Acquistato anni fa sull'onda emotiva suscitatami dalla lettura de I tre moschettieri, questo romanzo ha aspettato parecchio tempo prima di essere letto; un po' perché è l'ultimo volume della trilogia dei moschettieri e quindi leggerlo, per me, significava salutare i quattro valorosi cavalieri; un po' per la sua mole fisica, perché la sua lettura avrebbe richiesto parecchie settimane e molto spesso non avevo voglia di affrontare una lettura così lunga e impegnativa.
Quest'anno, complice la nostalgia per i quattro spadaccini, ho finalmente trovato il coraggio di affrontarlo e così ho deciso di leggerlo.
Il visconte di Bragelonne inizia da dove era terminato il precedente.
Sono passati poco più di dieci anni da quando abbiamo lasciato i quattro amici e le loro strade si sono separate ancora. Il tempo però non ha affievolito il loro legame; nonostante siano ormai divisi da interessi personali non più comuni, da sponde politiche opposte, dalla lontananza e sebbene non siano più schietti e spontanei gli uni con gli altri, non hanno mai smesso di stimarsi e volersi bene e la loro amicizia non viene meno neanche nei momenti più importanti della vita.
Passato il periodo tumultuoso della Fronda, ci ritroviamo nei primissimi anni di regno di Luigi XIV; nel periodo della presa del potere del giovane re, tra la morte di Mazzarino e la fine della reggenza materna, e la seguente costituzione e la trasformazione di uno stato sempre più centralizzato.
Proprio sullo sfondo di una società in piena trasformazione di svolgono e terminano le ultime avventure dei quattro eroi più famosi della letteratura mondiale.
I quattro amici sono ormai invecchiati, disillusi e malinconici e hanno ormai abbandonato la carriera di moschettieri per dedicarsi alle proprie passioni o al riposo e alla famiglia; D'Artagnan è il solo ad essere ancora moschettiere, l'unico che ha fatto carriera tanto da diventare capitano della guardia reale.
Tra il ripristino di re decaduti, intrighi politici e amorosi, maldicenze di corte, la caduta e l'ascesa al posto di sovraintendente delle finanze, e l'ormai famosa vicenda della maschera di ferro, seguiamo l'ascesa al trono del famosissimo sovrano francese e le ultime vicende dei quattro moschettieri.
Dumas si rivela ancora una volta un autore capace di trasformare e plasmare la storia con la S maiuscola a proprio piacimento per regalare ai lettori dei romanzi appassionanti e coinvolgenti dalla prima all'ultima pagina. In queste (quasi) 1300 pagine l'autore francese prende per mano il lettore e lo conduce nella Parigi della metà 1600, tra gli sfarzi della corte del re Sole.
Con uno stile ironico, sagace e una trama ricca di colpi di scena, l'autore francese compie un mirabile, stupendo e dettagliatissimo affresco storico della corte; ci si ritrova così tra balli, feste, passeggiate nei boschi, lettere perse, amori traditi, gelosie, invidie, manovre di corte. In questo romanzo dalla lunghezza enciclopedica, Dumas abbandona le avventure e i duelli rocamboleschi per lasciare spazio agli intrighi e agli amori di corte; quest'ultimi occupano gran parte del romanzo e prendono il sopravvento a scapito dell'azione, che tanto mi avevano appassionata nella lettura dei primi due libri, rendendo spesso il romanzo un po' noioso e lento.
La penna di Dumas si rivela eccelsa soprattutto nella costruzione dei dialoghi, che sono coinvolgenti, divertenti e fanno ridere (i gustosi siparietti tra la Montalais e Malincorne mi hanno fatto ridere tantissimo) oppure commuovono; e nella caratterizzazione dei personaggi inventati o realmente esistiti, tratteggiati in maniera impareggiabile, delineati splendidamente nelle loro passioni e nei moti dell'animo, nei loro turbamenti e nelle emozioni più profonde, tanto da farci provare la sensazione di conoscerli da tempo. Il romanzo è pieno di personaggi; ritroviamo i vecchi e ne conosciamo di nuovi, per i quali è impossibile non provare antipatie o simpatie.
Nonostante il romanzo porti il suo nome, il visconte Raul di Bragelonne non è il vero protagonista del romanzo e neanche i quattro moschettieri lo sono, ma la protagonista assoluta è sicuramente la corte di Francia nel suo complesso.
