“Ciò in cui credevano era ogni giorno più obsoleto e ripugnante. Si inginocchiò a passare le dita sul pelo del lupo, accarezzandolo nel giusto verso come se fosse ancora vivo. Immaginò, come faceva sempre, i muscoli e le ossa sotto la pelle. Le labbra ritratte sulle zanne lucide. L’animale che si alzava, si scrollava e correva via, perdendosi nel bosco.”
Ruthie Fear è appena nata quando il suo giovane padre uccide l’ultimo lupo della valle (Bitterroot Valley, Montana). Soltanto sulla sua pelle, diventata tappeto, la piccola riuscirà a prender sonno, dopo che la madre se n’è andata dalla loro casa mobile per non tornare mai più. Tuttavia a renderla “cocciuta e selvatica” non è stata quella abitudine infantile ma “il dover vivere fra gli uomini”.
Ha cinque anni quando per la prima volta quel ragazzo-padre, maldestramente protettivo, le mette in mano un fucile e le insegna a sparare.
Perché in quella rude valle del Montana il rapporto con la natura è questo: elementare, violento, al limite della lotta per la sopravvivenza. Ma in un ambiente già massacrato, sempre più gentrificato, la minaccia vera non è più l’animale selvaggio ma l’uomo civilizzato che avanzando corrompe, cementifica, cancella il legame naturale con la terra.
Ruthie Fear è ancora una bambina quando per la prima volta vede muoversi nell’incerto buio orizzonte del canyon la barcollante creatura senza testa che riempirà di curioso orrore i suoi pensieri, ma anche della speciale attesa di una rivelazione. Qualcosa, insomma, in grado di sciogliere quel nodo che la tiene avvinta al padre, alla valle e alla sua gente, nonostante il disagio febbrile e i vaghi sogni di fuga.
Perché Ruthie Fear, nella sua pur breve vita, è bambina, poi ragazza, poi giovane donna che riassume a suo modo le contraddizioni di cui questo romanzo è testimone: l’orrore per la violenza sull’ambiente naturale insieme all’incapacità di opporvisi; il bisogno di lasciare un contesto rude, elementare e prettamente maschile e l’impossibilità di fuggirlo veramente; il desiderio di conoscere la tenerezza dell’amore e l’aggressività interiorizzata dei rapporti elementari di sopraffazione…
“Si sentiva parte di un mondo intero e vivo, eppure era completamente sola.”
Ruthie si muove cercando qualcosa che non è in grado di comprendere in pieno, aggiustando il tiro davanti alle avversità, combattendo e dichiarando la resa, oscillando sempre fra attrazione e disgusto.
Fino a quando il suo destino, da quella notte mai dimenticata dell’infanzia, le verrà incontro. Terrificante e magnetico.
Il freddo, la neve, il ghiaccio, il canyon profondo, i picchi più elevati, i boschi e il loro sommesso respiro animale, la morte quotidiana e la vita ridotta all’essenziale, la notte spaventosamente nera e il brulichio di stelle che alludono a galassie lontane sono gli ingredienti che nutrono questo intenso racconto. Insieme alla solitudine dello sparuto gruppo di esseri umani che come le notti trascorrono la vita, a se stessi ignoti.
E su tutti lo sguardo vivido e smarrito di Ruthie Fear, presente a se stessa e al mondo come una costante, pungente interrogazione.
Una parabola drammatica e simbolica.
L’immagine di un’America che ha perduto il contatto con il suo immenso patrimonio naturale, smarrendo così anche le proprie radici umane.
(Black Coffee edizioni)
(High Plains Book Award)