La testimonianza di Liliana Segre e il suo messaggio politico in un saggio di Giuseppe Civati che riprende, con grande cura, le sue parole e i suoi insegnamenti, in occasione della nomina a senatrice a vita da parte del Presidente Mattarella. Segre fu espulsa dalla scuola nel 1938. Fu clandestina, chiese asilo e fu respinta. Il 30 gennaio del 1944 fu deportata ad Auschwitz insieme a suo papà Alberto, che non sopravvisse al lager. Negli ultimi trent'anni, diventata nonna, ha promosso una straordinaria campagna contro l'indifferenza e contro il razzismo, in tutte le sue forme e le sue articolazioni. Le sue parole nitide, forti, indiscutibili sono un messaggio rivolto alle ragazze e ai ragazzi, suoi «nipoti ideali», perché non si perdano mai i diritti e il rispetto per le persone.
Giuseppe Civati è un politico italiano, deputato dal 2013 al 2018. Nel novembre 2018 fonda, insieme a Stefano Catone e Francesco Foti, la casa editrice "People" con sede a Gallarate. L'intenzione è di pubblicare libri di argomento sociale.
"Ho la paura della perdita della democrazia, perché io so cos'è la non democrazia. La democrazia si perde pian piano, nell'indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, e c'è chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui"
Un libro necessario che raccoglie discorsi e testimonianze di Liliana Segre partendo da quella che è stata la sua esperienza da bambina. Due le parole chiave di questo libro: INDIFFERENZA ed INVISIBILITA'. Ci si rende conto che spesso siamo portati a ignorare ciò che accade intorno a noi, minimizziamo perché superficiali o presi da altro ed è così che le persone diventano invisibili e le tragedie reali. Non bisognerebbe mai dimenticare quello che è accaduto per evitare che si ripeta! E ad oggi non so veramente se ce la stiamo cavando bene.
"Si contavano gli amici – sempre pochissimi– e si contavano quelli che non ti salutavano più: e quelli erano la maggior parte. Erano quegli indifferenti, colpevoli più dei violenti. Di quell’indifferenza che ti avvolge come una nebbia e ti fa perdere l’orientamento: dove vai? Chi sei? Perché non ti guardano più? Perché il telefono è muto? Perché una bambina di otto anni non è più invitata alle feste? Perché ti segnano a dito per strada dicendo «quella lì è la Segre, non può più venire a scuola perché è ebrea»? E LA TUA COLPA È DI ESSERE NATA. PERCHÉ, PERCHÉ, PERCHÉ?"
"Indifferenza. Tutto comincia da quella parola. Gli orrori di ieri, di oggi e di domani fioriscono all'ombra di quella parola. Per questo ho voluto che fosse scritta nell'atrio del Memoriale della Shoah di Milano, quel binario 21 della Stazione Centrale da cui partirono tanti treni diretti ai campi di sterminio, incluso il mio. La chiave per comprendere le ragioni del male è racchiusa in quelle conque sillabe, perchè quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c'è limite all'orrore. E' come assistere a un naufragio da una distanza di sicurezza. Non importa quanto grande sia la nave o quante persone abbia a bordo: il mare la inghiotte e, un attimo dopo, tutto torna uguale a prima. Non un'onda in superficie, non un'increspatura. Solo un'immobile distesa d'acqua salata".
75190 è il numero che fu tatuato sul braccio di Liliana Segre. Nel momento in cui venne internata era diventata solo un numero, un "pezzo". Ma tutto inizia anni prima, senza troppo clamore. Dal 1938 iniziano i provvedimenti volti ad escludere gli ebrei dalle scuole e dagli uffici pubblici. Fino ad allora per liliana non era cambiato molto ma, di punto in bianco, era diventata una bambina diversa dalle altre. Tali leggi e regolamenti comprimevano le libertà poco a poco, dando il tempo di abituarsi così da non far percepire il baratro verso il quale ci si avvicina poco a poco. Quando la famiglia di Liliana Segre tenta di espatriare è troppo tardi. Tentano di riparare in Svizzera ma al confine vengono respinti. Nel 1943 la Segre e il padre saranno deportati ad Auschwitz, dove Alberto Segre sarà ucciso 4 mesi dopo. Liliana lavorerà come internata schiava e quandoiniziò l'avanzata dei russi, nel 1945, furono costretti alla "traversata della morte": più di 600 km a piedi fino al campo di Malchow. Poi la liberazione, il lungo silenzio fino agli anni '90 e la voglia di diffondere tra i ragazzi la sua testimonianza.
