"𝑸𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒂𝒑𝒑𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒏𝒖𝒍𝒍𝒂 𝒅𝒆𝒊 𝒏𝒐𝒔𝒕𝒓𝒊 𝒇𝒂𝒎𝒊𝒍𝒊𝒂𝒓𝒊 𝒕𝒆𝒏𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒊𝒍 𝒑𝒆𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒐 𝒔𝒑𝒆𝒓𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒊𝒏 𝒖𝒏 𝒎𝒊𝒓𝒂𝒄𝒐𝒍𝒐. 𝑷𝒐𝒊, 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒅𝒂 𝒖𝒏𝒐 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒂𝒎𝒑𝒊 𝒂𝒓𝒓𝒊𝒗𝒂 𝒍𝒂 𝒏𝒐𝒕𝒊𝒛𝒊𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒖𝒏 𝒏𝒐𝒔𝒕𝒓𝒐 𝒄𝒐𝒏𝒈𝒊𝒖𝒏𝒕𝒐 è 𝒗𝒊𝒗𝒐, 𝒄𝒊 𝒔𝒆𝒏𝒕𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒇𝒐𝒓𝒕𝒖𝒏𝒂𝒕𝒊. 𝑴𝒂 𝒂𝒑𝒑𝒆𝒏𝒂 𝒍𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒅𝒆𝒊 𝒅𝒊𝒔𝒈𝒓𝒂𝒛𝒊𝒂𝒕𝒊 𝒓𝒊𝒏𝒄𝒉𝒊𝒖𝒔𝒊 𝒍à 𝒅𝒆𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒑𝒆𝒈𝒈𝒊𝒐𝒓𝒂𝒏𝒐, 𝒓𝒊𝒎𝒑𝒊𝒂𝒏𝒈𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒅𝒊 𝒂𝒗𝒆𝒓𝒍𝒐 𝒔𝒂𝒑𝒖𝒕𝒐, 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉é 𝒄𝒊ò 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒓𝒊𝒎𝒂 𝒕𝒆𝒏𝒆𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒏𝒕𝒂 𝒖𝒏𝒂 𝒄𝒆𝒓𝒕𝒆𝒛𝒛𝒂."
Thomas Geve è lo pseudonimo con cui il protagonista racconta la sua prigionia quando, all'età di 13 anni, fu internato ad Auschwitz. In qualità di sopravvissuto avverte la necessità di raccontare la verità: lo deve a chi non ce l'ha fatta e può rivivere solo attraverso il ricordo. Oltre agli strumenti di morte, Thomas documenta un sistema di depravazioni e sadiche torture quotidiane: 𝑰 𝒏𝒂𝒛𝒊𝒔𝒕𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒊 𝒍𝒊𝒎𝒊𝒕𝒂𝒗𝒂𝒏𝒐 𝒂 𝒖𝒄𝒄𝒊𝒅𝒆𝒓𝒆 𝒍𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒓𝒊𝒆 𝒗𝒊𝒕𝒕𝒊𝒎𝒆; 𝒂𝒗𝒆𝒗𝒂𝒏𝒐 𝒄𝒓𝒆𝒂𝒕𝒐 𝒖𝒏 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒐 𝒔𝒊𝒔𝒕𝒆𝒎𝒂 𝒑𝒆𝒓 𝒇𝒂𝒓𝒍𝒆 𝒔𝒐𝒇𝒇𝒓𝒊𝒓𝒆. La novità sta nelle immagini che "danno un volto" agli orrori che traspaiono dai suoi scritti. I disegni originali, realizzati con rimasugli di carbone su brandelli di sacchi di cemento, andarono persi. Thomas li rifece una volta liberato, tanto fossero impressi in lui nei dettagli.
Il ragazzo che disegnò Auschwitz è un'accurata testimonianza delle atrocità commesse dai nazisti nei campidiconcentramento, oltre ad essere la biografia di uno dei pochi fortunati sopravvissuti all'olocausto. Il punto forte del libro sta sicuramente nei disegni che corredano le memorie del protagonista: disegni che , per quanto semplici, hanno un forte impatto visivo e non mancano di importanti particolari. Vi sono anche poche fotografie personali in bianco e nero, che contrastano con le immagini colorate di Thomas, ma che le investono di autenticità. Il protagonista ci conduce nella sua vita, partendo da un'infanzia felice, per poi passare agli episodi di persecuzione e segregazione da cui ebbe inizio il suo lungo incubo. Già da questi atti vergognosi, senza arrivare al più drastico internamento, ci si rende conto della crudeltà di cui è stata capace la natura umana: persone marchiate a cui viene "applicato" qualsiasi divieto e che vengono private di indumenti invernali, apparecchi radio, animali da compagnia; persone private delle proprie abitazioni e dei propri beni, che si ritrovano per strada, senza nemmeno la possibilità di essere ammesse nei rifugi antiaerei in caso di pericolo. Thomas passa poi al racconto della sua terribile esperienza nei campi di concentramento. Campi e non campo, perché ne conobbe ben 3: Auschwitz, Gross-Rosen e Buchenwald . Dalle sue parole emerge chiaramente come la civile correttezza, la cortesia e la solidarietà lascino il posto all'egoismo e alla lotta per la sopravvivenza. Thomas porta poi il lettore all'interno del campo, descrivendone accuratamente strutture, gerarchie, giornata-tipo, passatempi, punizioni, attività. L'imperativo assoluto è il lavoro: un lavoro duro, estenuante, incessante, che miete numerose vittime, già debilitate per il pochissimo cibo (un tozzo di pane ed 1l di brodaglia) e l'insufficiente riposo concesso. Agghiaccianti sono le condizioni degli internati, costretti a dividere il proprio giaciglio con altri 9 detenuti, obbligandoli a stare distesi come delle sardine in scatola, senza la possibilità di muoversi. Il giorno di riposo è fittizio: non può che essere impiegato per lavare l'unica lurida divisa bianca e blu data in dotazione; rammendare le proprie calze; fabbricare utili coltelli appiattendo chiodi; schiacciare pulci e pidocchi; "organizzare", ossia trovare delle strategie per recuperare o, meglio, rubare del cibo. Numerose sono le circostanze e le condizioni narrate che suscitano sgomento, dolore, incredulità, rabbia, tristezza... Ciò che mi ha colpito è la forza che alcune persone mettono nel mantenere viva la speranza ed il forte desiderio di rimanere in vita, al punto di spingerli perfino a cantare: ascoltare la propria voce è una prova della propria esistenza. Altro elemento cruciale, che scandisce la vita nel lager, è l'attesa: attesa del cibo, del proprio turno alla latrina, del riposo e della tanto agognata liberazione. Un libro che non può che lasciare il segno e che ha arricchito la mia conoscenza su questo terribile evento storico, con uno stile semplice e diretto. Condivido il pensiero dell'autore nel sentirsi investito di una missione di vitale importanza, quella della memoria: anche se è doloroso, anche se fa male, anche se fa piangere... Tutti abbiamo bisogno di non dimenticare!!!