Le organizzazioni criminali gestiscono la stragrande maggioranza del traffico mondiale e sono in grado di influenzare le politiche di intere nazioni. Sono strutturate come consigli di amministrazione, manager, consulenti bancari per il riciclaggio, contadini e operai che producono e imbustano e infine tanti soldati che spacciano per le strade.Ci sono però donne e uomini che vivono nel milieu della droga cercando di aggirare questi sistemi mafiosi, proprio come i protagonisti di Diversamente pusher. Soggetti che in genere preferiscono rapporti ispirati a modelli più umani, mutuati dalla prassi delle controculture, della vecchia malavita o delle economie alternative. Le loro storie si contrappongono all’immaginario creato e manovrato dalle grandi aziende dell’intrattenimento che sembrano avere l’esclusiva legittimità per parlare di sostanze stupefacenti, intossicandoci con saghe epiche su Pablo Escobar, sui cartelli messicani, sui bad guys italoamericani e ultimamente con poco realistiche serie tv alla Breaking Bad.Se questi sono i modelli mainstream è meglio rivolgersi altrove per trovare un briciolo di senso etico nel delicato rapporto tra noi e le sostanze che alterano gli stati di coscienza.Pablito el Drito ha trascorso sei mesi tra i battitori liberi dello spaccio per capire chi sono, come vivono e cosa pensano.
Nell'anno 2021 (o era il 2020?) bastò una serie TV (SanPa) per riportare in nuce in Italia il discorso sulla droga, ma, trattandosi appunto di una noce nel mare in perenne rimescolamento della contemporaneità, il racconto fu impulsivamente fruito, ossessivamente masticato e senza preavviso obliato. Un gancio è però interessante: proprio a partire dal periodo di ambientazione della suddetta fiction la questione droga in Italia è stata stigmatizzata e sepolta, più o meno viva, così come lo è ai giorni nostri quando al massimo è intesa come sinonimo di disagio - ma quale disagio? - e di criminalità, nostrana o estera, spesso spettacolarizzata, mitizzata (viene in mente un'altra serie TV?), finanche conteggiata nel PIL per aumentare il rating, una voce di bilancio import-export, un cespite, l'EBIDTA dove gli utili prima degli interessi, delle imposte, del deprezzamento e degli ammortamenti sono uguali a quelli di prima, se non superiori: i proventi del traffico vengono reinvestiti in attività e finanza legali, cash flow ripulito che ci ritroviamo tra le mani sotto forma di banconote colorate. Tutto qui? Sì, tutto qui, d'altro non si parla. Quanto schiacciante è stata l'esperienza sociale dell'eroina - a chi non l'ha mai provata almeno una volta hanno fregato l'autoradio per procurarsene una dose - tanto mediatica, ancor prima che in termini di legalità, è stata l'oppressione che vi ha opposto lo Stato. Così il discorso pubblico sulle droghe è stato limitato alla stigmatizzazione dell'uso di qualsiasi sostanza stupefacente, indipendentemente dalla tipologia, dal fruitore e dalle sue aspettative, abuso ancor più di uso, perché ormai completamente sconnesso da finalità ricreative o trascendenti che se ne può fare, persino da quello medico e terapeutico, dimentico del ruolo che hanno sempre avuto le sostanze che alterano la percezione della realtà nella storia e nello sviluppo della - delle - società. Il riflettore è saltuariamente puntato sulle sbarre della finestrella di un carcere, sulla spersonalizzazione se di mezzo c'è un delitto, sulla caduta in basso. Accettiamo vizi e comportamenti ben più deleteri, che creano danni sanitari ben più gravi, dall'abuso di alcol e di tabacco all'inquinamento atmosferico, normalizziamo l'assunzione di medicinali psicotropi, ma non tolleriamo che un individuo possa fare la libera scelta di utilizzare uno stupefacente soltanto perché gli va tanto quanto non gli va bene il mondo che lo circonda. Così di droga sentiamo parlare solo in occasione di fatti di cronaca particolarmente eclatanti, sequestri di quantitativi ingenti, arresti eccellenti, o come l'altra