Tra le viuzze e i baretti, tra i brindisi con birre economiche e le sniffate nei bagni, personaggi immobilizzati e anestetizzati dalla noia e dall’arrendevolezza vibrano in una continua tensione verso l’evasione. Donne che si mettono a nudo rinunciando ai propri abiti, strappandosi le proprie croste e persino abbandonando la propria pelle, che riducono in cenere ciò che hanno coltivato con minuzia e pazienza, che soffrono l’inconciliabilità delle proprie personalità con le aspettative della società. Con un linguaggio secco, rapido e ritmico, Francesca Mattei rappresenta in questi racconti una stasi nervosa frutto di forze contrastanti – il peso delle radici e l’accelerazione dell’inebriamento – che permeano le ombre malinconiche di piccole cittadine o case opprimenti da cui sembra non esserci via di fuga, fino a quando questa via di fuga non viene spalancata con la forza.
I due o tre racconti più lunghi non sono affatto male, ma il resto mi sembrano delle bozze che potrebbero essere uno spunto per dei cortometraggi o per un romanzo unico. Si percepisce talvolta un tono un po' pretenzioso e artefatto. Comunque da apprezzare le tematiche underground trattate dall'editore, di cui consiglio molto "La squilibrata".
Il libro è una raccolta di racconti disturbanti, che mettono a fuoco le diverse facce del degrado. Di conseguenza ci sono vari trigger warning (uso di droghe, autolesionismo, alcolismo, tradimenti). Il problema principale è che i racconti, in particolare modo quelli corti, sembrano non finiti, abbozzati. Il primo racconto poi è di qualità molto inferiore rispetto agli altri e non lo avrei messo come incipit, sarebbe stato molto meglio iniziare con Croste. I racconti più lunghi hanno del potenziale, ma sembrano sempre mancare di qualcosa. Probabilmente si voleva restituire l’idea della mancanza di senso e in questo caso il lavoro sarebbe riuscito perché è proprio la sensazione che ha il lettore: leggere cose che non hanno senso, che non gli servono e non gli lasciano niente. Mostra solo ciò che è degradante, senza dare una morale e senza denunciare, per cui rimane un resoconto sterile.
"E poi Zorro, Tonto, Spalla, la Gemma e non ce n'è uno che abbia un nome vero qui, sono tutti personaggi o elementi o sagome o tipi, sono tutti qualcosa di breve e finto e anche io, che gioco con la cerniera, che mi annoio come sempre, a vederli tutti così, morti dentro e fuori e magari pieni di brillantini in faccia, ma non cambia nulla; anche io ho un nome che non è il mio nome, ho un nome che è quello che mi hanno dato queste persone qui, che mi incontrano in un bar e poi in un altro, mentre pizzico la zip e poi la barba, mentre bevo birre e ascolto le storie di gente che beve birre e birre e racconto le mie storie di birre perché non si può fare nient'altro qua, forse al massimo ogni tanto pippare o fumare qualcosa. O forse tormentarsi la cerniera."
"Forse ci proverò ancora, comincerò tutto da capo. Dalla seduta di stamani è emerso che è normale avere delle ricadute. Questa è una ricaduta? E quand'è che mi sarei sollevata?"
Autrice da tenere d'occhio questa Francesca Mattei. Raccolta di flash fiction - anche con contaminazioni weird - che denuda la spietatezza di tutte quelle vite ai margini della società; quel nugolo di giovani che al vuoto dell'esistenza contrappongono alcol, disturbi alimentari, rapporti amorosi disfunzionali e routine molto vicine a un sempiterno purgatorio. Scrittura a tratti caustica e affilata, a tratti un po' irrisolta e autocompiaciuta; nel complesso una buona resa finale. Da menzionare Muta, Croste, Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa e Smalto.
Alcuni racconti sono belli (ma non bellissimi), altri sono molto brutti, delle puntate di Euphoria che non ce l’hanno fatta. Comunque c’è del potenziale.
Ho apprezzato molto la capacità dell'autrice di creare immagini così precise e che, effettivamente, ti rimangono anche dopo molto tempo aver concluso la lettura del libro. Tuttavia alcuni racconti (il primo o quello della ragazzina sfruttata dal padre) sono un po' troppo irrealistici.
