredda come il marmo) e in quelle dei loro quattro figli; anzi tre, perché Michele è una storia a parte.
E il romanzo parte con la morte di Clara, che attraversa la strada provinciale, nuda e insanguinata, in una notte di primavera, che incrocia la propria fine al destino di un camionista, povero disgraziato, che si trova a percorre nella notte la stessa strada.
Tutti e quattro i Salvemini di seconda generazione, da Ruggero a Clara, da Michele a Gioia, sono merce di scambio, pedine in mano all'arrivismo e all'ingordigia dello status quo che la famiglia ha raggiunto e intende mantenere, ciascuno con le sue proprio turbe, maniacalità, deviazioni.
Lo scenario è quello dei nostri giorni, quello delle tangenti e delle bustarelle, del potere e del potere del denaro; della corruzione di medici, politici, giornalisti e imprenditori; della cocaina e della prostituzione di lusso; quello in cui i nuovi ricchi sguazzano come pesci nell'acqua, come squali in cerca di sangue.
Ma quello che mi ha colpita, a parte la storia in sé, è finalmente la scrittura di Lagioia, o forse, ancora di più, l'architettura del romanzo: che è cinematografico e tridimensionale, capace di scorrere dal passato al presente e da un protagonista all'altro, senza perdere il filo conduttore; di ruotare la camera intorno alla scena e di cambiare punto di vista, di muoversi e seguire un nuovo personaggio; di spostare il microfono per ascoltare voci che un attimo prima erano solo chiacchiericcio e brusio di fondo; di insistere - nei capitoli finali - in maniera quasi ossessiva, su quello che sarà un parziale punto di svolta, preannunciandolo a più riprese.
E se alcune scelte narrative, mi hanno fatto pensare, in qualche modo, ad alcuni film di Altman, la famiglia Salvemini, invece, sia pure con tutto un altro registro narrativo, mi ha ricordato la famiglia del trafficante di armi Alberto Sordi in «Finché c'è guerra c'è speranza»: spregiudicata, agghiacciante, ipocrita.
È un romanzo ambizioso, non c'è dubbio, per certi versi anche pretenzioso, ma è indubbiamente un'opera ricca, costruita, pensata, che pretende attenzione e costringe non solo a leggere, ma anche a rileggere: ricca nella lingua, pensata nei contenuti, costruita negli intenti.
Un'opera disturbante, in tutti i sensi, ma finalmente un'opera viva.
Io e Lagioia abbiamo fatto pace, almeno per ora.