faccia di questioni rilevanti, dall'immigrazione clandestina impiegata nel piccolo spaccio all'affollamento delle carceri. Ben venga allora Pablito el Drito, membro fedele della scuderia di AgenziaX, che ci offre un pamphlet o un reportage o un'inchiesta composta da interviste a spacciatori fuori dal giro. Quale giro? Quello della criminalità che controlla il traffico e questo basta a porre l'approccio fuori dagli stereotipi. In pieno stile AgenziaX le interviste sono state rielaborate da Pablito sotto forma di racconto in prima persona, le domande (che immagino essere state sempre le stesse per ogni interlocutore) sono evaporate, espunte dal testo dove resta solo la testimonianza dispiegata dal punto di vista dell'Io, nella forma dell'oralità, ovvero senza badare più di tanto allo stile letterario, annebbiando i dettagli che potrebbero condurre a identificare i soggetti esposti, un po' di privacy prima di tutto. Pusher che in larga parte sono stati o sono tuttora consumatori, vicini alle controculture ovvero essenzialmente alieni al capitalismo. Individui, uomini e donne, che hanno avviato l'attività di spaccio per lo più per far fronte alle esigenze economiche del loro consumo, che semmai l'hanno ampliata tenendo fede a qualche forma di principio etico, di correttezza del rapporto col cliente, testando la qualità della merce in prima persona, badando a proteggere il proprio giro, insomma quello che fa ogni commerciante che tiene alla fidelizzazione dei consumatori a cui si rivolge, evitando di lasciarsi risucchiare dal vortice del guadagno perché in fondo al vortice c'è sempre qualche pesce grosso a cui non frega un cazzo della tua vita e dei tuoi principi. Battitori liberi attenti a non compromettersi (leggi lasciarci le penne) per avidità. Hascisc, LSD, freebase, marijuana, ketamina, MDMA, speed, oppio. Squatter, deep web, viaggiatori dal Marocco, dall'Olanda, dall'Inghiterra, dall'India, rave, comuni e piantagioni di papaveri in Spagna e Repubblica Ceca. Piccoli centri dell'Italia provinciale da cui partire per le grandi metropoli nazionali ed europee. Piccoli appartamenti e furgoni con scompartimenti ben nascosti. Qualche sbirro, un po' di carcere, pochi accenni ai luoghi pubblici dell'approvvigionamento, un bosco di Rogoredo o un Corso Como qualsiasi. Un'epica e un'etica del consumo e dello spaccio. Un élite di drogati che si distingue dalla massa dei tossici. Certo il consumo ha spesso le conseguenze di sempre, lo spaccio invece comporta i soliti rischi, come fossero il prima di quello che potrebbe accadere e il dopo di quello che sarebbe potuto andare diversamente. La via di uscita può essere anche un punto di equilibrio, almeno quando si accetta la responsabilità di non essere conformi, al bene come al male. Già, perché la droga è male, sempre, anche quando il primo abuso è chiamare droga ciò che potrebbe non esserlo. Quindi sii consapevole, sottraiti al lavoro salariato e goditela.
"Si faceva un gran parlare di antiproibizionismo e liberalizzazione, ma in quelle situazioni c'era una qualità di fumo che era indecente, roba con il timbro della mafia, soprattutto cioccolato che non faceva un cazzo. Si parlava di certi temi, ma nessuno si sporcava le mani per far circolare cose buone. Per noi era un aspetto culturale o controculturale. Ma controcultura è anche politica. Queste sostanze potevano servire, come sono state utilizzate per millenni, per aprire le coscienze, per aiutare a cambiare punto di vista, per uscire dalla profonda educazione e dai propri schemi mentali - perché la verità le droghe non te la danno - però ti possono scalzare da dove sei. Ma non è che puoi aspettare che il papà-stato, che ci nutre e ci educa, decida di ascoltarti e le legalizzi, o aspettare che lo zio criminal-mafioso decida di alzarti la qualità per farti un piacere. La verità è che ti puoi solo sbattere e farlo in prima persona. Se vuoi un mondo nuovo devi iniziare a crearlo, devi muovere tu le cose".