I quattro amici sono meno scanzonati, più malinconici e disincantati, ma sono sempre pronti a gettarsi nella mischia e a compiere il loro dovere. Le loro vite continuano ad intrecciarsi con quelle di storici personaggi. Tutti cominciano a sentire il peso dell'età, ma la forza e l'audacia non gli abbandona neanche ora che sono un po' attempati. Dumas riesce a mantenere i difetti e alcune qualità che hanno caratterizzato i quattro spadaccini sin dall'inizio del ciclo, magari accentuando alcuni lati del carattere di ognuno e permettendoci di conoscerli più a fondo.
L'erculeo Porthos è sempre allegro, generoso, buono, coraggioso, leale, con una gran voglia di vivere e godersi la vita. Rimasto l'ingenuo di un tempo, grazie ad un buon matrimonio è diventato un signorotto di provincia che trascorre il tempo tra la caccia e dei gustosi banchetti. Athos, da sempre il più riflessivo, lacerato ed inquieto dei quattro (e se posso aggiungere, secondo me il più affascinante), si è ormai ritirato da tempo nei suoi possedimenti nella regione della Loira. Ancora legato alle tradizioni e ai principi della vecchia nobiltà dell'epoca, che ormai appare desueta e lontana anni luce da quella in ascesa, la sua unica occupazione è ormai quella di dedicarsi alle proprie terre e fare il padre di famiglia, rivelandosi un genitore molto affettuoso che soffre per il figlio Raul, e per difenderlo rischia quasi di essere arrestato.
Raul, il figlio di Athos, è per lo più un personaggio secondario nel romanzo; appare raramente (quando, invece, mi sarei aspettata di vederlo protagonista) nonostante il romanzo porti il suo nome. È l'eroe romantico per antonomasia poiché coltiva un amore osteggiato dal padre; educato secondo i vecchi principi, è incapace di trovare dentro di sé la forza giusta per adattarsi alla nuova società che lo circonda. Portatore di un amore puro (e purtroppo tradito dall'oggetto di questo) ma troppo debole e ingenuo, alla fine, però, si rivela essere il protagonista morale del romanzo poiché molto di quello che accade lo vede indirettamente protagonista e anche per le conseguenze che le sue azioni hanno sui comportamenti di altri personaggi.
Il cinico e sicuro di sé Aramis, è l'unico che in questi anni trascorsi sembra non essersi mai fermato. Diventato vescovo di Vannes, ha sviluppato tutto il suo talento per la politica e l'astuzia. Nonostante le sue continue dichiarazioni di amicizia, che spesso suonano un po' false, si trasforma a poco a poco in un intrigante doppiogiochista. Sempre più ambizioso e furbo, si ritrova risucchiato in un irrefrenabile vortice di potere e cupidigia tanto da cospirare per rovesciare la monarchia. È proprio grazie a lui che dobbiamo la famosa vicenda della maschera di ferro (trasposta in vari film): un uomo detenuto dall'identità sconosciuta, che nel romanzo si rivela essere nientemeno che il fratello gemello del Re, condannato a vivere nascosto e con una maschera sul viso per celare la sua identità e l'incredibile somiglianza con Luigi, del quale può insidiare il potere.
L'ultimo moschettiere che rimane è D'Artagnan, che può essere quasi definito il personaggio principale di questo romanzo.
Il simpatico guascone non è più l'uomo spavaldo e coraggioso del primo libro. È il capitano del corpo dei moschettieri e serve, ancora fedelmente, il nuovo giovane re anche se spesso si ritroverà in contrasto con quest'ultimo. Grazie alla sua fedeltà e schiettezza diventa un uomo di fiducia del monarca e per questo, ad un certo punto, si ritroverà a scegliere fra il sovrano e gli amici di sempre. Ancora una volta si rivela un uomo audace, appassionato, divertente, schietto, sincero, leale, astuto, sempre pieno di iniziative; mi è piaciuta la sua dedizione, la sua grinta, il suo coraggio e la sua intelligenza che non smetterà mai di stupirmi. L'invincibile D'Artagnan, l'eroe senza macchia e senza paura, ormai invecchiato e disilluso dalla politica e dalla monarchia proprio nelle ultimissime pagine riuscirà a realizzare il sogno che ha inseguito per quarant’anni.
Gli uomini come i quattro moschettieri, simboli della cavalleria e della nobiltà d'animo, sono ormai solo un intralcio in una società priva di nobili qualità dove conta di più la superficialità, l'egoismo e la falsità. Degno rappresentante di questa società arrivista e frivola, e della “nuova generazione” che avanza, è il re Luigi XIV.
