Raccontare l'avventura che è stata leggere L'estate che perdemmo Dio, è molto difficile per me. Perché sono una donna del sud, e prima sono stata una ragazza e una bambina del sud. E questo libro per me non racconta, ma descrive. "Da Napoli inizia quel mondo che sopra Napoli non si capisce", ed è vero. Il Sud lo capisci solo al Sud. Solo se sei di lì, ci sono dei codici e dei linguaggi, e il modo stesso d'esistere che sono tipici.
La diffidenza dei viaggiatori che non sono abituati a spostarsi con i mezzi, che non sono abituati a spostarsi per viaggiare, ma solo per dire addio. Le processioni di paese in cui si recitano e si rispettano i ruoli, i fuochi d'artificio che sono come un riscatto di bellezza. I bambini che giocano davanti ai portoni, per terra. Le porte aperte, spalancate. Che tanto non può succedere niente. La salsa fatta in casa, i parenti a turno in un solo garage, i pomodori passati alla macchinetta agganciata sul tavolo di plastica, il succo rosso che è sangue e segno che va tutto bene. I pacchi di cartone da mandare ai figli lontani, con i nodi di spago annodati stretti. Quei nodi sono la famiglia. Sono il rispetto per forza. Sono figli che non smettono di essere figli. Mai.
"Il tramonto ferisce il cielo finché non spurga viola. Solo dopo, l'aria sembra cicatrizzare. Ferma, ha quella mitezza astiosa, in procinto di incrinarsi, delle cose violate. Seduti all'ombra dei fichi, davanti a una porzione di cielo così vasta, striature di rosso come graffi, magre stisce bianche come sputi, schiuma dalla bocca: eppure sembra pulita, l'aria, pulita la città, rassegnata e pulita come molte ore dopo una tragedia. Sotto i fichi - l'odore dolciastro, un'infezione - sulle sedie davanti all'uscio, ecco come la sentono, Salvatore e sua madre, quell'aria.
Indulgente."