Non appartengo a quelli che sono convinti che la Storia insegni qualcosa al genere umano, diciamo che ritengo che si limiti a dare qualche consiglio che non sempre – e forse neppure spesso – viene colto e seguito; perché quindi dedicarsi, in questa calda fine estate, alla lettura di un saggio abbastanza ponderoso (357 pagine più un bel po’ di note), che parla di un’epoca non solo abbastanza lontana nel tempo ma anche nella percezione delle cose? E’ stata un’epoca indubbiamente diversa e provarla a spiegare a chi non l’ha vissuta può risultare veramente difficile, ma forse non inutile.
Non voglio entrare nel merito di un’analisi storica, politica e sociale del periodo, ma sottolineare tre spunti di riflessione che partono proprio da questa lettura e che, per me, rappresentano altrettanti argomenti di dialogo intergenerazionale, non tanto per la generazione dei terroristi, che sono tutti over 70, ma anche con le più recenti ed in particolare con i ragazzi Z, che hanno all’incirca l’età nella quale – quelli, che potrebbero essere i loro nonni – hanno compiuto i loro atti.
Il primo punto è che le società non si cambiano con la violenza, qualunque sia l’obbiettivo: l’idea che il fine giustifichi i mezzi è folle perché la violenza è sostanzialmente autoreferenziale; a tutt’oggi molti si definiscono ex terroristi od ex combattenti, ma non potranno mai essere ex assassini perché questo è l’unico dato oggettivo: l’avere usato la violenza. In questo periodo storico dove siamo tutti incavolati per qualche motivo, con la politica, con le banche, con le big pharma, con il mondo, l’idea che si possa pervenire ad una nuova genesi tramite la violenza può tentare, ma è un’illusione come lo è stata cinquanta anni fa e ricaderci non farà che peggiorare la nostra già precaria situazione.
Il secondo punto è che credere fermamente in qualche cosa non la fa diventare né vera né giusta: in questi tempi di (poche) idee urlate, si confonde l’adesione razionale e critica ad un progetto o ad una visione, con una scelta istintuale, priva di una reale logica e sostanzialmente fideistica (quella che viene definita tifo, ma potrebbe essere chiamata ideologia); facciamo attenzione a ciò in cui crediamo, analizziamolo bene prima per non dovercene vergognare dopo.
Il terzo punto è che, pur con le limitazioni di cui sopra, bisogna credere in una società migliore di quella in cui viviamo, che pare non contentare nessuno: non possiamo pensare che ogni cosa sia centrata su noi stessi e se l’errore di allora fu quello di rendere ogni singolo aspetto della vita politico, forse quello di oggi è disinteressarcene totalmente, nella convinzione – illusoria – che ognuno si salvi da sé.
Insomma, secondo me è meritevole di lettura, specialmente per i giovani lettori. L’argomento potrebbe risultare complesso ad un primo approccio, ma ritengo che prendere coscienza degli errori commessi e dei risultati raggiunti allora possa aiutare nella ricerca della giusta strada per un futuro che assomigli ai ragazzi di oggi senza ripetere le follie commesse dai ragazzi di ieri.
Perché alla fine l’aprirsi la propria strada verso il futuro è l’unico dovere delle generazioni.