E di come la vita presenta i suoi conti…
Questo sarebbe il titolo che darei alla fine a quest’opera che non avrei mai immaginato mi riuscisse a prendere e a far riflettere tanto.
Sembra partire come la storia dei due fratelli Ashkenazi del titolo, Jacob Bunim e Simcha Meyer, mentre in realtà si rivela uno spaccato prezioso e lucido della vita degli ebrei dell’est Europa dei tempi, principalmente di quelli polacchi di Lodz, ma, indirettamente, anche di quelli di Mosca e dei lituani e perfino dei gentili, visti purtroppo sempre in contrapposizione a questi.
Infatti uno degli aspetti inconcepibili della storia che leggiamo in queste pagine, è come i gruppi riescano a farsi la lotta tra loro e a trovare motivi per contrapporsi invece di somiglianze che avvicinino.
Partiamo negli anni in cui la rivoluzione industriale portava al fiorire delle fabbriche tessili e ne seguiamo l’evoluzione con i telai a vapore che vanno a soppiantare i metodi produttivi obsoleti, guardando da spettatori ciò che questo comportava per le famiglie di operai, costretti a turni sfiancanti ma comunque sempre più poveri e affamati perché non adeguatamente ricompensati, e gli effetti della miseria in cui erano costretti a vivere.
In contrapposizione quasi a ciò seguiamo anche l’evoluzione dei costumi dei giovani ebrei che, ispirati dai gentili che li circondano, cominciano a modificare tutta una serie di usanze tipiche delle loro famiglie, aspramente criticati dai più conservatori e dai rabbini dei vari quartieri.
In questo cominciano a spiccare Simcha e Nissan, giovani che frequentano la stessa scuola e che sono contrari alla rigidità loro insegnata; ma mentre uno, il secondo, si mostra rispettoso degli altri e cerca di farlo senza offendere nessuno anche se apertamente, l’altro è furbo e profittatore e, per coprire i propri vizi, quando viene messo alle strette, non esita a denunciare il compagno per spostare l’attenzione da sè, facendo ricadere su di lui tutte le colpe.
Così comincia a delinearsi nettamente la vera natura di Simcha, fratello meno prestante e più fragile fisicamente, ma più intelligente.
E questa natura, oltre al destino di Nissan, segnerà anche quello del fratello, quando deciderà, per motivi ben diversi dall’amore, di sposare la ragazza che amava il fratello Jacob fin da piccoli.
Questa unione segnerà la rovina sia della ragazza e della sua famiglia, che del fratello che, profondamente segnato da questa esperienza, e con un’intelligenza meno sveglia, comincerà a prendere una serie di scelte sbagliate che lo condurranno lontano da quelli che erano i suoi principi.
Ma, mentre in tanti, troppi casi, la capacità di manipolare le persone e approfittarsi di loro e delle loro debolezze di Simcha, li condurrà alla rovina, alla distruzione, con il suo netto prevalere in ogni senso (tranne in quello morale, in totale assenza di valori e principi a cui ispirare le proprie azioni, se non il dio denaro) in un solo caso non avrà questo effetto.
Nissan prenderà una strada profondamente diversa dalla loro, che ci permetterà di seguire l’organizzarsi e il concatenarsi delle lotte operaie con la creazione del partito socialista e del partito comunista russi le cui idee verranno “esportate” in Polonia da tutti i prigionieri mandati al confino lì.
Sarà lui con Tevyeh a guidare i gruppi di operai verso la ribellione, pagandone lo scotto sulla propria pelle per le diverse detenzioni e le torture subite, e nell’anima, per la delusione cocente che più volte rischia di portarli alla disillusione, nel vedere come le persone, pur avendo quasi niente, preferissero restare in quel niente a cui erano però abituati, con la minaccia dei padroni di perdere anche quello, abbandonando, rinunciando alle proprie aspirazioni e a ciò che gli fosse dovuto, prima su tutto alla propria dignità.