Questo è uno dei libri per i quali non si può dare un giudizio. O meglio si può dare un giudizio sulla forma ma non sul contenuto. Civati mette insieme pezzi di interviste, di discorsi, di interventi e di libri di Liliana Segre e lo fa nel modo giusto, a mio parere. Non è una semplice giustapposizione ma c'è un approccio olistico. Alcuni temi e alcune parole sono ricorrenti in tutta la vicenda e sono attuali. L'indifferenza è il tratto costante e si declina in doversi atteggiamenti fino a diventare complicità e connivenza. Altro tema attuale è la memoria, che non deve diventare semplice esercizio retorico, non deve limitarsi alla ricerca del meccanismo causa-effetto, non deve essere solo un'analisi storiografica. Questo libro non è una biografia ma un momento di riflessione. E' un appello a tutti noi all'attenzione su alcuni temi di vitale importanza per la democrazia.
Toccante testimonianza di una grande donna ma anche saggio profondo di Giuseppe Civati. Liliana Segre, a soli 8 anni, gli fu proibito di frequentare la terza elementare, unica tra le sue compagne, che la segnò per sempre come bimba, dato che erano state introdotte le leggi razziali del 38. Insieme al padre Alberto tentarono la fuga in Svizzera, attraverso le montagne ma furono rimandati indietro, arrestati e poi entrambi deportati. Divisa dal padre finirà ad Auschwitz mentre il padre finirà a Birkenau, dove morì poco dopo. Liliana fu "liberata" nel gennaio del 45 quando i nazisti sotto pressione dall'avanzata russa fecero smantellare i lager. I prigionieri furono costretti a quella che fu chiamata "la marcia della morte", un esodo forzato che coinvolse più di 50mila persone prima che arrivassero le forze russe. Liliana era ridotta a uno scheletro, stremata, senza forza e obbligata a marciare da Auschwitz fino nel nord della Germania. "Eravamo delle larve, eravamo ragazze che non sentivano neanche più la fame, né le botte, eravamo degli esseri ancora attaccato alla vita per miracolo e se la guerra non fosse finita da lì a poco saremmo morte". Il 1. maggio del 45 a Malchow fu salvata dalle truppe russe. È una testimonianza forte e lucida e con la quale si è dovuta confrontare tutta la vita. Liliana Segre, per tutto il libro mette l'accento su una parola; INDIFFERENZA. Indifferenza che apre le porte al disumano, e a chi corrompe le parole, le piega all'odio e alla violenza. La democrazia si perde pian piano nell'indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, fa comodo non vedere, girare la faccia dall'altra parte, e ce chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui. Nell’ultima parte del libro descrive il suo rapporto col padre Alberto, non solo come figura genitoriale ma Liliana vede Alberto, l'uomo. È un intero capitolo dedicato alle madri e ai padri, che in quel determinato periodo storico avevano l'angoscia di non poter mettere in salvo i propri figli. "Mio padre è stato forza, debolezza, stima, amore, bellezza". La sua figura era lontana da molti uomini di oggi, con i falsi idoli. Liliana ne conserva un ricordo tenero e meraviglioso. "L'idea che io fossi nella situazione in cui ci siamo trovati io e lui lo aveva distrutto, lo aveva fatto sentire un padre disperato tanto da chiedere scusa alla figlia di averla messa al mondo. Liliana Segre ringrazia di aver avuto la fortuna di vivere quella terribile esperienza da figlia. La Segre non dimentica i tanti profughi disperati del Mediterraneo, sperando e augurandosi di superare insieme questo mare dell’indifferenza, avendo una coscienza aperta al prossimo: Figlio mio, guardo il tuo profilo alla luce dello spicchio di luna che rischiara il cielo, il tuo sonno innocente, le ciglia che sembrano disegnate. Ti ho detto: „Dammi la mano. Non ti succederà niente di male". Sono solo parole, l'espediente di un padre. La fiducia che riponi in me mi strazia. Perché questa notte riesco solo a pensare a quanto è profondo il mare, a quanto è vasto e indifferente. E a come sono impotente io, incapace di proteggerti. Khaled Hosseini, Preghiera del mare
Non si può commentare questo libro, le parole della Senatrice a vita Liliana Segre parlano da sole: Per Segre il testimone deve passare nelle mani dei ragazzi di oggi: "Spero che almeno uno di quelli che hanno ascoltato questi ricordi di vita vissuta li imprima nella sua memoria e li trasmetta agli altri, perché quando nessuna delle nostre voci si alzerà a dire "io mi ricordo", ci sia qualcuno che abbia raccolto questo messaggio di vita e faccia sì che sei milioni di persone non siano morte invano per la sola colpa di essere nate, se no tutto questo potrà avvenire nuovamente, in altre forme, con altri nomi, in altri luoghi, per altri motivi".
