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Un tempo senza storia. La distruzione del passato

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Questo libro è, al medesimo tempo, un’apologia della storia e uno sguardo preoccupato sulla società dell’oblio in cui viviamo. Una società dove la storia, come disciplina, è vituperata e marginalizzata. E dove dimenticare il passato è un fenomeno connesso alla scomparsa del futuro nella prospettiva delle nuove generazioni, mentre le rinascenti mitologie nazistoidi si legano all’odio nei confronti di chi viene «da fuori». E tuttavia l’offuscarsi della coscienza e della conoscenza storica sembra passare quasi inavvertito. Per cercare di capire come siamo arrivati a questo punto, e per superare questa indifferenza sul tema, Adriano Prosperi propone qui una riflessione sul ruolo della memoria e della storia nella nostra tradizione.

121 pages, Paperback

First published January 19, 2021

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About the author

Adriano Prosperi

69 books13 followers
Adriano Prosperi, nato nel 1939, si è formato presso l'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore, dove, negli stessi anni di Carlo Ginzburg e di Adriano Sofri, è stato allievo di Armando Saitta e Delio Cantimori. Ha insegnato Storia moderna presso l'Università della Calabria, l'Università di Bologna, l'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore. È membro dell'Accademia Nazionale dei Lincei. I suoi principali interessi di studio hanno riguardato la storia dell'Inquisizione romana, la storia dei movimenti ereticali nell'Italia del Cinquecento, la storia delle culture e delle mentalità tra Medioevo ed età moderna. Ha scritto per le pagine culturali del «Corriere della Sera»

