Sottotono? Sì, forse, anzi no.
Inizialmente il secondo volume mi è suonato più leggerino del primo: la ricchezza dei dettagli mi pareva a momenti un po' fine a sé stessa. Immagino che in rapporto all'intera saga questo volume debba rappresentare una sorta di interludio, come suggerisce il titolo stesso.
Ma il titolo ha anche un altro significato: intende porre l'accento sull'adolescenza delle figure che si intuiscono essere quelle con più tratti autobiografici. Mentre nel primo libro i punti di vista dai quali si narrava la vicenda erano divisi piuttosto equamente tra tutti i componenti della famiglia, in questo secondo libro prevalgono segnatamente i punti di vista delle giovani ragazze Cazalet: Louise classe '23, Polly e Clary classe '25. Il lasso di tempo che va dall'autunno del '39 all'inverno del '41 è per loro una doppia adolescenza: per qualsiasi discorso e per qualsiasi problema le ragazze si sentono sempre rispondere che sono ancora troppo giovani, eppure hanno la chiara visione che giungerà presto un tempo in cui saranno già troppo vecchie per tutto. La guerra, che quando era solo una minaccia incombente poteva anche rappresentare una speranza di cambiamento nei rapporti con gli adulti, un trampolino di lancio per fare entrare queste ragazze più rapidamente nel mondo dei grandi, si rivelerà invece per loro un ulteriore elemento di paralisi, un formidabile amplificatore della noia, del senso di inutilità e incertezza, dell'attesa spasmodica di poter essere persone adulte a tutti gli effetti – per quanto in tutta la storia non manchi qualche adulto di buon senso che tenti di far loro osservare che tra l'essere adolescenti e l'essere grandi non è che ci sia poi quella gran differenza.
La narrazione si apre dunque con i celebri discorsi radiofonici di Chamberlain e di Giorgio VI nel '39, attraversa i primi bombardamenti e Dunkerque e la Battaglia d'Inghilterra, per concludersi con la radio che annuncia l'attacco di Pearl Harbor. I luoghi e i protagonisti sono quelli già familiari a chi abbia letto il primo volume. Nel passaggio dal primo al secondo libro ho a tratti avuto la sensazione che si fosse perso un poco di smalto, un po' di quella luminosità iniziale, e tuttavia arrivando sul finale dall'atmosfera vagamente dickensiana (nel Dicembre '41 Pearl Harbor complica qualsiasi aspettativa o previsione riguardo la guerra, ma ancora una volta c'è il Natale alle porte e la famiglia che ancora una volta si riunisce) mi sono dovuta ricredere anche su questa sensazione: quel senso di attesa, provocato dalla guerra, quando sembra sempre che da un momento all'altro debba accadere l'avvenimento decisivo e risolutivo e invece la quotidianità procede in uno stillicidio infinito e sfiancante; l'usura e il lento disfacimento della antica magione che sta poi a rappresentare il logorio che in due anni di attesa è occorso agli animi delle persone; il tema non da poco del parlarsi, del comunicare le proprie ansie e paure con le persone cui si vuole bene, una cosa che sembra banale e invece risulta sempre difficile; i personaggi che sono sempre gustosi, ben caratterizzati, mai petulanti o ridondanti; ecco, rivedo con uno sguardo tutte queste cose e mi rendo conto che anche il secondo volume è ottimamente costruito. Vado avanti volentieri e con la curiosità ben desta, c'è ancora tanto da raccontare.
Il presente era grigio; il futuro era nero. Viveva in una nebbia fatta di paura. […] Aspettò qualche secondo poi disse con dolcezza: "Passerà. Niente dura per sempre".