La Gran Vecchia, anziana matrona di una famiglia borghese di inizio ‘900, muore lanciando una maledizione ai suoi familiari: annuncia che nessuno di loro morirà in età avanzata.
E, tragicamente, la sua profezia si avvera. Con un intervallo di cinque anni, figlio, nuora e nipoti assisteranno alla loro reciproca morte, tra paura e superstizione, sullo sfondo di un’Italia di inizio secolo, fervente di idee e tuttavia passiva.
Avevo letto diverse recensioni prima di approcciarmi per la prima volta a questo romanzo di Bontempelli, tra chi lo definiva un romanzo strano, cupo, perfino horror.
Personalmente, ho apprezzato lo stile desueto, accorto, fine di Bontempelli, che rende la lettura, dal punto di vista puramente tecnico, “una gran signora”. Ma un romanzo non è un esercizio di scrittura, e, a parte la forma, la storia mi ha lasciato ben poco. Non mi ha intrigata, non mi ha fatto riflettere, non mi dato gusto nel farsi leggere. E, più le pagine aumentavano, più tutto si faceva confuso e meno gradevole. Quando ho letto le parole “realismo magico” in qualche altra recensione, ho capito perché il romanzo non ha incontrato pianamente il mio gusto, esattamente come altri romanzi dello stesso genere (penso al grande Marquez, da me vergognosamente abbandonato) mi sono risultati poco chiari e un po’indigesti.
Ma, a conti fatti mi chiedo: qual è il senso di questa storia? Una riflessione sullo scorrere del tempo, l’umana paura della morte, le credenze ancestrali che, da sempre ci rendono tutti più fragili e meno consapevoli? Oppure dobbiamo onestamente ammettere che, al di là dell’apprezzabile penna da fine intellettuale, qui di senso logico (e di gusto nella lettura) ce n’è davvero poco?