La casa era surriscaldata. La cena cuoceva a fuoco lento, come le loro vite.
Non si salva nessuno nel mondo di Simenon. Mai. Nemmeno stavolta.
Un intreccio che si adatta perfettamente all’ottusità della mentalità di certi paesi, con i loro personaggi grotteschi; più tragici che ridicoli nella loro meschina ipocrisia, indipendentemente dallo status; che siano essi protagonisti o spettatori degli eventi.
Ancora una volta – e che si tratti o meno di Simenon – ciò che alimenta la mediocrità di queste esistenze, fino a renderla spregevole e patologica, è un segreto da mantenere a tutti i costi inviolato e inaccessibile. Il mare diventa una perfetta metafora: con le sue maree, protegge e nasconde per poi, ritirandosi, riportare alla luce ciò che non si deve sapere; lentamente, flusso dopo riflusso.
Non salva nessuno, Simenon, nemmeno le vittime; sempre più insofferenti verso la loro prigione e sempre più ancorate ad essa man mano che la consapevolezza della loro condizione cresce. E’ bravo Simenon a farci sentire – ecco di nuovo i movimenti del mare - il lento avanzare della presa di coscienza di Jean che si annichilisce nella sua impotenza, nella sua inettitudine, per poi ribellarsi e poi rinunciare e ancora, e ancora...
È molto preciso, Simenon, persino drammatico, nel definire i personaggi; ancor di più nell’assimilare il ménage che vige nella fattoria a quello di una vecchia canonica, dove ruoli precisi assolvono ai loro compiti quotidiani in un silenzio e in una quiete anomali, pesanti, gravati dal peso della finzione e dei vincoli malati di potere.
La “parentesi Simenon” non ha deluso le aspettative nemmeno stavolta.