"Non mandate i vostri figli in gita nei campi di sterminio. Lì si va in pellegrinaggio. Sono posti da visitare con gli occhi bassi, meglio se in inverno con vestiti leggeri, senza mangiare il giorno prima, avendo fame per qualche ora"
"Meglio altre cento volte vittima che una sola volta carnefice. Da quel momento sono stata libera"
"Se ogni tanto qualcuno sarà candela accesa e viva della memoria, la speranza del bene e della pace sarà più forte del fanatismo e dell'odio dei nostri assassini"
Un saggio che, ripercorrendo le linee principali della vita di Liliana Segre, bambina, deportata, senatrice della Repubblica tenace testimone della "memoria", ci porta a tante riflessioni importanti. Riflessioni interessanti e doverose sulle nostre responsabilità, individuali e sociali. Il testo a volte è un po' ripetitivo, ma in questo caso, senz'altro, repetita iuvant.
Mi aspettavo più un resoconto delle vicende biografiche di Liliana Segre, mentre ci si concentra di più sul suo ruolo di testimone e di senatrice. Solo un'aspettativa scorretta in partenza, perché il libro è assolutamente meritevole ed è corredato da una ricchissima bibliografia di testi preziosi che non conoscevo. L'unico aspetto negativo potrebbe essere la ridondanza che si crea tra Segre e Civati che, citandola, ripete spessissimo le sue stesse parole o concetti che sono già stati espressi con la dovuta chiarezza.
Una bambina ostracizzata dal suo Paese, vittima della peggiore tragedia del secolo passato, si assume sul tramonto della propria vita il compito di testimone per evitare che l'impensabile si ripeta. Liliana Segre. Il mare nero dell'indifferenza è una lettura necessaria, soprattutto in questa Italia persa dietro rivalutazioni e negazioni di errori epocali; l'italiano medio, fascista e razzista, dovrebbe trarre dall'insegnamento della senatrice Segre una sola, semplice lezione: l'indifferenza e l'odio verso il diverso potrebbero ritorcersi inaspettatamente contro chi li ha invocati. Se solo sul finire della guerra si fosse affrontata meglio la questione (è stato un raccolto troppo misero quello di Piazzale Loreto, l'esperienza avrebbe dovuto essere replicata più in basso nella piramide di comando) non dovremmo oggi ascoltare impunemente frasi come "il fascismo ha fatto anche tante cose buone" e "prima gli italiani".
Sono poche le parole che si possono usare di fronte a una testimonianza del genere. Sono commossa, arrabbiata e frustrata per l’attuale situazione e ciò che è stato il nostro passato. Voglio solo dire grazie a Liliana Segre per la sua testimonianza ogni giorno e per combattere sempre per la consapevolezza e contro l’indifferenza.
Segre non può dimenticare una frase di suo papà: "Ti chiedo scusa per averti messa al mondo" e, ora, ripete: le discriminazioni, la persecuzione, Auschwitz, tutto quell'orrore "ho avuto la fortuna, nella disgrazia, di viverli da figlia"
Credo sia il paragrafo che, in tutto il libro, mi ha colpita di più.