Mi permetto di aprire una parentesi. Devo ammettere che, fin da quando l'ho studiato a scuola la prima volta, a me il Re Sole è sempre stato parecchio antipatico; e confermo che, anche dopo aver letto questo libro, la mia idea su di lui non è cambiata neanche di un millimetro. Chiusa parentesi.
Spesso ho trovato il re Sole una marionetta nelle mani degli altri, a volte un po' arrogante, falso e traditore, altre un po' sprovveduto; sempre in bilico tra capriccio, regalità e voglia di essere un buon re e, dall'altro lato, il desiderio di essere un ragazzo come gli altri che può amare ed essere amato. Luigi è innamorato- ricambiato (o s'incapriccia?) di Luisa de La Vallière, già fidanzata e promessa sposa di Raul, che si atteggia a ragazza pura, onesta e sincera, ma che invece non esita a tradire il fidanzato lontano, rivelandosi una bambina ipocrita e confusa. Il loro corteggiamento, la loro storia d'amore (effimera) occupa pagine e pagine del romanzo, rallentando parecchio la lettura.
Il visconte di Bragelonne è un romanzo ricco di avventure ed episodi storici. Più eterogeneo e articolato nella struttura narrativa rispetto ai due precedenti, e anche quello dove il ritmo narrativo rallenta in maniera più sensibile.
Punto di forza del romanzo è sicuramente la trama. Dumas riesce sempre in maniera esemplare a costruire un racconto avvincente, ricco di colpi di scena, d'intrecci, di vicende e personaggi che accompagnano il lettore dalla prima all'ultima pagina.
Vengono descritte con maestria i paesaggi e le battaglie; la narrazione è sicuramente più matura; più complesso nella psicologia dei personaggi, tratteggiati con maestria, dove si approfondisce maggiormente il loro carattere tanto da far provare al lettore la sensazione di essere al loro fianco.
Il visconte di Bragelonne offre una panoramica a 360 gradi del tempo di Luigi XIV, tanto da farci provare la sensazione di poter vivere i fasti di quel periodo; ti regala un insieme di sensazioni: ti fa gioire, rabbrividire, ridere, emozionare, esaltare, sospirare.
Maestro indiscusso del romanzo storico, il grande autore francese non si dimentica di tenere viva l'attenzione sui complotti, che sfoceranno nella parte migliore e più interessante del libro: quella della maschera di ferro e delle sue conseguenze (ben lontano dalle rappresentazioni cinematografiche), che arriva molto avanti nel racconto e ti lascia addosso una sensazione di tristezza per la sorte del povero Filippo.
Un'opera in cui si intrecciano vari generi: dal drammatico alla commedia, dal mistero al poliziesco, da quello storico al quello d'amore; al suo interno troviamo intrighi, tradimenti, segreti, gelosie, invidie, civetterie, amori, duelli, battaglie, avventure, odio, paura, coraggio, ma soprattutto non mancano l'amicizia, la lealtà e il rispetto che sono tre elementi che hanno contrassegnato tutti e tre i libri del ciclo, di cui questo è sicuramente il più debole, secondo me.
Un romanzo imponente in cui ritroviamo lo stile sapiente, la consueta ironia, le battute, i colpi ad effetto e l'eleganza, (che mi piacciono tanto) tipiche del grande scrittore francese; possiede dialoghi interminabili e spesso ripetitivi, meno ritmo e azione; a volte è dispersivo, prolisso, tedioso, più difficile da seguire, è abbastanza scorrevole ma sovente la lettura procede tra alti e bassi, insomma non è riuscito a tenermi incollata alle pagine come i precedenti.
Non mancano momenti coinvolgenti, divertenti, emozionanti e commoventi, soprattutto verso le pagine finali, quando il lettore capisce che sta per assistere alla fine di questi quattro spadaccini, che ormai sente come degli amici di vecchia data.
Quando si giunge ai capitoli finali un velo di malinconia, di nostalgia, di amarezza, tristezza e commozione, cala sulle pagine del romanzo, poiché il lettore sente avvicinarsi l'inevitabile fine della grande avventura di quattro uomini pieni di ambizioni e ideali, vittime anche loro della legge del contrappasso.
Il visconte di Bragelonne è l'ultima parte di un viaggio iniziato, partendo dalla Guascogna, al fianco di D'Artagnan in groppa ad un cavallo arancione con una lettera di raccomandazione in mano.
Un libro irrinunciabile per coloro che vogliono sapere come finisce la storia dei quattro amici moschettieri che, alla fine, si rivelano non eroi, ma semplici esseri umani.
3,5/4*
Dei quattro valorosi, di cui abbiamo narrato la storia, non restava che un corpo solo: Dio aveva ripreso le anime.