Mi fa uno strano effetto commentare questo libro ora, quando da quasi un mese una guerra è esplosa nel cuore dell'Europa, un'invasione in piena regola come non se ne vedevano dalla fine della II Guerra Mondiale, col suo corredo inevitabile di morti e feriti, centinaia e poi migliaia, e decine di migliaia di morti e feriti, con bombe e proiettili che feriscono e distruggono le case e i corpi, la vita vera, la materia bruta.
Mi fa uno strano effetto perché questi eventi, così reali, così concreti fanno sembrare obsolete e denudano (dovrebbero denudare) in tutta la loro pochezza e pretestuosità quelle altre guerre di cui parla il libro, che fino a un mese fa sembravano, esse, ancora più vere del vero.
Il libro parla di guerre tutte condotte nell'ambito dell'immaginario e del simbolico, guerre che, stando a chi le ha portate avanti e sostenute con gran fervore soprattutto negli anni più recenti, dovrebbero stare alla pari delle guerre vere, quelle fatte con bombe e proiettili. Sono le guerre immaginarie di chi è convinto che un insulto verbale dovrebbe contare quanto, se non più, di un'aggressione fisica o, più precisamente e più sottilmente (e malignamente), che le parole dell'avversario politico siano sempre considerabili come un'aggressione da censurare e le proprie azioni, invece, anche le più deprecabili e concrete, siano una semplice espressione di sé per portare la giustizia nel Mondo.
Sono le guerre, germinate inizialmente nelle università USA e poi tracimate fuori dei loro recinti, contaminando ove più ove meno anche il resto del Mondo, le guerre degli spazî sicuri da ogni presunto trauma psichico (safe spaces), del linguaggio e delle rappresentazioni da sorvegliare in maniera feroce e poliziesca (language matters), delle vittime definite identitariamente, ovverossia per categorie rigidamente collettive, che hanno sempre ragione e dei colpevoli che vanno puniti senza alcun pietà, fino a farli letteralmente sparire dallo spazio pubblico (cancel culture).
Tutto parte da un atteggiamento ossessivo e profondamente irrazionale che non riesce (o non vuole?) distinguere tra materiale e immaginario, tra concreto e simbolico, tra azioni e parole. O che questa distinzione la opera solo a proprio vantaggio, come già detto sopra, applicando la legge dell'intolleranza ai nemici e interpretandola molto largamente per gli amici.
Ma si tratta di un intreccio, quello tra il reale e il simbolico, che a quanto pare per la maggior parte delle persone è difficilissimo o forse impossibile da sciogliere. E lo conferma proprio la guerra in Europa attualmente in corso, che forse avrebbe potuto servire per svelare la futilità e la ridicolaggine di chi si indigna e si incendia per una virgola fuori posto o per una frase pronunciata cinquant'anni fa o per un'opera teatrale scritta secoli addietro. E invece è successo il contrario, e lo dimostra la scelta dell'università Bicocca (scelta per fortuna poi rientrata: forse non siamo ancora messi così male, almeno da questo lato dell'oceano) di cancellare le lezioni di Paolo Nori su Dostoevskij, a quanto pare colpevoli entrambi di apparire troppo russi in un frangente in cui il governo russo (il governo, non il paese) si sta comportando malissimo a dir poco.
E allora e nonostante tutto questo libro può tornare ancora utile per rintracciare le linee e la genealogia (anche se il compito è in gran parte demandato al lettore: l'autrice procede in maniera molto rapsodica, se non caotica) di questo assalto alla libertà dell'immaginario, dell'espressione, della parola, che ha investito Stati Uniti e resto del Mondo nei decennî più recenti. Ho detto "più recenti"? Forse sì, forse no, perché l'autrice riporta molti esempî simili di tempi più lontani, e si chiede se e quanto qualcosa sia cambiato, se davvero si stia assistendo a un'amplificazione di un fenomeno del tutto nuovo o alla riscoperta di qualcosa vecchio quanto il Mondo. La domanda è importante perché la tentazione di tracciare una visione di decadenza e di lamentela sul tempo presente è sempre forte nell'animo di tutti noi umani, magari congiunta con l'orrore per le nuove tecnologie, e allora ecco pronta la spiegazione semplice (semplicistica?): siamo diventati intolleranti e indignati a tempo pieno per colpa di Facebook, di Twitter, di Instragram! Ah, signora mia, ai miei tempi queste cose non succedevano, non c'erano tutti questi tecnocosi, ah, questi giovinastri d'oggi che hanno tempo da perdere indignandosi sul nulla!
