Toccante testimonianza di una grande donna ma anche saggio profondo di Giuseppe Civati. Liliana Segre, a soli 8 anni, gli fu proibito di frequentare la terza elementare, unica tra le sue compagne, che la segnò per sempre come bimba, dato che erano state introdotte le leggi razziali del 38. Insieme al padre Alberto tentarono la fuga in Svizzera, attraverso le montagne ma furono rimandati indietro, arrestati e poi entrambi deportati. Divisa dal padre finirà ad Auschwitz mentre il padre finirà a Birkenau, dove morì poco dopo. Liliana fu "liberata" nel gennaio del 45 quando i nazisti sotto pressione dall'avanzata russa fecero smantellare i lager. I prigionieri furono costretti a quella che fu chiamata "la marcia della morte", un esodo forzato che coinvolse più di 50mila persone prima che arrivassero le forze russe. Liliana era ridotta a uno scheletro, stremata, senza forza e obbligata a marciare da Auschwitz fino nel nord della Germania. "Eravamo delle larve, eravamo ragazze che non sentivano neanche più la fame, né le botte, eravamo degli esseri ancora attaccato alla vita per miracolo e se la guerra non fosse finita da lì a poco saremmo morte". Il 1. maggio del 45 a Malchow fu salvata dalle truppe russe. È una testimonianza forte e lucida e con la quale si è dovuta confrontare tutta la vita. Liliana Segre, per tutto il libro mette l'accento su una parola; INDIFFERENZA. Indifferenza che apre le porte al disumano, e a chi corrompe le parole, le piega all'odio e alla violenza. La democrazia si perde pian piano nell'indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, fa comodo non vedere, girare la faccia dall'altra parte, e ce chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui. Nell’ultima parte del libro descrive il suo rapporto col padre Alberto, non solo come figura genitoriale ma Liliana vede Alberto, l'uomo. È un intero capitolo dedicato alle madri e ai padri, che in quel determinato periodo storico avevano l'angoscia di non poter mettere in salvo i propri figli.
"Mio padre è stato forza, debolezza, stima, amore, bellezza". La sua figura era lontana da molti uomini di oggi, con i falsi idoli. Liliana ne conserva un ricordo tenero e meraviglioso. "L'idea che io fossi nella situazione in cui ci siamo trovati io e lui lo aveva distrutto, lo aveva fatto sentire un padre disperato tanto da chiedere scusa alla figlia di averla messa al mondo. Liliana Segre ringrazia di aver avuto la fortuna di vivere quella terribile esperienza da figlia. La Segre non dimentica i tanti profughi disperati del Mediterraneo, sperando e augurandosi di superare insieme questo mare dell’indifferenza, avendo una coscienza aperta al prossimo:
Figlio mio, guardo il tuo profilo
alla luce dello spicchio di luna
che rischiara il cielo,
il tuo sonno innocente,
le ciglia che sembrano disegnate.
Ti ho detto: „Dammi la mano.
Non ti succederà niente di male".
Sono solo parole,
l'espediente di un padre.
La fiducia che riponi in me
mi strazia.
Perché questa notte riesco solo a pensare
a quanto è profondo il mare,
a quanto è vasto e indifferente.
E a come sono impotente io,
incapace di proteggerti.
Khaled Hosseini, Preghiera del mare