autrice talentuosa, racconti netti e nitidi, alcuni rapidissimi. il meglio di sé secondo me lo dà proprio nella forma brevissima, nell'accenno della situazione, come se stessimo dando un'occhiata improvvisa attraverso lo spiraglio di una porta che si sta chiudendo. non credo sia il paragone più adeguato, sicuramente esistono autori che esprimono una filiazione migliore, ma se non fosse per la violenza di alcune scene il suo stile mi ricorderebbe l'essenzialità e la precisione di kawabata. poi voglio aggiungere una cosa, se può convincere qualche lettrice o lettore a dare fiducia a questo libro: come ho letto in altre recensioni di questo sito, a volte i racconti sono imperfetti. a me non piace questo termine, perché implica che la perfezione da qualche parte esiste, però potremmo dire che è vero, a volte sono imperfetti. ma sono sempre pieni di vita e di sentimento, narrati con maestria (questo sì) di modo che l'attenzione non cali mai. alcune frasi mi sono rimaste impresse come capita poche volte. cose da cercare in questo libro: l'immediatezza, il nitore, la lucidità, la brutalità. non vedo l'ora di leggere altre cose sue
Se ci fossero più giovani scrittori come Francesca il mondo sarebbe un posto migliore. Sono rimasto fulminato da questa raccolta, così cruda ma surreale al tempo stesso, una vera e autentica sorpresa. In particolare, queste sono le storie che ho amato: - Croste; - Poco, pochissimo; - Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa; - Nata per questo; - Baby-sitter. Attendo le prossime pubblicazioni.
Se all'inizio ho nutrito un tiepido sentimento per questa raccolta, andando avanti il mio giudizio si è ribaltato. Assolutamente consigliato! Alcuni racconti a mio dire meritano davvero tanto in particolare: Croste, Nata per questo (il mio preferito) e smalto. Da leggere senza interrogarsi troppo, ma facendosi trasportare dalle emozioni e dalle vite dei personaggi.
UNA SERIE DI RACCONTI DAVVERO EVOCATIVI CHE ESPLORANO L'OSSESSIONE, IL DESIDERIO, LA TRISTEZZA, LA RABBIA, L'ABBANDONO, LA DIPENDENZA E CHE RIESCONO A FAR SENTIRE IN BOCCA IL SAPORE DEL SANGUE, DELLA POLVERE, DELLE CROSTE E DELLA PELLE.
L'AUTRICE RIESCE A TRASMETTERE DIVERSE SENSAZIONI, ALCUNE MOLTO POTENTI, PURE NEI RACCONTI PIÚ BREVI.
Disturbante. Questa parola, che va così di moda ora, rende proprio l'idea di questa raccolta di racconti. Mentre divoravo le pagine, socchiudendo gli occhi, spesso, per attutire la potenza delle parole/immagini crude, suonava nella mia testa Agata Brioche, una canzone dell'ahimè sciolta L'Officina Della Camomilla.
[ 🎼Agata si taglia i capelli in cucina Esce, ruba un Ciao e scappa Il pomeriggio si muove come una lucertola Agata è bella, ha dei cavi in tasca Vuole fare una strage al panificio Si concentra, fabbrica una bomba Con i deodoranti Passami un fiammifero.]
Sono racconti allucinati di corpi, di ragazze soprattutto, che, che hanno agito sulla mia mente come un incubo: ne ho un ricordo straniato, ma con delle immagini vivide, che non si dissolvono, e, a chiusura del libro, mi è rimasta sotto pelle una sensazione di disagio, che mi accompagna mentre penso ad altro. Colpita nel segno, insomma. Bravissima Francesca Mattei.
P. S. Questa volta ho scelto il libro dalla copertina, prima di leggere le recensioni, attratta ipnoticamente dal titolo, dalle immagini e dalla scelta grafica (una menzione speciale al font dei titoli dei racconti): bravi, voi di Pidgin Edizioni, veramente bravi.
Storie di disagio, personaggi disordinati, scomposti, destinati a restare irrisolti, a volte arresi nel loro caos, altre volte più combattivi anche se consapevoli di perdere. Questo libro è punk puro, e invita a fare un tentativo: provare ad abbandonare le proprie certezze che vuole imporci la società civile, e cercare un'altra strada più imprevedibile, disturbante, meno confortevole, almeno questo mi sembra che comunichi più o meno apertamente. Le eroine che vivono in questi racconti vengono immortalate in una istantanea che racconta un frammento (o meglio, un coccio) delle loro vite fallimentari e deprimenti, ma spesso dentro lo squallore della monotonia arriva un punto di rottura, un momento di esplosione, di ribellione sociale (piccolo o grande) ed è da quel fuoco che risorge la loro vera essenza, come una fenice di spazzatura.
Ricordi confusi, mal di testa e differenti modi per evadere sono i protagonisti di questa raccolta di racconti. Ci sono le vite di chi sta al margine, di chi sceglie di non essere protagonista di nient'altro se non del proprio disagio. Ci sono la droga e l'alcool e tutti i motivi che portano a sceglierli e a cercare rifugio fra loro. C'è uno stile ben chiaro che si rende riconoscibile in ogni storia, ricamando per ciascuna una sensazione forte e immagini che rimangono impresse nella mente.
