In questo libro Ernesto De Martino risale alle radici dell’esigenza umana di rifiutare la morte nella sua scandalosa gratuità e, di riflesso, procurare al defunto una «seconda morte» culturalmente definita, mediante il ricorso a determinate pratiche rituali. Tra queste, l’istituto del lamento funebre, rivolto ai vivi non meno che ai defunti, poiché la piena del dolore rischia di compromettere l’integrità della presenza dei sopravvissuti. Qui sta la funzione più profonda del pianto rituale, che non cancella la crisi del cordoglio ma l’accoglie in sé, trasformandola in disciplina culturale capace di mantenere il pathos al riparo dall’irruzione della follia. In ciò risiede la sua umanissima sapienza, il cui valore trascende i limiti storici di diffusione del fenomeno, e al quale s’abbandona persino la Madonna al cospetto della morte del Figlio, nonostante l’accesa polemica cristiana contro il costume pagano. Dall’analisi del fenomeno, ridotto allo stadio di «relitto folklorico», scaturisce il bisogno di estendere l’analisi alle antiche civiltà agrarie del Mediterraneo, al cui interno l’istituto del lamento funebre visse la stagione del suo massimo splendore, fino al progressivo declino, causato dallo scontro con il cristianesimo trionfante. De Martino si interroga infine sul problema della risoluzione laica della crisi del cordoglio, e l’Atlante figurato del pianto riflette mediante un sapiente uso delle immagini l’affascinante itinerario dell’Autore, che sollecita un confronto con l’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg.
Ernesto de Martino (1 December 1908 – 9 May 1965) was an Italian anthropologist, philosopher and historian of religions. He studied with Benedetto Croce and Adolfo Omodeo, and did field research with Diego Carpitella into the funeral rituals of Lucania and the tarantism of Apulia.
Ernesto de Martino was born in Naples, Italy, where he studied under Adolfo Omodeo, graduating with a degree in philosophy in 1932. His degree thesis, subsequently published, dealt with the historical and philological problem of the Eleusinian Gephyrismi (ritual injuries addressed to the goddess) and provides an important methodological introduction to the concept of religion. Clearly influenced by reading Das Heilige by Rudolf Otto, de Martino preferred to emphasize the choleric nature of the believer, overturning the German scholar's thesis and making it capable of being applied to relations with gods in polytheistic religions and spirits in animist religions.
Attracted by the ideological stance of the regime, for several years de Martino worked on an essay interpreting Fascism as a historically convenient form of civil religion. However, the attempt was insubstantial and the work, still unpublished, was gradually rejected by the author, who subsequently approached left-wing ideas and after the war became a supporter of the Italian Communist Party. At this time, which we now call the "Neapolitan" period, lasting until 1935, de Martino fell under the spell of the personality and work of an archaeologist who was particularly open-minded concerning the ancient history of religions.
De Martino has also been a very charismatic mentor and teacher. From 1957 to his death he taught ethnology and history of religions at Cagliari's University.
Se da una parte tutta la ricerca genealogica dell'ascesa e decadenza del lamento funebre che affonda le proprie radici (battuta non voluta) nel lamento vegetale (ovvero, i canti e i riti che facevano agli albori dell'agricoltura gli uomini durante la fase del raccolto) è sicuramente interessante, ciò che colpisce veramente è l'umanità che emerge. Leggendo delle contadine lucane, dei boscaioli rumeni, degli antichi, sperduti, uomini attaccati solo per un miracolo di Dio (o forse per la sua pigrizia) alla vita, si prova tutta la loro angoscia e vuoto di fronte all'orrore della Morte. Di fronte all'incomprensibilità della Morte. Se, veramente, l'uomo è l'unico essere vivente a essere cosciente della Morte, propria e altrui (altrui, cioè, doppiamente propria), allora questa consapevolezza non può che gettarlo nella follia emotiva, se non arginata. Da qui, la necessità, così profondamente umana, di una cultura che risponda alla Morte, che, cioè, la sappia gestire. Ovvero, che non lasci da solo l'uomo di fronte alla Morte. E questo scudo, che sia il lamento o il riposto cristiano, è, in fondo, il nostro stesso scudo. Perché noi siamo quegli uomini e quella è la nostra Morte.
Un libro affascinante come tutta l'esplorazione antropologica del sud di Ernesto de Martino. Con alcune scoperte meravigliose e inaspettate, come quella che racconta la derivazione di "Maramao perché sei morto?" (che sembra solo una filastrocca non-sense per bambini) dalle strutture del canto funebre (!!!)
"Se infatti ci provassimo a costruire una carta diacronica del progressivo scomparire del lamento fra le plebi rustiche europee noi vedremmo come primi a perderlo furono i paesi e le regioni che piú presto entrarono nell'orbita della rivoluzione industriale e dello sviluppo di una intraprendente borghesia cittadina, e ultimi invece quei paesi e regioni che perpetuarono piú a lungo nella loro struttura sociale rapporti precapitalistici e semifeudali. Cosí una lamentatrice lucana di Valsinni riassunse con inconsapevole esattezza un aspetto non del tutto irrilevante di quel complesso di problemi sociali, politici e culturali che va sotto il nome di questione meridionale quando ci disse che nel suo paese vi erano due modi di patire la morte, quello dei signori che piangono soltanto in cuor loro, e quello dei «cafoni» che si abbandonano al lamento rituale."