Un fiume di scrittura raccontato dolorosamente da Tobino. L'ho trovato meno intenso delle Libere donne di Magliano, ma la ragione è data dalla stanchezza di Tobino. Un uomo che ha dedicato più di quarant'anni alla cura delle malattie mentali si trova vinto dall'approvazione della legge 180.
Questa legge è stata l'inizio della fine, un pretesto per liberarsi di chi non si incastra a modo in questa società (che è l'unica vera deviata) e di chi, con amore e devozione, ha dato tutto sé stesso per prendersi cura, o meglio proteggere, i cosiddetti malinconici (I malinconici, senza la mano sulla spalla nei loro periodi neri, tutti, tutti, si uccidono e per le vie più crudeli, per loro essere spezzati dalla morte è una liberazione. Ormai questa dei malinconici che se ne vanno via è una notizia comune, attesa, la risultanza di psichiatri senza capacità.).
Tobino è arrabbiato, vede uno ad uno i suoi pazienti cadere e perdersi, lasciati liberi di morire in mezzo al nulla, per una legge stabilita con enormi vuoti legislativi (Sembra che questi morti non siano veri. L'importante che sia ucciso il manicomio. Gli umani non contano. Si impicchino o rimangano in vita, a nessuno deve interessare.).
La situazione di allora, come oggi, non sembra cambiata. I volontari fanno di tutto per creare un ambiente tranquillo per chi ne ha necessità, ma sono di più le storie di morte, di abbandono, che sentiamo che quelle di speranza.
Ne esce fuori, quindi, da questo diario autobiografico, un Tobino sconfitto, costretto ad abbandonare Magliano e tutto ciò che credeva (In questi ultimi tempi – nel fumo della moda – non vi ho saputo né proteggere né vendicare. Ero rimasto solo. E da solo non ne avevo la forza. ).