Non avrei mai pensato che un romanzo d’amore, ambientato nella Russia comunista a cavallo tra il 1940 e il 1960, potesse conquistarmi a tal punto.
Sono stata trasportata nella neve, tra le bombe che piovevano dal cielo, nel calore spartano di una isba, lungo il ponte blu che attraversava le acque gelide della Moika. Tra le mura color pastello di una elegante pasticceria, per inspirare a pieni polmoni il profumo di cioccolata calda alla cannella, a pattinare tra la gente nella Piazza del Palazzo ricoperta di ghiaccio, leggere Dostoevskij nella pace del Giardino d’Estate.
Grazie ai personaggi e insieme a loro, in quello che potrei definire come un romanzo che aspira a essere corale, nel suo ventaglio di personaggi vividi e mai secondari, ognuno fondamentale allo svolgimento e risoluzione della trama, ho amato e ho sofferto.
Ho patito le pene d’amore di Pasha, ho sofferto le angosce e l’ingenuità di Aleksandra, ho bruciato con la stessa passione di Yurij, ho lottato, sopportato e vinto insieme alle donne, alle tante donne resistenti che, insieme ai protagonisti, hanno raccontato questa storia.
L’autrice ha dosato con sapienza la narrazione al presente e i ricordi del passato, recente quanto lontano, senza rendere i flashbacks ritagli fini a sé stessi ma frammenti fondamentali di un affresco senza i quali, inevitabilmente, avrebbe perso di ogni senso. Ai lei, dunque, il mio plauso, per aver saputo dosare con equilibrio ed efficacia una scrittura lineare ma mai semplicistica, mantenendo viva l’attenzione e il pathos, sino al momento in cui ogni domanda, finalmente, avrà la sua risposta.
Tradimenti, bugie e inganni si intrecciano sullo sfondo della guerra, della nascita e del lento decadimento del Comunismo, intrecciando una storia piena di speranza della quale, ne sono certa, vi innamorerete.