Grot ha poco più di vent'anni e non esce dalla sua stanza da 1200 giorni. È un hikikomori e ha un unico modo di comunicare con l'esterno: messaggi d'amore criptati a donne sconosciute. "Timidi messaggi per ragazze cifrate" è un romanzo a due strati: da un lato la voce straripante e alienata di Grot, dall'altro la voce segreta della cifratura. La frizione tra i due elementi - in uno stato di raro equilibrio: complessità e immediatezza - genera un dramma del desiderio peculiare, in cui ciò che è visibile vuole a ogni i costi nascondersi e ciò che è nascosto non aspetta altro che farsi vedere.
Si presume che chi intraprenderà la lettura di questo libro avrà quantomeno una vaga idea di cosa sia, o meglio di chi sia, un hikikomori. Nel caso qualcuno ne fosse all’oscuro, Timidi messaggi per ragazze cifrate potrebbe essere un ottimo viatico per capire un fenomeno sorto dapprima in Giappone e in seguito arrivato anche in Occidente.
Grot, il protagonista del romanzo del fiorentino Ferruccio Mazzanti, è un ragazzo di ventun anni segregato in casa da oltre mille giorni; guarda il mondo attraverso le lenti di Internet, della TV e dei videogiochi, mentre la sua quotidianità ruota attorno a una routine scandita dalla presenza-assenza della madre, le cui tracce vengono cancellate dal ragazzo con faccende domestiche dai tratti ossessivo-compulsivi.
Ma il cuore del racconto risiede indubbiamente nei metodi comunicativi usati da Grot, consistenti in messaggi cifrati – tra i cifrari usati, troviamo per esempio quello di Giulio Cesare – inviati a persone come lui sempre nel contesto della virtualità, ossia per mezzo dei forum e dei social. Per il nostro solitario, la svolta arriva quando conosce una ragazza di nome Maria Freder, capace di decifrare i suoi messaggi e di scriverne altri con lo stesso sistema, ragion per cui Grot s’innamora di lei: in fondo Maria è per lui l’unico vero amore possibile; e quei cumuli di lettere apparentemente privi di senso ma pronti ad assumere un significato diventano una sfida stimolante e a suo modo necessaria.
Per chi conosce da vicino l’argomento sarà facile rintracciare nel personaggio le tracce di una depressione portata alle estreme conseguenze. Grot sostiene di avere una deformazione cranica, anche se non sappiamo quanto ci sia di vero; sappiamo però che ai suoi occhi la società è uno specchio pronto a prendersi gioco di lui: uno specchio riconducibile alla figura del bel Rotwang, un ex-compagno di scuola fautore di alcuni suoi traumi.
La trama, messa così, potrebbe far pensare a una storia dove tristezza e disperazione giocano un ruolo fondamentale; tuttavia lo scrittore, pur non eliminando tali sentimenti, ricorre a una poetica opposta, basata sull’ironia e sulla leggerezza: rende Timidi messaggi un racconto divertente, libero dal patetismo e da denunce pietiste di quella che è già una seria piaga sociale.
In questo sorprendente esordio, dove si muove sottotraccia l’influenza di David Foster Wallace, Mazzanti parla di non-detto, di incomunicabilità e di letteratura come gioco, sicché il lettore è giocoforza chiamato a interagire con un testo dotato di una prosa brillante e personale sotto il profilo della sintassi e del lessico: è una cifra stilistica nella quale s’intravede una penna matura e consolidata, che non a caso scava a fondo nell’animo umano e rifiuta di soffermarsi solo sulla banale superficie della contemporaneità.
[recensione uscita il 27 gennaio 2022 su «Il Foglio»]
Una delle qualità più rare e gradite - almeno per me - da cercare in chi scrive col piglio postmoderno della gestione dei livelli di lettura, per cui lo stesso romanzo possa essere letto sia in recto che in verso, è quella della resa gradevole della difficoltà. Non la versione facilitata - o peggio banalizzata - della complessità, ma l'esposizione gradevole del discorso, la fluidità della composizione narrativa, che sia costruttiva, per chi legge. Ecco, Ferruccio Mazzanti ci riesce in pieno, ad essere difficile ma gradevole, a consegnarci un compendio di decrittazione, dal cifrario di Thomas Beale a quello di Vigenère, passando per il cripto-linguaggio di Giulio Cesare. Un percorso che ci viene filtrato dal bildungsroman quasi lisergico di un "recluso" - e cioè un hikikomori - che nella inibizione patologica di confronto con il mondo ci fa riflettere su quanto abissali siano le possibilità di un linguaggio e quanto, spesso, sia arduo e faticoso un qualsiasi tipo di ermeneutica delle cose.
Sul tema hikikomori, consiglio il cattivissimo e disturbante Amygdalatropolis. Qui Mazzanti ce la pone dal lato più tenero e, in un certo senso, romantico della questione. E molto belle sono le parti in cui la madre parla al protagonista attraverso la porta sempre chiusa della camera. Poi succede che Grot (così si chiama il narrante appunto) è spinto ad uscire nel mondo dopo anni di reclusione autoimposta e qui il romanzo un po' si perde, non riuscendo fino in fondo, a mio avviso, a delineare in modo del tutto credibile le cause delle azioni del protagonista, e a spingere maggiormente sulla "follia" di Grot stesso.
Un libro molto atipico. È scorrevole. La narrazione è dal punto di vista di un protagonista che vede il mondo in maniera diversa. Non riusciamo a scorgere bene il mondo reale ma abbiamo abbastanza strumenti per avere un'idea. Se unə lettorə vuole lanciarsi, ha anche tutti i riferimenti per decriptare le parti criptate. Nella sua caoticità un lavoro molto minuzioso.