Il lavoro svolto da Civati nel costruire un filo che lega tutti gli interventi pubblici della senatrice Liliana Segre è stato impeccabile. Questo libro l'ho vissuto come un viaggio nella sua esperienza ma anche nella mia coscienza perché più volte sottolinea come l'indifferenza altrui sia stata causa delle ferite più profonde ed è per questo che mi sono più volte chiesta: "faccio abbastanza? Posso fare di più? Sono troppo indifferente riguardo la protezione dei diritti di tutti?". Sono grata alla senatrice Segre per far rinascere tutte le volte che racconta la sua esperienza quella ragazza spaventata seppur con immenso dolore al fine di condividere con noi gli orrori dell'epoca e farci riflettere sull'importanza di non voltarci mai dall'altra parte.
L'ho letto in una notte. Sono pochi i libri che mi emozionano e questo è uno di quelli. Arriva dritto al punto, raggiungendo il cuore del lettore egregiamente. Un libro che dovrebbero leggere tutti, grandi e soprattutto, piccoli, per capire a pieno quanto grande è il mostro dell'INDIFFERENZA.
Con questa parola tutto può succedere e giustamente è stata riportata all'ingresso del binario 21. Lettura non banale, imprescindibile, per capire verso dove NON dobbiamo andare.
Devo dire che mi aspettavo un libro un po' diverso, più biografico sulla vita di Segre, mentre People decide di farne un resoconto molto politico sul percorso di Segre come testimone dell'orrore della shoah e quindi sulle testimonianze rese con i ragazzi nelle scuole e in seguito sulla nomina a senatrice a vita e l'insediamento della commissione contro il razzismo e l'intolleranza. Lo scritto è composto per lunga parte da interviste, stralci di articoli di giornale e interventi in senato. tanto da rendere la voce di Segre amplificata da tutte queste testimonianze. Avrei preferito una maggiore parte biografica, e magari anche un'appendice aggiuntiva, oltre a quelle già presenti, sulle leggi razziste del 1938
Attraverso le sue parole la Segre cerca non solo di mantenere la memoria su quello che è stato l’ Olocausto, ma anche di metterci in guardia su quello che potrebbe tornare.
“Il mare nero dell’indifferenza” di Liliana Segre, a cura di Giuseppe Civati, edizione People; ISBN: 978-88-32089-01-1.
Liliana Segre, senatrice della Repubblica è una dei testimoni ancora in vita dell’Olocausto. Nell'opera citata racconta la propria esperienza. A otto anni essa fu emarginata, a seguito dell’introduzione delle “Leggi Raziali” nel 1938 che le impedirono di continuare a frequentare le scuole pubbliche; poi, insieme al padre Alberto, fu richiedente asilo in Svizzera nel 1943 da dove, a seguito del rifiuto all'accoglienza verrà rispedita in Italia, arrestata e tradotta nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau (dove il padre morì), dal quale verrà liberata nel Maggio del 1945 grazie all'arrivo delle forze Sovietiche.
Una storia simile ad altre sentita tante volte (anche se furono relativamente pochi coloro che scamparono all'internamento nei campi di sterminio) ma che presumibilmente il pubblico stenta ancora a “capire”.
Quello che preme all'Autore infatti non è tanto il raccontare la propria vicenda (tristemente simile a quella di tanti altri), quanto il cercare di spiegare le cause che hanno portato delle società “civili” a degenerare così tanto dal volersi accanire in modo assolutamente disumano contro significative minoranze di propri concittadini. Tale urgenza viene tanto più sentita non solo perché, letteralmente, i testimoni di quei fatti si stanno estinguendo, ma soprattutto perché tali lezioni non comprese ci espongono al rischio di ripetere nuovamente i medesimi errori di allora. Per Liliana Segre la principale responsabile della deriva morale di una società è “l’indifferenza”, cioè l’incapacità di indignarsi, di immedesimarsi, di prevedere e di agire di fronte ad una serie di scivolamenti morali, ognuno dei quali spesso relativamente di poco conto. L’Autore quindi invita tutti a vigilare con impegno sui nostri stessi comportamenti e su quegli altrui per fermare sul nascere ogni possibile intento discriminatorio e prima che ci si possa assuefare a dosi sempre più elevate di violenza fisica o morale. L’antidoto per evitare tali tipi di tragedie e quindi in ciascuno di noi, libero di coltivare la propria cultura personale e il gusto per la verità nonché gli ideali libertari e democratici, così intrisi del concetto di convivenza e tolleranza.