Eppure... eppure in questo caso mi sento di dar ragione all'autrice. Perché se è vero che le cose non degenerano sempre tutte e univocamente, è invece vero che in questo caso specifico una degenerazione c'è stata, e c'è stata (e c'è tutt'ora) una crescente ondata di intolleranza verso la fazione politica o ideologica avversaria, un'ondata che prende pericolosamente di mira il fondamento del vivere civile ovvero la libertà di esprimersi per tutti e non solo per i proprî amici, un'ondata cieca e che si sente sin troppo giustificata nelle proprie opere, un'ondata che, bisogna dirlo perché è così che stanno le cose, oggi viene più da sinistra che da destra. Insomma, la sinistra che un tempo cavalcava la trasgressione e il rovesciamento della morale borghese, oggi s'è scoperta disciplinatrice e securitaria, almeno per quanto riguarda il pattugliamento dell'immaginario.
È quest'ultimo il punto nevralgico della questione e il più utile per interpretarlo. Perché ciò che secondo me molti commentatori di questo fenomeno sbagliano nella diagnosi è di ricondurlo a una presunta "fragilità" contemporanea dei più giovani (negli USA qualche anno fa li chiamavano snowflake, "fiocchi di neve"), cresciuti viziati e iperprotetti e ora incapaci di reggere il confronto con le idee e gli immaginarî diversi dai proprî, pronti a sentirsi vittime di e traumatizzati da qualunque cosa. Io penso sia l'esatto contrario: la cultura della cancellazione non parte da una posizione di nuova debolezza, al contrario, è testimonianza di una forza conquistata, ovvero di una progressiva vittoria da parte di un determinato segmento ideologico che ha dapprima conquistato, nei decennî passati, i campus universitarî americani trasformandoli in una monocultura a propria immagine e somiglianza, e poi gran parte del Mondo della cultura e dell'immaginario, e parlo proprio in termini di posizioni, di poltrone, di stanze dei bottoni. Magari qualcuno parlerebbe della gramsciana "egemonia culturale". A questo punto, come purtroppo sempre accade, chi vince tende a schiacciare gli avversarî, a pretenderne lo scalpo, a estrometterli, a distruggerli. Le idee di "trauma", "vittimizzazione" o "oppressione" sono solo paraventi giustificatorî per legittimare la propria fazione guerreggiante e non sentirsi in colpa quando si adottano tattiche di terra bruciata: lo facciamo perché gli altri sono cattivi e ci minacciano. Anche perché, dopotutto, al di là delle orde cliccanti su Twitter o su Facebook, queste potrebbero benissimo essere ignorate (e a volte avviene, quando prendono di mira il bersaglio "sbagliato", ovvero ideologicamente corretto): è chi tiene le mani sulle leve del potere a decidere in ultima istanza il destino dei bersagli individuati di volta in volta dalle masse indignate, sono i rettori delle università, i produttori dei film, i gestori delle aziende, i direttori dei giornali a premere il bottone che espelle o meno dal consesso civile il capro espiatorio di turno.
C'è poi da dire che questo libro, nella sua foga di denunziare i pericoli (che anch'io trovo comunque reali e da contrastare) della cultura della cancellazione, rischia di farsi prendere da una smania di verso opposto, e fallisca a più riprese a comprendere, oltre che le origini (vedi sopra), i meccanismi del fenomeno, facendo sembrare tutto (vedi sempre sopra) colpa di una cattiveria insita nei nuovi intolleranti drogati di social. In parte ha ragione, ma solo in parte. Faccio un esempio: una mia conoscenza su Facebook, qualche tempo fa, pubblica un piccolo post in cui critica l'attrice del live action Disney di Mulan perché avrebbe sostenuto la polizia di Hong Kong nella sua repressione verso chi protesta contro l'oppressione cinese. "Io amo la democrazia", motivava questa mia conoscente il suo post. Cosa c'è di più commendevole e condivisibile? Ma proviamo a immaginare molti, moltissimi di post dal tenore simile, e l'attrice cinese che, come conseguenza di questo protesta massiva, arriva a perdere il suo lavoro, forse anche tutte le possibilità di lavorare. Un piccolo post benintenzionato può arrivare a produrre, causando un effetto a valanga, la rovina professionale di un'altra persona. Insomma, non sempre gli indignati sono i responsabili diretti (perlomeno non consapevolmente) dei disastri causati dalla loro indignazione. Non sempre sono feroci leoni da tastiera con la bava perennemente alla bocca. Il meccanismo è complesso e va compreso e indagato a fondo.