Il problema credo sia legato alla scelta editoriale di mettere all’inizio tre (mi pare) racconti di fila scritti in prima persona con protagonista una donna che parla dei suoi problemi con le droghe.
Di solito gli avverbi in “-ente” non mi infastidiscono ma in alcune storie ce ne sono un po’ troppi.
Uno dei pochi racconti degni di nota è quello che dà il titolo alla raccolta.
Niente, non fa per me. Alcuni racconti sono anche carini ma è un modo di scrivere che non mi tocca, un nonsense che mi sarebbe piaciuto a 16 anni ma non ora. Non lo so, mi sembra tutto incompiuto, immaturo, uno sforzo disumano per disturbare il lettore ma senza mai dirgli niente di vero.
“Pochi mesi dopo aver provato ad annegarmi nella vasca da bagno, mia madre si appese ad una trave del soffitto. Si era ammalata dopo avermi partorito e non era più guarita.”
Sono alla vigilia di un viaggio a Napoli: quel momento sospeso in cui la testa è già altrove ma il corpo è ancora qui, tra liste, magliette piegate male e l’illusione di essere una persona adulta. Napoli chiama, e mi viene naturale infilare in borsa un libro che con Napoli ha un legame di sangue: Pidgin, la casa editrice che lo pubblica, è nata lì nel 2017 e ha scelto una linea chiara e rischiosa, narrativa viva, laterale, poco addomesticabile.
Dentro questo contesto, Francesca Mattei arriva al volume nel 2021 passando dai racconti usciti su riviste letterarie online: un percorso a gradini, fatto di prove brevi, tentativi, affondi, e poi del salto nel vuoto della raccolta. Non è un romanzo, infatti: è un disco di tracce diverse, ma con lo stesso graffio.
E da scrittore di racconti (me too) e lettore forte ma indisciplinato ci sono arrivato pure io in modo obliquo: prima Gli stessi occhi (Zona 42), poi il passo indietro verso questo. Coerenza? Optional. Però a volte leggere “all’incontrario” serve: ti fa vedere meglio da dove viene il fuoco.
Questa raccolta mette insieme racconti diversi e li fa convivere dentro un’unica atmosfera: periferie dimenticate, relazioni che sfaldano, famiglie come stanze chiuse a chiave, e una sensazione costante di disfacimento (fisico, emotivo, sociale).
Il punto, però, è che il “fuoco” del titolo non sta lì per fare scena. È quasi un rito: consumare, purificare, ridurre all’essenziale. È il gesto mentale di chi guarda la propria casa interiore e pensa: madò, qui dentro c’è roba che è meglio non salti fuori.
E sì: la scrittura tende all’asciutto, al taglio netto, spesso con una voce che non prende prigionieri.
"Il Giorno In Cui Diedi Fuoco Alla Mia Casa" è una antologia inutile.
Questa almeno è l'impressione che ho avuto, leggendo i primi racconti. Arrivato alla fine credo di dover riformulare il mio giudizio: IGICDFAMC è un'apologia dell'inutile.
Da qualche parte ho letto che nelle intenzioni dell'autrice c'era la voglia di mostrare come "l'ossessiva osservazione delle donne verso il proprio corpo è indotta dal percepisi oggetti in un mondo che le riduce spesso soltanto a essi. Scegliere di raccontare il corpo femminile con immagini orrorifiche è un atto di rottura." Questo è sicuramente un tema ricorrente e abbastanza esplicito - fino a diventare retorico, a volte.
Tuttavia, secondo me, il vero inconscio dell'antologia ruota attorno ad altro. Ruota attorno all'inutile come categoria del reale. Come forma di escapismo, come destino inevitabile, come morbo, come strategia di sopravvivenza, come costante esistenziale, come scelta di vita, come condanna, come ventre materno, come matrice primaria, come ossessione.
Nulla in questa raccolta di racconti porta a qualcosa. Le narrazioni - i personaggi, le descrizioni, il linguaggio- sono svuotate di tutto, di qualsiasi significato, direzione o obiettivo, e riempite di materia inerte. Racconti scuoiati e ricomposti come animali impagliati, feticci macabri e inutili da esporre come trofei nichilisti di quella tragedia che è la vita.
Mi è piaciuta? Non saprei. Non credo sia una raccolta che si possa trovare gradevole a pelle. Però ritengo di averla capita, almeno a mio modo; di essere riuscito a vedere cosa si nasconde sotto le croste, i morsi, gli smalti e il dolore.
Quello che di sicuro ho adorato è invece il lavoro grafico fatto da pidgin edizioni. Copertina più bella degli ultimi anni, a mani basse.