Ho letto e ascoltato la storia di Liliana Segre milioni di volte. Tuttavia questo libro, seppur può sembrare ripetitivo, mi ha insegnato ancora qualcosa di nuovo.
L'aspetto che a Liliana interessa sottolineare è che l'indifferenza è un'arma ancora più distruttiva della violenza stessa. La violenza la vedi, la senti e puoi provare a difenderti, mentre l'indifferenza non è palpabile; in fondo colui che rimane indifferente non fa nulla, la sua "è una scelta che è una non scelta".
La preoccupazione è che, nonostante quanto sia avvenuto in passato, l'indifferenza non sia stata per niente sconfitta, anzi… Quali che siano le nostre idee politiche, leggendo il libro, ci si rende conto che non si può e non si deve guardare dall'altra parte, che non si può mettere distanza tra noi e gli altri, perché siamo tutti umani.
La cosa però che mi ha colpito di più è che dalle parole di Liliana, e di altri, emerge una paura, quella che una volta morti tutti i testimoni della shoah sarà difficile continuare a ricordare quanto avvenuto.
A riguardo mi sento di dire: Io non riesco a dimenticare la storia di Lialiana Segre; mi è entrata nel cuore sia la bambina di allora sia la donna di oggi che continua a lottare per la vita e per un mondo migliore. Da parte mia intendo fare del mio meglio per parlare quanto più possibile di questa terribile pagina della nostra storia, racconterò ai miei figli e ai miei nipoti se ne avrò e mi impegnerò a fare lo stesso anche al di fuori dell'ambito familiare. Racconterò delle vittime ma anche della responsabilità che hanno avuto tutti quanti (italiani compresi).
Questo libro snello e commovente è un sunto, scritto da Civati, che raccoglie citazioni e argomenti riguardanti la senatrice Segre seguendo un senso logico e ben strutturato. Denominatori comuni sono Liliana Segre, la sua esperienza e un occhio rispettoso e concreto. Ciò che commuove sono i contenuti, le citazioni della Segre; non c’è però, per fortuna, sentimentalismo o voglia di strappar lacrime. Lo scopo è altro e la commozione ne deriva secondariamente; si tratta da un lato di parlare del tema portante, l’indifferenza che - oggi come 80 anni fa - si fa più grave della violenza e permette l’abisso morale. Dall’altra parte l’urgenza di far sì che la memoria e il racconto raggiungano uno scopo concreto e non rimangano vuota o sterile celebrazione sacrale.
Civati coglie bene la preoccupazione e la colonna portante del discorso di Liliana Segre: trasmettere l’urgenza e la necessità, fare sì che l’esperienza e il trauma subito dalla persona e dall’intera comunità riecheggino tramite un passaggio di testimone, che le voci non si spengano insieme ai testimoni; che l’esperienza dell’Olocausto diventi monito per la vita quotidiana in tutti suoi aspetti civili, politici e intimi; contro le proiezioni del razzismo attuale (con le vicende dei migranti del Mediterraneo, i rigurgiti di squadrismo contro i rom,...) e così via.
Quello che la senatrice Segre mi insegna è a non voltarmi mai più dall’altra parte, a prendere responsabilità individuale e collettiva di quello che è successo e che succede. Combattere l’indifferenza sempre, sopra ogni cosa.
Puoi trovare questa recensione anche sul mio blog, La siepe di more
Ho visto Il mare nero dell’indifferenza disponibile su Prime Reading e non ho saputo resistere: in questo modo in una botta sola ho letto un libro con le parole di Liliana Segre e uno pubblicato da People, la casa editrice fondata da Giuseppe Civati, Stefano Catone e Francesco Foti.
Il mare nero dell’indifferenza non è un libro di parole ex novo, ma raccoglie le quelle dette da Segre in più occasioni, sia in altri libri, sia in vari interventi. Civati, che ha curato l’edizione, si è limitato a fare da collante.
Immagino non ci sia molto da aggiungere davanti alla storia e ai moniti di Segre: si legge con rispetto e con la speranza di assorbire il suo messaggio per poterlo mettere in pratica.
