«Da Taranto fino a Nardò non c'è nulla, c'è l'Arneo», scriveva Vittorio Bodini dell'agro salentino dove, negli anni Cinquanta, i contadini si organizzarono per prendersi la terra a cui avevano diritto. Furono picchiati e arrestati dalle forze dell'ordine, le biciclette, il loro unico bene, bruciate, ma l'Arneo, fino a quel momento escluso dalla Storia, divenne materia viva, e qui fa da sfondo alle vicende di due generazioni che là hanno vissuto e lottato. Nino, che sogna di costruire il falò più alto che si sia mai visto, la Pietra, maciara che toglie l'affascino, Tonino, pescatore di murene; e poi i giovani: Salvatore, Maria, Liberata. In mezzo c'è l'Anna, che sparisce mentre sta raggiungendo i compagni nei campi. Un decennio dopo, il ritrovamento del suo anello riporterà alla luce quel mistero, rivelando l'anima più nascosta dei compaesani in un Sud tagliato fuori dalle cartoline, dove appunto «non c'è nulla, c'è l'Arneo».
Questo libro è come i peperoni arrostiti ripieni, voi mi direte: “Ma quindi è buonissimo, corro a comprarlo!”. No, fermi NELLE PREMESSE è buono come i peperoni arrostiti ripieni, ma invece sono fatti male e di cattivo sapore, i peperoni amari, il pan grattato stantio e slegato, i capperi che scappano, olio non pervenuto… insomma NO. Vi spiego: ho preso questo libro al Salone per dare fiducia alla Italosvevo che aveva pubblicato quella divina opera prima che è Lingua Madre, l’ho acquistato affascinata dalla sinossi che parlava di lotte contadine e della mia amata Puglia e sognavo ad occhi aperti di immergermi in questa vicenda, che non conoscevo, avvenuta nella mia terra negli anni ‘50. E meno male che ho letto la sinossi! Leggendo il libro non avrei capito assolutamente nulla di quello di cui si parla. Personaggi mai veramente caratterizzati, che non riesci mai a figurarteli in testa, un massivo utilizzo dell’articolo prima di OGNI nome proprio, che alla fine la mia testa ha iniziato a eliderli mentre leggevo (va bene il tentativo di italianizzare il dialetto ma allora lo si fa con tutto il testo in maniera “assiduata” non “a muzzo”). Nessuna spiegazione del contesto storico. Frasi e capitoli slegati che fanno perdere il filo (giuro ho provato pure a rileggere, ma niente) con gente che pare fare cose a caso (i miei appunti a matita più frequenti: ma perché? Boh! E questə chi è?).
Poi ho trovato una recensione sul sito ibs [nella seconda foto] e mi sono sentita meno sola a pensarla così. Bella la copertina ma per me è NO.
Leggere questo libro è ritrovare molte cose di una terra che mi ha generata. Tutto l’amaro delle differenze sociali e di genere, ma anche la forza enorme delle donne salentine. L’ambientazione ai tempi della occupazione dell’Arneo (la rivolta dei contadini perché anche questa parte dimenticata dallo Stato venisse inclusa nel progetto di riforma agraria) è una scusa per raccontare la storia di tanti personaggi. E devo dire che a momenti mi sono persa tra questi. Ho molto apprezzato la penna di Manuela Antonucci, spicca tra tante scrittrici italiane emergenti con la stessa vena sempre molto egoriferita, si distacca da questo mare magnum del raccontare personaggi troppo anaffettivi per essere piacevoli. Antonucci invece crea dalla terra e dal mare caratteri pieni di sfaccettature certamente legate al territorio e per questo molto credibili. Crea anche un mistero nella storia, risolto nell’alternarsi di voci narranti. Le imputo un difetto: tante parole ed espressioni in dialetto che io ho capito perfettamente, ma non per tutti è così e non ci sono note a spiegare.
Non bisogna leggere questo libro pensando di scoprire dettagli storici dell'Arneo perché rispetto a quello si dice poco o nulla: il contesto storico rimane sullo sfondo, viene solo fatto riferimento alla rivolta per l'ottenimento della terra ma senza dare coordinate dettagliate e precise. Resta però un bel testo per scoprire la vita in questo territorio: i numerosissimi personaggi ci fanno scoprire le credenze, le usanze e i pregiudizi che caratterizzavano la vita in questi luoghi. Dalle credenze relative alla capacità di curare tramandate da madre a figlia alla superstizione e alla possibilità di parlare con i morti nei sogni; lo stretto legame con il territorio, terrestre o marino, che condizionava la vita lavorativa ma che finisce anche definire il carattere dei personaggi; la violenza che abita le case dei personaggi, violenza che si concretizza dai padri ai figli o alle mogli e che condiziona tutta la vita delle vittime che subiscono.
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Mi ha ricordato Germinal di Zolà e a tratti Il vecchio e il mare di Hemingway, due dei miei libri preferiti. Però non ha la stessa intensità anche se l’ ambientazione e la scrittura sono ben fatte. La storia della scomparsa di Anna non mi è molto chiara, e nemmeno il personaggio. Invece Tonino e la Pietra sono due personaggi molto ben scritti secondo me: dolci, riflessivi. L’ultima parte con la nuova generazione è simpatica e chiude il cerchio