E ancora. L'autrice fa l'esempio di foto postate sui social network da parte di stranieri che "maltrattano" la cucina italiana (potete immaginare...) e riporta tutta una serie di susseguenti commenti apparentemente rabidi di italiani che difendono a spada tratta la nostra ortodossia culinaria, invocando la pena di morte per i cuochi sacrileghi o dichiarandosi sconvolti, abbattuti, traumatizzati per le profanazioni. E questo sarebbe un esempio degli eccessi dell'indignazione via web, di chi non sa più tollerare nulla, eccetera eccetera. Ebbene, penso io leggendo queste pagine, non è venuto in mente all'autrice che quei commenti potessero essere ironici, fintamente indignati, teatrali, come spesso avviene quando si tratta di spaghetti spezzati o pizza all'ananas? Alla fine spesso può anche essere tutto un gioco delle parti.
E ancora. A un certo punto l'autrice riporta l'esempio di un post odierno pubblicato su Facebook, riferito a vecchie canzoni di Battisti, canzoni che il post in questione critica con un astio molto serio perché, viste con gli occhî d'oggi, sarebbero misogine e sessiste. Basta Battisti, insomma. E dunque? Può anche essere che l'autore del post avesse ragione, che la cultura è in effetti cambiata (in meglio o in peggio? questo è un altro discorso) e quel che cantava Battisti un tempo pochi lo canterebbero oggi. Il punto è che io non vorrei che l'opposizione alla cultura della cancellazione sortisse l'effetto opposto, ovvero impedisse qualsivoglia critica, anche benintenzionata, di ciò che non piace. Il rischio è quello di arrivare a una situazione di veti incrociati in cui alla fine si sta tutti zitti, chi viene criticato e poi chi è criticato per le proprie critiche.
E allora, e qui arrivo al succo del mio discorso, penso che il punto cruciale sia distinguere tra il modo e i contenuti delle battaglie. Il punto sta, e questo per fortuna l'autrice lo esplicita in diversi suoi paragrafi, nel distinguere tra una critica argomentata, anche forte, accesa, persino con qualche insulto in mezzo, e la pretesa invece che il proprio avversario non abbia più il diritto di dir nulla. O debba perdere il lavoro. O non possa più scrivere. O debba sparire per sempre dalla scena pubblica, o da qualunque scena. Quindi viva le canzoni di Battisti e che si possano ancora ascoltare, e viva anche le critiche ai testi delle suddette canzoni, finché non pretendono la sparizione totale del cantante dalla radio o da Spotify.
Altrimenti il rischio è che la critica al modo, spesso pessimo, in cui vengono portate avanti determinate battaglie vada a inficiare il contenuto e gli obiettivi di queste stesse battaglie. Lo dimostrano i lunghi paragrafi che l'autrice e il libro vanno a dedicare alla querelle sorta dalle affermazioni della Rowling a proposito dei diritti delle persone trans. La posizione dell'autrice del libro è chiara, ed è diversa dalla mia. Lei se la prende con le tattiche aggressive e censorie degli attivisti per le persone trans, e in questo ha ragione. Ma non trovo che abbia ragione quando invece mi sembra insinui che anche il diritto di identificarsi con un genere diverso da quello dei cromosomi sia figlio di una cultura dei "sentimenti offesi" e della soggettività esasperata. Insomma, come so che dicono certi opinionisti di destra, essere trans sarebbe "un capriccio". Una degenerazione dei tempi moderni.
Il punto, qui più che altrove, oltre ad auspicare che sia la scienza e non l'ideologia (conservatrice o progressista) a far da base alle scelte in termini di salute fisica e mentale e di come la società vada a strutturarsi intorno alle questioni del genere, biologico e percepito, il punto è sempre distinguere il come dal cosa. La Rowling secondo me ha fatto più di un'uscita infelice parlando delle persone trans. Ho letto il lungo articolo in cui giustificava le sue uscite, trovando tali giustificazioni deboli, per me inaccettabili, molto ideologiche. Eppure non voglio che la Rowling debba tacere perché sennò "porta le persone trans a suicidarsi" (c'è chi lo dice). Né voglio che debbano tacere i suoi critici, anche i più aspri, perché la cultura della cancellazione è brutta e cattiva (e secondo me lo è). La soluzione è sempre quella: parliamone, discutiamone, vediamo cosa ne esce fuori. O almeno proviamoci. Perché come dice un detto inglese poco noto e difficilmente ben traducibile in italiano: "The remedy for hate speech is... more speech".