Su Civati – non me ne vogliano gli Sdraiati per Civati – devo dire di aver letto con un certo fastidio i suoi interventi. Sarà che non vedevo l’ora di tornare alle parole di Segre, ma Civati mi ha un po’ annoiato…
“Sono una donna di pace e una donna libera, e la prima libertà è quella dall’odio.”
«Ho la paura della perdita della democrazia, perché io so cos’è la non democrazia. La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, e c’è chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui»
“L’indifferenza è più grave della violenza stessa, rispetto alla quale ci si può preparare, si può rispondere: dall’indifferenza non ci si può difendere, è un male sottile, è impalpabile.”
“A me hanno insegnato che «chi salva una vita salva il mondo intero». Per questo un mondo in cui chi salva vite, anziché premiato, viene punito mi pare proprio un mondo rovesciato.”
“I giusti possono essere delle persone semplici, umili, non eroi declamati. Sono coloro che hanno fatto la scelta di uscire dalla massa degli indifferenti.”
Uno di quei libri da far leggere nelle scuole. Liliana Segre si fa carico di trasmettere la sua testimonianza di chi ha il numero di Auschwitz tatuato sulla pelle alle generazioni che devono diventare testimoni di quello che hanno ascoltato e non vissuto per non lasciare che l'indifferenza permetta al Male (razzismi, leggi inique, il girarsi dall'altra parte) di dilagare nuovamente. La cosa che mi ha colpito di più è l'assenza di odio nelle parole della senatrice che anche le parole hanno la forza di alimentare l'odio.
Un libro che a mio avviso dovrebbero leggere tutti. Non solo é un libro che ricorda la terribile esperienza della senatrice Liliana Segre nei campi di sterminio ma ci dona preziosi insegnamenti che dovrebbero arrivare a tutti per non ripetere gli errori del passato. Il libro nella seconda parte ci riporta tutti i provvedimenti a livello internazionale, europeo e interno al nostro stato che negli anni ci sono stati per cercare di mitigare il clima di odio, razzismo, indifferenza e discriminazione purtroppo emergono ancora oggi.
Contenuto del libro assolutamente di grande spessore umano, la figura di Liliana Segre ne esce per quella complessità e quel filo discreto di angoscia che accompagna a mio parere tutti i sopravvissuti di quella immane tragedia. Il libro in se compie un’opera certamente importante di sistematizzare vari interventi fatti negli anni dalla Senatrice con qualche inframezzo storico. Devo dire che mi sarei aspettato qualcosa di più, una maggiore “personalizzazione” da parte di Civati con delle riflessioni più approfondite magari, motivo per cui la mia valutazione è ricaduta sulla tre stelle.
Non servono molte parole per descrivere quanto fondamentale sia questo libro. Una piccola Liliana Segre si è fatta largo nella mia coscienza e si è accomodata dentro di me, spazzando via per sempre l’indifferenza. Fornisce una serie infinita di spunti di riflessione e non lascia scampo al lettore: non si può fuggire dalle sue parole, dal suo ricordo, dalla storia. La lettura è scorrevole, commovente e attuale. Lo consiglio a tutti. Lo porterei in tutte le scuole.
Libri di questo genere dovrebbero essere diffusi e letti da tutti. Una testimonianza che va oltre l'odio per sfondare il muro dell'indifferenza che, come ribadisce Segre più volte, è il vero male. Un libro che fa acquisire consapevolezza e racconta un pezzo di storia di cui non si parla mai abbastanza.
Ci sono libri che vanno letti, punto. In molti che mi hanno visto leggere questo libro hanno fatto il solito commento “uff lettura pesantina”... no, questa non è’ una lettura pesante: pesante e’ la storia che troppo spesso dimentichiamo o di cui non parliamo.
Attraverso estratti e discorsi, Liliana Segre, seppur in un numero limitato di pagine, è in grado di trasmettere conoscenza e memoria, diffondendo l'importanza di quest'ultima all'interno della mente umana a livello globale.
Lettura devastante per tutte le implicazioni della vita di Segre, ma sempre necessaria. La Storia non si ripete mai nello stesso modo, sta a noi fare la differenza, senza distogliere lo sguardo.