Sullo sfondo seguiamo l’evoluzione della guerra in cui, vinti o vincitori, si trovano uniti dal comune elemento della rabbia, che viene abilmente diretta da coloro che sarebbero stati i veri responsabili, e che avrebbero dovuto pagare per questo, verso gli ebrei che diventano il capro espiatorio perfetto per tutti e in qualsiasi situazione, con la devastazione dei pogrom, soprattutto quando questi permettono di portar via le ricchezze accumulate.
“L’autorità centrale non riusciva ad acciuffare i rivoltosi, nè a fermare la loro macchina propagandistica, quindi decise di affidarsi alla tattica collaudata di incanalare il risentimento popolare verso obiettivi meno delicati. Ovvero, gli ebrei. Il governo istigó una vera e propria campagna sistematica e studiata, soffiando sul fuoco delle superstizioni e delle ostilità, spingendo il popolo furioso a prendersi la rivincita sui veri avversari dei russi, la quinta colonna del nemico, gli infedeli, coloro che avevano ucciso Gesù Cristo. E così, i lamenti degli ebrei e i pianti delle donne che vedevano i propri mariti allontanarsi dalle campagne e dalle città furono soffocati da altri rumori ben più forti: la violenza delle folle, le marce dei soldati, le campane e le invocazioni dei pulpiti. I quartieri operai delle città ribollivano di rabbia, risentimento, impulsi rivoluzionari, e nel frattempo i treni continuavano la loro marcia verso est, in direzione dell’Amur, traboccanti di soldati, bestiame, fucili.”
Leggere certi passaggi in un momento storico in cui le guerre tra paesi dell’est Europa continuano, e soprattutto quando la propaganda russa chiama nazisti gli Ucraini, ha reso più che mai evidente come le dinamiche siano sempre le stesse che tornano a ripetersi anche quando ribaltano gli scenari.
La conclusione per tutti è stata per me dura da accettare, e questo probabilmente perché, nonostante non sia sempre così ma dipenda dal genere, preferisco vedere trionfare i buoni, almeno nei libri in cui si descrivono storie vere.
Forse qui si può interpretare la fine di qualcuno dei personaggi come una fine dignitosa e che gli guadagni quel rispetto che, a causa di certe scelte, nel corso della vita fino a quel momento poteva essergli mancato.
“I nostri nonni e i nostri bisnonni erano più saggi”, si diceva Max Ashkenazi: loro, nel profondo del cuore, non avevano che disprezzo per i gentili, non si curavano affatto delle ingiurie e delle accuse che gli rivolgevano, proprio come un uomo non bada ai latrati di un cane randagio. Non ha senso sacrificare la propria vita per cose del genere. Il potere di Israele non risiedeva nella forza, ma nella mente. Fin dall’antichità i gentili avevano sempre offeso l’ebreo, lo avevano torturato e piagato: l’ebreo in silenzio aveva sopportato tutto, sapendo di essere un agnello tra i lupi. L’ebreo viveva in esilio. Lottare contro chi è più forte è folle. Se l’ebreo si fosse comportato come il gentile, sarebbe stato spazzato via dalla Terra da tempo. Invece l’ebreo aveva compreso che quello che pensavano e quello che facevano i gentili non andava bene per lui: l’ebreo non poteva credere nel concetto di onore in cui credevano loro. Così era riuscito a diventare così forte che gli stessi gentili erano stati costretti a chiedere il suo aiuto, dopo averlo cosparso di ingiurie. In questo risiedeva la forza dell’ebreo, solo così poteva prendersi la sua rivincita. L’ebreo da secoli cantava e ballava agli ordini dei gentili, non c’era scelta, gli assassini lo pretendevano. In quell’era colma di amarezza era sbagliato gettare via la propria vita. Era necessario calmare la furia degli assassini. Non si doveva provocarli.
Ma per altri, tra cui quello che era stato il mio personaggio preferito, non è stato così ed ha dovuto affrontare non solo il fallimento di ciò a cui aveva dedicato una vita intera, ma anche ammettere la disillusione di tutti i propri ideali, scontrandosi con la realtà di quella che è la natura umana e di come, non appena riesca a conquistare un minimo di potere, lo rivolga immediatamente contro i propri simili.