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Displaying 1 - 8 of 8 reviews
Profile Image for Telarak Amuna.
225 reviews3 followers
July 5, 2024
Saggio che non mi ha molto convinto. Il primo capitolo parte con un insieme di banalità, ossia di fatti già assolutamente noti e dibattuti, per quanto con pezze d’appoggio documentarie e maggiore approfondimento. Poi si avvia sull’interrogazione di come possa essere scomparsa la memoria vissuta, attiva di certi fenomeni, prendendo a esempio la Shoa rispetto all’emergere di nuovi partiti che ammiccano a nazismo e fascismo, ma nel farlo incorre nello stesso errore che sta alla base di questo oblio: la messa in risalto di aspetti che interessano con lo smorzamento degli altri. Mai una volta infatti ricorda le altre vittime dello sterminio nazista (omosessuali, zingari e invalidi), reiterando il rapporto di potere che informa la storia, dando parola ai vincitori per costruirla (in questa caso ai vincitori tra i vinti) e concorrendo a una monumentalizzazione della Shoa (proprio perché decostentualizzata, presa come evento assoluto che cancella le altre vittime non ebree) che lui stesso addita come principale causa di una memoria difettosa. Altro punto che non mi convince del tutto è l’analisi dei media, a cui fa risalire una tendenza al lavaggio del cervello e all’informazione come merce di consumo; aspetti senz’altro veri, ma che tralasciano un altro aspetto importante: se prima della diffusione di internet e dei social gli spazi pubblici per esprimere la propria opinione erano o circoscritti spazialmente (osterie, piazze, …) o ad accesso ristretto (giornali, televisione, radio, …), cosicché esisteva ancora un principio di autorità (che non per forza coincide con verità), ora questa gerarchia si è appiattita e tutti possono esprimere la propria opinione come esperti ed essere presi per tali da chi ne ha il desiderio (tanto che un utente qualsiasi può accusare un’accademica della Crusca di non conoscere l’italiano, pretendendo di insegnarle le giuste forme linguistiche). Non è che manchino le informazioni, anzi più che mai oggi è facile essere criticamente informati, il problema è che serve tempo e sforzo, spesso per trovare risposte scomode, che non mettono a proprio agio.
Qui emerge l’aspetto che invece mi convince meno del secondo capitolo, di per sé molto interessante nel ricostruire l’evoluzione della storia e della storiografia in rapporto ai propri tempi e ai poteri coevi, a cui frequentemente è stata subordinata. Secondo Prosperi l’attuale presente senza storia è dovuto a una mancanza di orizzonte futuro, soprattutto per i giovani, ed è nello studio della storia che si possono trovare i rimedi al deterioramento del nostro tempo. In primo luogo la cultura non ha mai salvato da derive populiste, dal razzismo, dallo sfruttamento di risorse naturali e umane predatorio e senza scrupoli e da qualsiasi altra stortura umana. Anzi, spesso l’innesco è proprio da attribuire all’élite colta, che manipola i ceti più bassi della popolazione. In secondo luogo queste problematiche ci sono sempre state, anche nel passato dove, secondo la teoria di Prosperi, la speranza del futuro esisteva ancora. Sicuramente ora è poco presente e questa ansia per gli anni a venire scoprono il nervo dell’irrazionalità, facilmente controllabile da chi ne ha l’interesse, ma il problema di fondo è un altro: l’uomo è schifosamente pigro. Il futuro non l’ha mai visto bene, o meglio, secondo la teoria della miopia prognostica, lo vede, ma non agisce in sua funzione, bloccato sul corto termine per l’eccessivo sforzo di pensarsi sempre in un orizzonte temporale lungo: sappiamo tutti dei problemi ecologici e delle condizioni di lavoro che esistono nei paesi sottosviluppati, eppure continuiamo con il nostro stile di vita consumistico, con giusto minimi aggiustamenti tanto per acquietare la coscienza (mangiamo un po’ meno carne, prendiamo un po’ di più il treno, compriamo qualche vestito in meno, ma sempre di fast fashion, …). Tale miopia vale, secondo me, anche per il passato: vivere con costantemente in mente gli errori del passato è uno sforzo immane e allora è meglio scegliersi il passato più comodo per ridurre gli sforzi: è notissimo il forte passato migratorio dell’Italia (o nel mio caso del Ticino), eppure si è chiusissimi verso i migranti; oppure è noto il coinvolgimento degli Stati Uniti in guerre assolutamente gratuite (o meglio, a base economica o di potere) eppure la nazione continua a presentarsi come paladina della democrazia e della giustizia e un sacco di gente, non solo americana, abbraccia questa palese menzogna. È chiaro quanto sia una scelta e non un’aporia educativa (o quantomeno non storica, casomai morale). Il problema di base è che l’umanità è troppo pigra e quindi conviene, di fronte a un problema, o a una serie di problemi interconnessi com’è attualmente, scegliere la soluzione che, apparentemente, comporta meno sforzi e sacrifici da parte nostra (anche se non è per nulla una soluzione). È palese che il deterioramento delle condizioni di lavoro è dovuto al capitalismo, sistema intrinsecamente egoistico e teso all’arricchimento di pochi sulle spalle di molti, eppure rovesciare tale sistema comporta un radicale cambiamento di abitudini, un ritorno all’essenzialità e a prodotti artigianali che durino tanto. E il discorso del prezzo non tiene, è solo una scusa, perché comprare 10 magliette che durano al massimo un anno o una maglietta che ne dura dieci e costa come quelle (o anche di meno) non ha un impatto economico, bensì mentale: bisogna riabituarsi ad avere gli stessi oggetti per anni, senza avere qualcosa di nuovo ogni settimana. Lo stesso vale per il cibo e per tutti gli altri aspetti della nostra quotidianità (metterci qualche minuto in più o non essere altrettanto flessibili, ma prendere il treno, …). Non è un problema di educazione storica o memoria del passato, bensì di pigrizia ed egoismo. La gente sceglie di ignorare ciò che la spingerebbe ad abbandonare abitudini piacevoli e ad accogliere solo le informazioni e verità che le permettono di continuare nel proprio tran tran, senza doversi impegnare di persona (da qui il successo delle destre populiste, che propongono rapide soluzioni agite sempre verso l’esterno, verso responsabili che non sono mai i votanti o loro stessi). Altra prova lampante di questa teoria: gli scorsi mondiali in Qatar sono stati una palese e notissima infrazione dei diritti dell’uomo (con lavoratori sfruttati come schiavi) e uno schiaffo all’ecologia, eppure sono stati i più seguiti da sempre. Se l’umanità non può neanche rinunciare a guardare delle partite di calcio in nome di un presente e un futuro più giusti, come si può sperare che un maggiore e più cosciente studio della storia cambi qualcosa? E dubito fortemente che la classe colta, o persino gli storici, abbiano disertato in massa questa manifestazione sportiva.
Se quindi il libro offre numerosi spunti di riflessione e inquadra molto bene la storia nel suo rapporto con i poteri dominanti, nonché l’evoluzione della storiografia, le risposte che fornisce mi sembrano incomplete, poiché mancano tutto un aspetto del problema le cui basi non sono storiche e non sono legate alla memoria.
Profile Image for dv.
1,405 reviews60 followers
May 31, 2021
Storia vs memoria, riflessioni su ciò che si scorda e si dimentica o decide di dimenticare. Prosperi semina tanti spunti da approfondire, fra quelli più fertili le sue note sull'identità (intesa come vizio di chi non sopporta il continuo fluire del mutamento) e l'idea di storia come "macchina per dimenticare".
145 reviews1 follower
November 2, 2021
Dio mio che trombone.
Finché fa storia della storiografia bene, ma poi che melassa!
Profile Image for Stefano Solventi.
Author 6 books73 followers
May 13, 2021
Breve (volutamente) e abbastanza agevole saggio che pone l'accento sull'importanza della Storia in un presente che ha perduto il senso del futuro lasciando - perciò - campo libero all'oblio e al suo rischioso sottoprodotto: il bisogno di costruire un'identità nazionale.
Non si tratta certo di un "vizio" inedito, difatti Prosperi illustra come nei secoli si è evoluto il senso della Storia nel suo rapporto col potere, fino a diventare "un albero che si alimentava dalla chioma e non dalle radici".
Alla fine della lettura si resta vagamente inappagati, probabilmente i temi meritavano un maggiore approfondimento e più coraggio nel proporre soluzioni. Ma la sensazione è che volesse essere solo e proprio questo: un monito. E forse anche: un pungolo. Riuscendoci piuttosto bene, direi.
6 reviews
January 5, 2022
Una bellissima riflessione sul tempo che stiamo vivendo in cui si analizza il rapporto tra passato e Presente.
Profile Image for sumerkidestate.
130 reviews10 followers
April 11, 2021
Questo libro aiuta a comprendere da un punto di vista storiografico da dove arriva il valore della "difesa dell'identità" che permea (e avvelena) l'Europa di oggi e cosa significa ed implica esattamente il concetto stesso di identità, che pochi si sognano ancora di mettere più in discussione.
Cosa vuol dire che "la memoria rende liberi"? Quale memoria ci rende liberi e quale ci ha reso liberisti? E perché la prova di storia è scomparsa dall'esame di maturità?
L'intricato gomitolo della coscienza storica contemporanea viene svolto indagando origini e motivazioni che recano con sé le opposte necessità della ricerca storica, della memoria collettiva e delle varie forme di oblio odierne, che non sono semplici tabule rase ma costituiscono la via per la costruzione di memorie storiche diverse (si pensi solo in campo letterario al confine spesso pericolosamente labile tra storia e romanzo storico).
Al di là dell'interesse in sé della trattazione, qui si trova un valido scudo per proteggere i neuroni dalla brodaglia dei titoloni e degli opinionisti della pancia.
"Solo la certezza di venire da lontano può spingere a guardare davanti a sé".
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