“ La memoria e il perdono”
[Subito subito: Levi è uno dei più grandi scrittori italiani, niente affatto un testimone come viene rubricato. Se non fosse stato preso prigioniero nella sua seppure breve attività di partigiano e non si fosse trovato nelle bolgie dei lager nazisti lo sarebbe diventato lo stesso. E il nocciolo dei suoi scritti sarebbe sempre stato la riflessione sulla “disumanizzazione” del mondo accelerata dalla tecnologia che, come ha puntualizzato la Arendt in “L’origine del Totalitarismo”, ha avuto un ruolo fondamentale nello sterminio.
“ Me mi conoscete. Può essere che laggiù, in quegli stracci da zebra, con la barba ancora peggio rasa che d’abitudine, e i capelli tosati, avessi un aspetto molto diverso da oggi; ma la cosa non ha importanza, il fondo non è cambiato (incipit di Capaneo, l’irriducibile)].
Mi chiedo e chiedo: come può un uomo che ha vissuto sulla sua pelle e ha visto le piaghe (e che piaghe!) sulla pelle degli altri, scrivere pagine su pagine senza cedere all’autocompatimento di narrare le pene fisiche a cui fu sottoposto lui e le altre sei milione di vittime? Non cedere alla pornografia del dolore? E penso a Dante e al suo Inferno e come Levi, pur amandolo fin nel profondo delle sue viscere, si tenga a distanza proprio dalla descrizione delle pene infernali in cui il Vate indugia fino al sadico compiacimento.
Solo pudore o consapevolezza che si tratterebbe di bieco masochismo di rigirare, con piacere, il coltello nella piaga? (In Versamina il chimico Kleber, il protagonista, trasforma il dolore in piacere con la somministrazione della sostanza).
In questi dieci racconti e due poesie (?) tutto l’orrore dei lager viene fuori senza che una pena corporale, un nazista “serio” ne sia protagonista o comprimario. Anzi, l’orrore risalta dall’essere questi racconti creati su personaggi minori, borderline nel senso figurato del termine: la sterminata zona grigia, quella da cui può uscire casualmente un rispettabile dott. Muller ( protagonista di Vanadio) a chiedere se non il perdono ma un bello “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto...Chi ha dato, ha dato, ha dato... Scurdámmoce 'o ppassato… Nun vale cchiù a niente' O ppassato a penzá.
E chi voglia sapere di che pasta sia stato Levi si trova nell’incipit di “Cesio:
A distanza di trent’anni, mi riesce difficile ricostruire quale sorta di esemplare umano corrispondesse, nel novembre del 1944, al mio nome…dovevo aver sviluppato una strana callosità, se allora riuscivo non solo a sopravvivere, ma anche a pensare, a registrare il mondo attorno a me, e perfino a svolgere un lavoro abbastanza delicato, in un ambiente infettato dalla presenza quotidiana della morte…la disperazione e la speranza si alternavano con un ritmo che avrebbe stroncato in un’ora qualsiasi individuo normale.
È nelle due poesie che l’angoscia e il risentimento vengono fuori: quando si riduce all’osso il contesto in cui si è vissuti e i rapporti agiti nella comunità non resta che fare i conti con il sedimento dell’animo.
Poi mi piace pensare (perché no?) che da chimico professionista levi metta in guardia non sulla pericolosità della scienza che di suo è neutra, frutto di osservazioni, ipotesi e di scoperte, ma sul suo uso ( come chiaramente è enunciato in Versamina). Ma chi può decidere del bene e del male della scienza se non la società scientifica stessa?